Considerazioni semiserie (ma non così tanto) su due giorni di dibattito referendario

Considerazioni semiserie (ma non così tanto) su due giorni di dibattito referendario

Referendum costituzionale, di tutto, di più. Se vi fossero ancora dubbi sulla torsione neoautoritaria impressa da Matteo Renzi, quanto è accaduto in queste 48 ore avrebbe il merito di dissiparli. È neoautoritarismo soft, col sorriso, iperdinamico, che usa il metodo della doppia verità, sempre, quella pubblica, demagogica, e quella privata, un po’ più vicina alla realtà dei fatti. D’altro canto, il renzismo ormai abbiamo imparato a conoscerlo in due anni di pessimo governo.

Andiamo con ordine. Il quotidiano La Stampa, in un articolo a firma di Fabio Martini, esce con una indiscrezione non smentita (ma forse, appunto per questo, ventilata dalle astute armate della comunicazione governativa) sulla data prevista per la celebrazione del referendum: domenica 27 novembre. Eravamo partiti dal 2 ottobre, poi, no, posticipiamo, c’è Roma-Inter all’Olimpico. Proviamo magari col 16 ottobre: siamo impazziti? C’è Roma-Napoli. Ecco, il 6 novembre potrebbe andar bene, non ci sono partite di rilievo, si può fare uno sforzo. Ma siamo ammattiti? C’è il martedì della Clinton, metti caso che il premier debba volare a Washington per tenerle la mano nelle ore dell’attesa. Magari il 13, il campionato è fermo, gli italiani, brava gente, pizza, birra e calcio, sarebbero felici di votare, questa piccola distrazione in una domenica annoiata. Ma siete matti, dicono gli esperti di Palazzo Chigi: così lo si perde il referendum, specie se poi la nazionale italiana si fa battere. Il 20 novembre? Non si può, c’è il derby di Milano, diventato ormai una specie di derby del sud-est asiatico, ma si gioca pur sempre a San Siro.

Spunta un assistente novello, col calendario: la data giusta potrebbe essere il 27, ma la Fiorentina gioca a Milano con l’Inter, e chi lo sente il sindaco Nardella? E però il 4 dicembre c’è il derby di Roma e Napoli-Inter. L’11 dicembre? Niente da fare, il derby di Torino, se il premier non va al Comunale (il Toro gioca in casa) si arrabbiano gli Agnelli. Il 18 dicembre? Peggio. Juventus-Roma allo Stadium, vogliamo distrarre gli italiani con le quisquilie costituzionali? Domenica 25 dicembre? Ecco, data perfetta, tanto il Bambin Gesù ha una linea preferenziale col premier, capirà. E poi, gli italiani si dicono cattolici, ma in fondo a messa non ci vanno nemmeno a Natale, meglio mandarli a votare. E se c’è maltempo? Allora sarebbe fantastico, così si eviterebbero le valli leghiste, già pronte a votare No. Ci sembra di sentirli i consiglieri di palazzo Chigi: allora è deciso? Sì, è deciso, 25 dicembre, referendum costituzionale.

Domandone finale del solito rompiscatole: secondo voi, la legge di bilancio sarà stata approvata per Natale? Sguardi ironici, sorrisetti, scrollatine dei colleghi. Ma certo, vuoi che non mettiamo la fiducia? E sarà una legge di bilancio molto sbilanciata: ai pensionati un bonus da mille euro; ai ragazzini che voteranno Sì, un bonus da 2000 euro, mentre a quelli che voteranno No un anticipo della bocciatura; a docenti e insegnanti un mega bonus da 5000 euro a tutti; ai dipendenti dello stato, la quattordicesima, la quindicesima e la sedicesima in una sola rata. E via dicendo: sarà la più bella legge di bilancio mai approvata, e gli italiani si ritroveranno con tanta manna dal cielo prima ancora di aver fatto vincere il Sì. E chi è il protagonista biblico della manna? Mosè. Chi definisce Renzi il novello Mosè? Graziano Delrio, attuale ministro delle Infrastrutture. E Renzi ricambia l’autorevole analogia chiamandolo Jetro, il notissimo suocero di Mosè.

Ora, Jetro-Delrio, suocero di Mosè-Renzi, ha lanciato un appello ai sindaci italiani invitandoli a votare Sì, perché se vincessero i No, allora sarebbe la catastrofe, la tempesta finanziaria, l’impoverimento generale (cosa volete che siano, oggi, 4milioni 600mila poveri? Bazzecole al confronto di quanto accadrà). Jetro-Delrio scrive: “Se prevalesse il No l’Italia tornerebbe dentro le sacche delle politiche di austerity e dovrebbe abbandonare gli spazi di flessibilità che il governo Renzi ha guadagnato sui tavoli negoziali europei”. Aggiungeteci eventi come le sette piaghe d’Egitto, come il terremoto di Messina e dell’Irpinia, come il crollo delle Borse a Wall Street nel 1929: tutta colpa di una eventuale vittoria del No. Quei diabolici fautori del No, costituzionalisti emeriti come Pace, Gallo, Onida, Rodotà, in realtà sono gli agenti segreti del maligno, i devastatori dell’Italia (pensate al crollo del Colosseo, se vincesse il No), della sua bellezza artistica, ambientale e architettonica. Altro che manna dal cielo, l’Italia sarebbe punita come lo furono Sodoma e Gomorra, per citare ancora la Bibbia.

E infine, a proposito di manna dal cielo, una parlamentare molto vicina a Mosè-Renzi, Alessia Rotta, confessa oggi con molto candore che le casse dei comitati del Sì sono strapiene, la manna è già scesa, per loro, grazie ai contributi dei ricchi dignitari di Confindustria, delle cooperative, delle banche, e dei gruppi parlamentari del Partito democratico. È un segno divino, per chi lo sa leggere. Vedete? Non abbiamo neppure dato inizio alla campagna elettorale, e già siamo ricchi. È bastata una telefonata. Naturalmente, Mosè-Renzi porterà come suo braccio destro nell’avventura referendaria, verso la terra del latte e del miele, suo fratello. Chi? Ma è ovvio, Aronne-Verdini.

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