Il governo in confusione. Per rinnovare i contratti pubblici non ci sono le risorse. I sindacati scoprono i trucchi. Gli “annunci” di Renzi solo un bluff

Il governo in confusione. Per rinnovare i contratti pubblici non ci sono le risorse. I sindacati scoprono i trucchi. Gli “annunci” di Renzi solo un bluff

Il governo è in confusione. Il contratto dei dipendenti pubblici, il costo di sette miliardi annunciato dai sindacati per rinnovarlo dopo sei anni, l’ha mandato in tilt. Cgil, Cisl e Uil avevano accolto positivamente il fatto che Renzi Matteo avesse invitato al tavolo di confronto aperto finalmente con i sindacati, ma da lui sempre rifiutato, i ministri per discutere il programma di politica economica e sociale. Discutere, non contrattare ciò che poi lui decideva. I sindacati avevano accolto positivamente l’apertura del tavolo, gli incontri con i ministri Poletti, Madia, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Nannicini.

Il tavolo di confronto con Cgil, Cisl, Uil. Dai contratti alle pensioni niente di concreto

Certo non c’erano da fare salti gioia, la ministra aveva annunciato che per rinnovare il contratto scaduto da sei anni per i più di tre milioni dipendenti pubblici erano disponibili solo 300 milioni. Ma Renzi aveva corretto il tiro, “molti di più”, ma nessuna cifra concreta. Diceva Camusso che con quella somma non c’era neppure da bere un caffè. Poletti e Nannicini, sulla flessibilità delle pensioni, non dicevano molto di  più, proponevano l’Ape, il prestito ventennale che avrebbero dovuto chiedere i lavoratori che volevano andare in pensione tre anni prima. Soldi per intervenire, diceva Poletti, saranno rilevanti. Nannicini, il cane da guardia di Renzi, si limitava a dire che sarà una cifra importante. Addirittura, la segretaria generale della Cisl, Annamaria Furlan, organizzazione che ha raccolto più di centomila firme per il sì al referendum facendo un grande favore a Renzi, annunciava che ormai c’era l’accordo e che a settembre si firmava. Grande successo per il premier, notizia in primo piano in tutti i tg, quelli pubblici in particolare, ad ogni ora del giorno, della sera e della notte. I media con titoloni a tutta pagina. Molto più cauti Camusso e Barbagallo, Cgil e Uil. Il premier comunque aveva ottenuto ciò che, con l’apertura del tavolo e con gli impegni annunciati, si era ripromesso.

Le tante promesse del premier rilanciate dai media si sgonfiano

Recuperare fiducia, in netto calo, le elezioni amministrative insegnano, affrontare in grande spolvero la campagna referendaria, un voto per il sì, questo lo scambio proposto, vecchio stile ma va tutto bene, in cambio di un programma di interventi  di natura sociale, dalle pensioni, al bonus che i pensionati non hanno mai avuto, alla flessibilità, ai lavori usuranti, l’assegno ai giovani per comprare libri o andare al cinema, al teatro, interventi per combattere la povertà, mettendo nel calderone anche i 500 milioni di euro, presunti, che verrebbero risparmiati con la abolizione del Senato come è oggi. Fatti i conti, infatti, si tratta solo di 50 milioni di euro. Ma che vuol dire. E poi la riduzione delle tasse, interventi per le imprese, soldi per l’acquisto dei macchinari, rifinanziamento del jobs act. C’era anche da intervenire per salvare il Monte dei Paschi. I cittadini potevano stare tranquilli, non avrebbero sborsato un euro. E tante altre cose.

La realtà dell’economia italiana. La crescita non c’è, la deflazione invece sì

Renzi annunciava che l’economia andava bene, che ormai la ripresa era consolidata, che l’occupazione era aumentata, che le banche erano solide, che la produzione era in ripresa, così i consumi, l’export aveva ripreso a tirare. Andate in vacanza tranquilli. I bocconiani che si è portato dietro a Palazzo Chigi potevano consigliargli, come si dice, calma e gesso. Tutti gli indicatori economici non andavano nella direzione di cui Renzi si vantava, siamo noi che trainiamo l’Europa. E annunciava  che aveva invitato a Ventotene Merkel e Hollande per rilanciare l’Europa unita. Ne abbiamo tutti i titoli, affermava. E se ne andava a Rio per l’inaugurazione delle Olimpiadi. Petto gonfio, mascella tirata, faceva capire a tutti che quelle del 2024 ci spettavano di diritto.

Passano pochi giorni, questa volta i dati Istat non lasciano adito a interpretazioni. Il prodotto interno lordo si ferma, anche quei pochi decimali cui si attaccavano Renzi e Padoan scomparsi, deflazione in grande spolvero. Ci mancano circa trenta miliardi per mantenere gli impegni con la Commissione europea. L’economia si sgonfia, cresce il debito pubblico, non tiene il rapporto deficit, in aumento, Pil. Che fare? Chiedere più flessibilità. Ma già c’è stata concessa.

La legge di stabilità da approvare a ottobre.  Priorità, evitare l’aumento dell’Iva

A metà ottobre deve essere scritta la legge di stabilità. Entro dicembre dovrà essere presentata. Che fare? Cominciano a circolare ipotesi, il “programma fantastico” di Renzi Matteo non regge. La prima cosa da fare è evitare l’aumento dell’Iva. Sarebbe un disastro. Bisogna partire dalle misure che evitino l’aumento delle imposte e che sostengano l’industria riducendo la pressione fiscale alle imprese. Poi con quello che resta c’è il contratto del pubblico impiego. Così dice il sottosegretario all’economia, Zanetti, quello che viene mandato in avanscoperta nelle situazione difficili: “Mica si può far precedere l’iniziativa sulle pensioni rispetto a quelle della crescita”.

Allarme dei sindacati, fanno i conti e rilanciano per il contratto degli statali

I dirigenti di Cgil, Cisl, Uil capiscono al volo qual è l’aria che tira e rilanciano subito. Rinnovare il contratto del pubblico impiego è un obbligo. La Corte costituzionale ha dichiarato illegittimo il blocco da agosto del 2015 escludendo la retroattività che, si è detto negli ambienti del governo quando è uscita la sentenza, avrebbe provocato una voragine nei conti dello Stato. Cgil, Cisl, Uil entrano in fibrillazione, fanno i conti, per un dignitoso rinnovo del contratto servono sette miliardi. Sembra una bomba, i media renziani scoprono l’acqua calda, non possono tacere. Domanda: ma la ministra Madia quando ha incontrato Cgil, Cisl, Uil conosceva il costo del rinnovo? Come ha fatto a proporre trecento milioni di euro. Renzi era informato ?

Gentile (Cgil). Facile fare  i conti. Un lungo  e difficile cammino per aprire  una vera trattativa

“L’avvocatura dello Stato – dice Michele Gentile, coordinatore del Dipartimento  Pubblica amministrazione della Cgil – ha calcolato in 35 miliardi il blocco della contrattazione. Basta fare un semplice calcolo e vengono fuori i sette miliardi. C’è da tener conto che si tratta del lordo, che gli aumenti contrattuali  vengono  divisi in tranche da far entrare nella busta paga in tempi diversi. Ma  anche con quei 7 miliardi e mezzo di cui si è parlato, non ci siamo proprio”. “Anche qui basta fare un conto prendendo per base i contratti privati, dividere per tre milioni e passa di persone – prosegue –  si vedrà che siamo alle briciole. Se poi si seguisse la proposta della ministra Madia di privilegiare le fasce più basse degli stipendi si andrebbe sotto zero perché andrebbero  detratti gli 80 euro del bonus”.

Allora come se ne esce? “L’Aran, l’agenzia per la contrattazione del pubblico impiego non si occupa dei soldi da destinare al contratto. È il governo che deve dare l’indicazione sulle risorse. Se non c’è, l’Aran non può aprire la trattativa. Dai nostri conti risulta che il mancato rinnovo è costato al singolo lavoratore una perdita di almeno 212 euro al mese. La situazione – prosegue Gentile – è molto difficile, complessa. La legge di stabilità dovrà prevedere il quantum. Dovrà essere approvata definitivamente entro dicembre. Di mezzo c’è’ l’incognita referendum. Una trattativa seria si può aprire dopo l’approvazione del Testo unico che ridisegna la pubblica amministrazione”. “Previsioni mi chiedi? Sarà un 2017 molto difficile, non solo per il contratto che riguarda più di tre milioni di persone. Molto impegnativo per Cgil, Cisl, Uil. Il contratto è da fare. Per questo abbiamo messo da subito le mani avanti, prima di ritornare al tavolo. Il rinnovo dei contratti non è solo un diritto dei lavoratori. È parte fondante della politica economica e sociale. Questo è il punto. Da qui dobbiamo partire”, conclude Gentile.

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