Festival di Locarno. Afghanistan, Egitto, Siria, quando il Cinema è impegno civile

Festival di Locarno. Afghanistan, Egitto, Siria, quando il Cinema è impegno civile

     Locarno. Venuto a un festival del cinema che da sempre fa del cosmopolitismo e dell’apertura anche fuori degli schemi tradizionali la sua bandiera, la curiosità era, tra le altre, che tipo di cinematografia quest^’anno si sarebbe riusciti ad accogliere, espressione di realtà difficili e tormentate. Per intenderci: cosa pué venire da paesi come Afghanistan, Egitto, Siria? Grande assente, la Turchia. Per questa edizione, e probabilmente non è un caso, non offre nulla.

   L’Afghanistan, dunque. E’ presente con un “Wolf and Sheep”, una co-produzione afganp-franco-svedese. La regia è di una donna con nome impronunciabile: Shahrbanoo Sadat. La freschezza e insieme la maturità di una ventiseienne, questo su o film, racconta l’amicizia tra una ragazzina e un pastore coetaneo, entrambi emarginati dalla comunità rurale in un piccolo villaggio del centro Afghanistan, Shahr. E’ lo stesso villaggio dove la regista è cresciuta: “Dove i giovani pastori devono obbedire a regole ferree ed arcaiche, bisogna sorvegliare le greggi, i ragazzi devono stare ben lontani dalle ragzze. I maschi tengono lontani i lupi con le fionde, noi ragazze si fumava di nascosto”. Nel film le ragazze giocano alla sposa, fantasticano su chi verrà a sposarle, prendono in giro la piccola Sediqa, che ha fama di maledetta. Anche l’undicenne Qodrat ha una cattiva fama, perchè la madre si è risposata con un uomo che ha già due mogli; cosi’ Sediqa e Qodrat fanno causa comune, e insieme diventano “grandi”. Ci sono risvolti biografici? Senz’altro. In quel piccolo villaggio ci ha vissuto sette anni, e cosi’ ha voluto mostrare lÂfghanistan che ha conosciuto e che al cinema non si vede. Anche Shahrbanoo Sadat da ragazzina patisce l’isolamento; si salva trasferendosi a Kabul; li’ incontra il cinema, studia regia, viaggia. Dopo che un suo progetto viene selezionato, nel 2010, trascorre cinque mesi a Parigi, con altre cinque registe originarie della Cina, dell’Africa, latino-americane: “Ci hanno anche dato un badget per l’accesso libero a tutti i cinema della zona. Ho visto centinaia di film”. Quella dell’Afghanistan è una realtà dura, difficile, in generale; e con le donne in particolare: “Tutti parlano di guerra, io voglio esprimere la mia visione, raccontare vite ordinarie. Le cose si cambiano anche in questo modo”.

   L’Egitto, ora. “Akhdar yabes” del regista Mohammed Hammad racconta la storia di Iman, una giovane donna tradizionalista a conservatrice. Alla morte dei genitori deve prendersi cura della sorellina Noha; quando quest’ultima riceve la proposta una matrimonio, Iman è tenuta a chiedere agli zii di incontrare il pretendente e la famiglia di lui, perchü secondo la tradizione per siglare un accordo matrimoniale è necessaria la presenza di un uomo dalla parte della sposa. Ma Iman non ci sta…

   E’ il primo lungometraggio di Hammad. Un film a doppia dimensione: Iman esce di casa, ed ecco la città moderna, brulicante di vita, apparentemente proiettata sul mondo e le sue innovazioni. Chiusa la porta di casa, la tradizione piu’ rigida, che non sente ragioni, ortodossa e miope. E infine, un liberatorio “basta”. Iman conduce la sua personale battaglia di donna che guarda in faccia i propri sogni infranti e reagisce, per sottarre la sorella a quello che è stato il suo destino.

   Ugualmente “liberatorio” “Al ma’ wal Khodra wal Wajh El Hassan”, di Yousry Nassllah. Si racconta di Yehia e dei suoi figli Refaat e Galal, che gestiscono una società di catering specializzata in ricevimenti. La nipote Karima è promessa sposa a Refaat, ma lei ama un altro. E anche Refaat in realtà è disinteressato a Karima, essendo innamorato di Shadia, donna divorziata, appena tornata dagli Emirati Arabi. Anche Shadia è attratta da Refaat, ma è molto piu’ grande di lui, e non c’è solo l’età, ma anche il rango sociale, a far la differenza. Non parliamo poi di Galal, in passato marito della sorella di Karima, e che perde la testa per ogni ragazza che incontra. Nel corso di una festa (di matrimonio, ovviamente) tutti i nodi arrivano al pettine.

   Yousry Nasrallah, con il suo primo film, “Sarikat sayfaye, del 1988, è considerato uno dei protagonisti della nscina della cinematografia egiziana; sono poi arrivati “Marcides”, “El Medina”, “Ehky ya Scheherazade”, quest’ultimo presentato a Locarno nel 2009. “Film apertamente militanti”, dice. “Io sono nato sotto una dittatura, e ancora ci vivo. Sono un sovversivo, perchè la dittatura mi è nemica. Con quest’ultimo film affino il mio dire politico. Metto in scena una commedia allegra, alla maniera di Hollywood, ma è una satira verso al Sisi, il presidente-dittatore dell’Egitto”. Con relativa leggerezza, a un certo punto si assiste all’evirazione di un giovane, “colpevole” di amare una ragazza destinata ad altri. Riferimenti a fatti e situazioni dell’oggi sono, evidentemente, voluti e cercati; e come non pensare, anche se il contesto è tutt’altro, al caso Regeni?

   Infine, “300 Miles” del siriano Orwa Al Mokdad; nasce giornalista. Lavora per varie testate siriane e arabe, dll’inizio della guerra che sconvolge il paese è corrispondente per “Al Jazeera” e per la “BBC”, viene insignito del Semir Kassir Award per la libertà di stampa.

   “300 Miles” offre uno sguardo inedito sulle sorti della martoriata Siria. Orwa al Mokdad intraprende un viaggio da Daraa, nella Siria medidionale, fino ad Aleppo, nel mord del paese. Non è la prima volta che racconta Aleppo. Già anni fa, nel 2013 e nel 2014 è stato testimone della tragedia che si consuma in quelle terre, e l’aveva mostrata con un cortometraggio, “Being Good so Far”. Lui si presenta cosi’: “Sono di Deraa ma sono cresciuto a Damasco. Ho lavorato come giornalista e scrittore. Come ogni siriano, ho partecipato alla rivoluzione sin dall’inizio: ho filmato le manifestazioni a Damasco e anche a Deraa. Per questo mi hanno imprigionato nel carcere di Al Mazzah, a Damasco. Quando mi hanno rilasciato, ho capito che i media arabi e quelli internazionali non mostravano quello che stava succedendo in Siria. Mostravano solo quello che gli faceva comodo. Così ho deciso di girare un film su quello che stava succedendo, su quello che stavo vivendo sul posto. Ho lasciato la Siria nel 2012 per questioni di sicurezza, prima verso Amman, poi sono andato a Beirut. Con la liberazione di Aleppo sono tornato in città e ho girato la prima parte del documentario: è stato toccante riprendere i volti delle persone, dei soldati dell’esercito siriano libero, vedere la gioia delle persone”. Ora c’è “300 Miles”, la prosecuzione ideale di “Being Good so Far”. Per ricordare a tutti noi che la tragedia continua.

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