Locarno. Sergio Leone e John Ford, una storia western in Mozambico

Locarno. Sergio Leone e John Ford, una storia western in Mozambico
Non ha fatto molta notizia quello che accade in Mozambico. Come, del resto, buona parte dell’Africa. Quando sono in gioco interessi geo-politici e interessi “concreti”, come per esempio in Egitto o in Libia, allora si’ l’attenzione dei media viene catturata; a volte in Nigeria, dove si scontrano gli “affari” di Stati Uniti, Cina, Francia, Regno Unito, Italia.
Per il Mozambico, basta e avanza qualche trafiletto di fondo pagina; eppure, solo per restare a un paio di mesi fa, il leader del opposizione mozambicana Afonso Dhlakama, annunciava che entro marzo 2017 il suo partito di ribelli, la Renamo (Resistenza Nazionale del Mozambico), avrebbe assunto il controllo in modo assolutamente “politico e democratico” di sei province nel centro-nord del Paese: le province conquistate da Dhlakama nelle elezioni del 2014, vinte poi a livello nazionale da Filipe Nyusi, candidato del Fronte di Liberazione Mozambicano (Frelimo), partito al potere dal termine della guerra civile nel 1992.
Scampato ad un attentato nel settembre del 2015, Dhlakama da allora é alla macchia, ha riorganizzato il partito e messo le basi per prendere il potere nelle sei province in cui ha vinto le elezioni; di fatto ha provocato una profonda spaccatura all’interno del Paese.
La frizione tra i due “partiti” è in costante aumento, nonostante gli accordi per il cessate il fuoco dell’agosto 2014, e si sono acutizzati in particolare nell’ottobre 2015: rapimenti, omicidi e torture sono all’ordine del giorno. Di recente la situazione è ulteriormente degenerata in seguito ad una serie di attacchi ai villaggi intorno alla cittadina di Chigubo.
Lo stesso Frelimo ha interesse a non attirare sul Mozambico l’attenzione del mondo: il timore è perdere parte degli investimenti esteri di cui gode dal 2003. Investimenti che si “giustificano” per la presenza di ricche risorse naturali, energetiche e minerarie. La rinascita di un conflitto armato spingerebbe le multinazionali che hanno investito in Mozambico a cercare progetti altrove, danneggiando irrimediabilmente l’economia del Paese, uno con il più alto tasso di crescita del continente africano.
Dunque, come dicono gli analisti, “una crisi a bassa intensità”. Ma la domanda è: fino a quando durerà? Perchè sono migliaia i mozambicani che attraversano il confine con il Malawi per cercare scampo nei campi profughi al di là del confine. La popolazione, terrorizzata dalle violenze sia dei ribelli che delle forze governative, abbandona città e paesi, piuttosto che affrontare un’altra guerra civile.
Già, la guerra civile.
Il Mozambico ha un passato di colonia portoghese.La guerra inizia nel settembre 1964 e finisce nel settembre del 1974 con un cessate il fuoco; cui segue, nel 1975 una negoziata indipendenza. Il conflitto nasce come reazione allo sfruttamento delle popolazioni indigene e della loro discriminazione da parte dei portoghesi. A imitazione dei molti movimenti nazionalisti di successo diffusi un po’ in tutta l’Africa dopo la seconda guerra mondiale, anche i mozambicani diventarono nazionalisti. I portoghesi rispondono con una sempre più numerosa presenza militare. La formazione di una organizzazione di guerriglieri, il Frelimo, sostenuta da URSS Cina e Cuba, comincia una guerriglia che dura dieci anni. Il Portogallo rinuncia ai possedimenti africani solo quando, sotto l’incalzare della cosiddetta “rivoluzione dei garofani” il regime fascista che di Lisbona cede il passo a una repubblica democratica. Ma in Mozambico guerriglia e tensioni perdurano, perchè al Frelimo si oppongono i guerriglieri della Renamo, sostenuti dal Sud Africa pre-Mandela.
Tracciato sommariamente il contesto, veniamo al film, “Comboio de Sal e Açucar”, del regista Licinio Azevedo.
La storia è ambientata nel 1989. Il Mozambico è distrutto dalla guerra civile. Il treno che collega Nampula al Malawi è l’unica speranza per coloro che sono disposti a rischiare la vita pur di barattare qualche sacco di sale con lo zucchero. Il viaggio è pericoloso, è un lento procedere lungo i binari guasti per atti di sabotaggio. Mariamu, una delle viaggiatrici più assidue, compie il tragitto insieme all’amica Rosa, un’infermiera diretta verso il suo nuovo ospedale, alla prima esperienza di vita in guerra; ci sono poi il tenente Taiar, che non conosce nulla al di fuori della vita militare, e un altro soldato, Salomão.,con cui non fa altro che litigare.
Se l’nizio è costituito da un orologio che non segna più l’ora, e la cinepresa, si dilunga in una esasperata lentezza, richiamandosi al “C’era una volta il West” di Sergio Leone, poi si “scivola” in “Ombre Rosse” di John Ford: il treno è una “folla” di marginali, operai, guardati a vista da militari; donne, anziani, bambini.
Non ci sono i pellerossa; al loro posto i guerriglieri; e il “nemico” non sono solo loro. Le donne per esempio si devono difendere dalla rabbia e dagli istinti dei militari che le dovrebbero difendere; e pero’ non mancano le tenere storie d’amore, e proprio come in “Ombre Rosse”, ecco che vengono alla luce dei bambini… La strada da percorrere è lunga e pericolosa, settecento chilometri di sangue e di morte.
Il regista Azevedo ha l’accortezza di mostrare una realtà dura senza forzare i toni, potrebbe comodamente fare leva su scene da grand guignol, ma si rende conto che sarebbe operazione alla fine controproducente; un inseguire unêffimera audience senza reale costrutto. Preferisce raccontare la sventura di un popolo defraudato dei propri sogni, derubato delle proprie speranze; un misto di composta indignazione e di dolente melanconia.
Una piccola “scheda” sul regista: Licinio Azevedo è uno scrittore e cineasta mozamicano. La sua carriera comincia come giornalista; collabora poi con Ruy Guerra, Jean-Luc Godard, Jean Rouch all’Istituto Nacional de Cinema mozambicano negli anni immediatamente successivi all’indipendenz del suo paese. Il suo primo film è del 2003, “Disobediencia”; segue “Hospedesda Noite” del 2007, e “Virgem Margarida”, del 2012. 
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