Germania. In attesa della “Dichiarazione di Berlino” si apre il dibattito sulle norme antiterrorismo

Germania. In attesa della “Dichiarazione di Berlino” si apre il dibattito sulle norme antiterrorismo

Il ministro degli interni federale Thomas de Maizière (CDU) ha intenzione di convocare a Berlino, tra il 18 e il 19 agosto, i propri omologhi dei vari Länder afferenti al suo stesso partito, ovvero all’Unione di CDU e CSU, per stabilire una serie di misure da adottare per far fronte alle questioni di sicurezza emerse con gli attentati di luglio a Würzburg e Ansbach. Come è ormai consuetudine, si stanno già diffondendo indiscrezioni su quella che dovrebbe essere la “Dichiarazione di Berlino” della prossima settimana, aprendo il dibattito su alcune possibili norme come l’abolizione della doppia cittadinanza o il divieto del burka. Tuttavia, la questione del terrorismo e della sicurezza interna pare anche vincolata alle prossime scadenze elettorali: le consultazioni a Berlino e nel Meclemburgo-Pomerania a settembre.

La Germania sta indubbiamente attraversando una profonda crisi interiore o, per meglio dire, parrebbe essersi appena risvegliata malamente da un lungo sonno. Nell’odierna fase di recrudescenza del terrorismo islamico in Europa – che ha sconvolto, a partire dal gennaio del 2015, la vicina Francia e il vicino Belgio – i tedeschi si ponevano soprattutto una domanda: perché questi attacchi e questa violenza non colpivano anche loro? Delle ragioni sussistevano certamente e chiamavano in causa considerazioni molto diverse tra loro, che andavano dal basso profilo adottato nelle missioni militari all’estero fino alla relativa diffusione del benessere economico. Inoltre si riteneva, a torto o a ragione, che una disposizione “umanitaria” verso le più recenti crisi dei profughi potesse disinnescare i possibili focolai di conflitto da queste stesse addotti.

Questa pia illusione si è dissolta di colpo nelle ultime settimane di luglio, lasciando il paese in un crescente stato di preoccupazione. Il dibattito sulla sicurezza interna si è infiammato rapidamente, coinvolgendo subito la politica adottata dal governo federale nella gestione dei flussi migratori dall’Africa e dal Medio Oriente. Tuttavia, se volessimo osservare razionalmente la situazione, le attuali reazioni della politica parrebbero quantomeno esagerate – se non, addirittura, isteriche. I due attentati di matrice islamica che hanno interessato il paese (ovvero la bomba ad Ansbach e l’accoltellamento sul treno a Würzburg) sono costati la vita soltanto agli stessi attentatori, mentre – al di là della tragedia sfiorata – un confronto con gli eventi occorsi nel resto d’Europa farebbe apparire il terrorismo in Germania come una triste parodia di quello francese o belga.

Eppure il paese si sente ferito e vulnerabile. Ne è una valida testimonianza il passo intrapreso dal ministro degli interni federale, Thomas de Maizière, per elaborare una serie di misure sul tema della sicurezza in concerto con i suoi omologhi – di carica e di partito – dei vari Länder: la cosiddetta “Dichiarazione di Berlino”, attesa per il 18-19 agosto.

Proibire il burka e la doppia cittadinanza sono misure contro il terrorismo?

Innanzitutto non risulta molto chiaro se questa “Dichiarazione di Berlino” sia da intendersi come un passo di alcuni ministri degli interni oppure come una mossa politica di CDU e CSU. A ben vedere si tratta di ambedue le cose, ponendosi quindi a metà strada tra l’adozione di concrete misure per la sicurezza e una dichiarazione programmatica in vista delle prossime consultazioni elettorali. Per il momento è inoltre prematuro parlare di proposte vere e proprie, dato che l’incontro non ha ancora avuto luogo e il dibattito si sta svolgendo attualmente solo sulle parole – date a guisa di suggerimento – di alcuni ministri degli interni dell’Unione.

Tali indiscrezioni sono però bastate a sollevare un certo polverone e a richiamare le critiche del partner di alleanza socialdemocratico. In particolare, la “Dichiarazione di Berlino” potrebbe sollevare alcune questioni spinose e – stando ai detrattori – ben poco collegate alla sicurezza interna. In primo luogo è stata proposta una proibizione del burka e delle coperture integrali del volto. L’assunto è semplice ma anche fragile: il terrorismo è strettamente legato al fondamentalismo islamico, e il burka è un simbolo di tale fondamentalismo. Proibire il burka sarebbe quindi un modo per colpire quella versione intransigente dell’Islam da cui provengono i fenomeni terroristici. Tuttavia il legame con il problema della sicurezza è oltremodo labile: per quanto la copertura totale del corpo possa garantire l’inconoscibilità ed essere, dunque, uno strumento per compiere attentati, è altrettanto vero che non un solo atto di violenza in Europa è stato compiuto da una donna (o un uomo) celata sotto un burka. Inoltre si tratterebbe di un’arbitraria riduzione del problema della sicurezza a quello dell’islamismo, difficilmente conciliabile con una realtà dei fatti dove il più sanguinoso degli attacchi di luglio (quello al centro commerciale di Monaco) non era minimamente dovuto a una qualsiasi matrice islamica.

Una seconda proposta controversa riguarda invece l’abolizione della doppia cittadinanza. L’argomentazione è, in questo caso, altrettanto semplice quanto apparentemente partorita da un redivivo Junker del XIX secolo: la doppia cittadinanza creerebbe un conflitto di lealtà tra quella verso la Germania e quella verso il paese di origine. Non diversamente dalla questione del burka, tuttavia, viene da chiedersi cosa c’entri la questione della doppia cittadinanza con quella del terrorismo. La doppia cittadinanza, infatti, è stata introdotta in Germania per agevolare l’integrazione della comunità turca arrivata come forza lavoro nella seconda metà del secolo scorso. Nella quasi assoluta maggioranza sono proprio i figli dei migranti d’allora a usufruire di un doppio passaporto. Fino a prova contraria, nessun turco-tedesco ha commesso attentati in Germania. La proposta parrebbe quindi essere stata sollevata per un secondo fine, totalmente scollegato dai problemi della sicurezza interna e invece rivolto alla più recente situazione internazionale: è, in altre parole, una minaccia alla Turchia di Erdogan, con cui la Germania è impegnata in un serrato confronto già da prima del fallito putsch militare.

Medici e militari, questioni inutili o incostituzionali

Infine hanno fatto da corollario alle indiscrezioni sulla prossima “Dichiarazione di Berlino” alcune ulteriori proposte meno eclatanti ma altrettanto controverse. Si invoca, ad esempio, una restrizione dei doveri di riservatezza dei medici, per la quale i dottori sarebbero autorizzati a riferire alle autorità eventuali elementi dei colloqui con i loro pazienti, se questi possono essere utili al mantenimento della sicurezza interna. La questione è comunque oziosa e parrebbe sollevata più per spirito “interventista” che per una concreta necessità normativa, poiché il diritto tedesco prevede già la possibilità di contravvenire al silenzio professionale quando ciò «è necessario alla difesa di un bene giuridico di alto valore» e, soprattutto, quando ne va dell’incolumità di altri esseri umani.

Ben più preoccupante, almeno in una prospettiva di lungo periodo, è la questione delle forze di sicurezza. Se quasi tutte le frange politiche sono d’accordo nella necessità di potenziare sia gli organici che i finanziamenti della polizia, dalla CDU/CSU si sta levando la richiesta di una revisione della costituzione per permettere all’esercito di operare sul suolo nazionale. Come prodotto della disfatta del Reich millenario e della volontà di rendere legalmente impossibile l’imposizione di un nuovo regime totalitario, la costituzione tedesca vieta esplicitamente l’impiego della Bundeswehr all’interno. Esistono certamente delle eccezioni, e le forze armate tedesche possono essere impiegate come “manovalanza” in caso di emergenze umanitarie – come l’accoglienza ai profughi o il soccorso durante eventi cataclismatici. Tuttavia la Bundeswehr non può operare in luogo o a fianco della polizia.

Ancora una volta pare che la CDU/CSU stia sfruttando la paura del terrorismo per portare avanti un progetto politico di lungo respiro. La ministra della difesa Ursula von der Leyen è infatti impegnata da anni in una rivalutazione delle forze armate che – per la prima volta dalla fine della Seconda guerra mondiale – dovrebbero assumere nuovamente un ruolo di spicco nella politica tedesca. Già da più di un anno è stata intrapresa una vasta campagna di reclutamento e di ammodernamento degli armamenti – in particolare il fucile d’ordinanza G36 – mentre è continuamente all’ordine del giorno il dibattito sulla partecipazione della Bundeswehr alle missioni internazionali. Quali che siano le intenzioni dell’Unione e di von der Leyen, risulta in ogni caso abbastanza difficile comprendere come mai un paese che vanta una delle più efficienti polizie al mondo debba voler ricorrere al supporto dell’esercito per garantire la sicurezza interna.

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