Festival del Cinema di Locarno. Un primo bilancio: AAA cinema italiano cercasi

Festival del Cinema di Locarno. Un primo bilancio: AAA cinema italiano cercasi

A poche ore dalla conclusione della 69esima edizione del Festival Internazionale del cinema di Locarno, si può azzardare qualche riflessione che riguarda lo stato di salute del nostro cinema. Si sta parlando di un Festival che si tiene in Canton Ticino, un’ora di automobile da Milano, facilmente raggiungibile, dunque, e anche attraverso i treni, ben collegato. D’accordo, è “stretto” tra due festival ritenuti più prestigiosi, la “Palma” di Cannes e il “Leone” di Venezia sono sicuramente più ambiti, e dunque più frequentati dai cineasti italiani. Ma Locarno è perlomeno pari a Berlino; e dunque a cosa si deve la sostanziale “disattenzione” del cinema made in Italy? Anche a livello “istituzionale”, se così si può dire. Da quando frequento il Festival, e ormai sono venticinque anni, ricordo solo una “puntata” di Walter Veltroni, da ministro dei Beni Culturali, in occasione di un’ampia retrospettiva dedicata a Marco Bellocchio; e una di Vittorio Sgarbi, quand’era sottosegretario alla Cultura, di uno dei governi Berlusconi. Per il resto, deserto…

Per restare a quest’anno: sfoglio il catalogo, ricco di “presenze”: ci sono pellicole che vengono dai lontani Afghanistan, dal Bangladesh, dall’Egitto; e ancora: Mozambico, Libano, Siria… Realtà difficili, e “prodotti” spesso ingenui, “poveri”, che però raccontano con coraggio (e spesso sfidando mille ostacoli, difficoltà, censure), la realtà dei loro paesi… E l’Italia? E’ presente con appena sei lavori; salgono a dieci se si considerano altri quattro film (“A cavallo della tigre”, “Il conformista”, “La mala ordina”, “Suspiria”, “Lo chiamavano Trinità”), che vengono proiettati però a margine del festival, nell’ambito degli “omaggi” resi a Stefania Sandrelli, Mario Adorf. Dario Argento e Bud Spencer.

Significherà pur qualcosa, comunque, il fatto che la sera, nella splendida cornice della Piazza Grande dove si accalcano alcune migliaia di cinefili, siano proiettate pellicole francesi, tedesche, statunitensi, portoghesi, britanniche, malesi, indiane, ma nessuna italiana. Le presenze effettive della nostra cinematografia sono limitate, dunque a “Festa”, “Il nido”, “L’amatore”, “La natura delle cose”, “Mister Universo”, “Valparaiso”. “Festa”, quaranta minuti di Franco Piavoli racconta di una festa in un villaggio di campagna. Ognuno festeggia il santo come può, come sa: il vecchio infermo, il ragazzo con problemi di identità, la donna sola che invidia i due fidanzati innamorati, i ricchi, i poveri, chi ha, chi non è… Didascalico, la sua forza è appunto in questo suo apparire apparentemente dimesso. Racconta di disagi e solitudine. Certo, non è allegro, e la festa alla fine è tutt’altro che festa. Ma c’è un’idea di fondo, ed è sviluppata con dignità non consueta.

“Il nido” è una co-produzione italo-svizzera. Klaudia Reynicke ne cura sceneggiatura e regia. Racconta di una ragazza che torna nel paese di origine, dove il padre è sindaco. Anche qui, lo sfondo è una festa; arrivano pellegrini, turisti, e un misterioso Saverio, che con la sua presenza destabilizza l’apparente armonia del paese; e ce n’è di che, visto che riemerge il “segreto” di un crimine collettivo commesso una quarantina di anni prima. Anche qui, un lavoro di un certo spessore e intensità; coraggioso, per molti versi. Molti gli attori italiani, però, chissà: senza la “componente” svizzera il film non avrebbe mai visto la luce.

“L’amatore”, di Maria Mauti (che ne cura anche la sceneggiatura), riporta a memoria la figura di Piero Portaluppi, architetto in auge durante il ventennio fascista, poi come dimenticato. Uomo di potere, lo vive con “leggerezza” ed evidente disincanto: la stentorea retorica del regime è sullo sfondo, si intuisce più che vedere; e tutto è intriso di malinconia: come se l’architetto sia consapevole che proprio nel momento di massimo fulgore, c’è, ineluttabile la crisi di un’epoca, condannata al declino senza possibilità di scampo.

Eccoci ora a “La natura delle cose”, di Laura Viezzoli, che cura la regia, la fotografia e la sceneggiatura. E’ forse la pellicola più interessante: un “viaggio” in quel difficile, arduo periodo della nostra esistenza che è il fine vita. La Viezzoli per un anno ha realizzato incontri e dialoghi con il protagonista, malato terminale di Sclerosi Laterale Amiotrofica. Protagonista, se così si può dire, l’occhio. Quando il corpo manca, i muscoli si irrigidiscono, la parola e lo stesso respiro sono preclusi, è l’occhio che “rivela” la vita, l’azione del pensiero, la lotta contro i nulla. Un Angelo Santagostino, che non chiede commozione, e per questo più ancora strazi, è il protagonista di questo “viaggio” con e nella SLA, una sorta di astronauta verso un universo sconosciuto e misterioso; il viaggio con l’ausilio di speciale tastiera di computer che grazie a un puntatore oculare interpreta il movimento degli occhi, la possibilità stessa dell’espressione. Trasforma parole in stelle. Ci guarda, alla fine, il pacato: “La terra è finita”.

“Mister Universo”, a doppia regia, Tizza Covi e Rainer Frimmel, racconta di Tairo, giovane, infelice domatore di leoni. Un giorno perde il portafortuna che gli aveva regalato Arthur Robin, ex mister Universo. Quella “perdita” è il pretesto per andarlo a cercare, e alla sua ricerca ecco un viaggio in quell’Italia minore e trascurata che c’è, e tuttavia raramente fa “notizia”. Infine “Valparaiso”, anche questa una doppia produzione, italo-spagnola; il regista è Carlo Sironi. In venti minuti si racconta la storia di Rocio, una ventenne rinchiusa in un centro di identificazione ed espulsione di Roma. Rocio è incinta, ma non vuole rivelare né come sia accaduto, né chi sia il responsabile di quella gravidanza, e anzi se ne vorrebbe “liberare”. Quando si accorgono del suo stato, la ragazza viene liberata con un permesso di soggiorno temporaneo per maternità. E qui, cominciano i problemi: libera, una gravidanza non voluta, nessuna possibilità di andare avnti, nessun luogo dove andare…

Sei opere che si vorrebbe destinate a un successo non solo di critica, ma anche di pubblico: per premiare come sarebbe giusto, i loro autori; e per sottrarre le loro opere a ristrette cerchie di “amatori”. Ma sarebbero necessarie distribuzioni coraggiose, e adeguati “sostegni” e promozioni che a quanto pare verso “altro” sono dirottati. Basterebbe poco, in fondo. Una maggiore attenzione a festival come questi da parte di enti ed istituzioni; che però vediamo e sappiamo sensibili ad altro. Il risultato, chiunque ha occasione di frequentare qualche cinema, lo ha – letteralmente – sotto agli occhi…

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