Alcoa addio, in fumo centinaia di occupati. Parte lo smantellamento degli impianti

Alcoa addio, in fumo centinaia di occupati. Parte lo smantellamento degli impianti

Da Alcoa un fulmine a ciel sereno dopo l’estate ferragostana, come se l’azienda avesse voluto risparmiare ai suoi dipendenti una notizia che può rovinare non l’estate, ma la vita. Si tratta dell’annuncio, che pochi media hanno intercettato, di avvio delle procedure di smantellamento degli impianti di Portovesme. La comunicazione è ufficiale ed è affidata a Rob Bear, che ha guidato in prima persona la ristrutturazione degli impianti per poi orientarsi verso la chiusura. Stringata la sua nota ufficiale, che chiama in causa anche l’Esecutivo nazionale: “Abbiamo collaborato quasi quattro anni con il Governo italiano per trovare un acquirente idoneo per lo stabilimento. L’obiettivo è adesso proseguire con l’adempimento dei nostri obblighi e preparare il sito per attrarre nuovi business e creare opportunità di lavoro. La prima fase della riqualificazione ha riguardato la bonifica del sito iniziata a marzo 2016. Questa fase sarà ora affiancata da un processo di dismissione graduale, che avrà inizio entro la fine del 2016”.

Una vera e propria resa delle armi e un colpo durissimo all’occupazione di questa parte industriale della Sardegna. I conti sulle perdite occupazionali sono lì, nero su bianco e sono noti all’azienda, ai sindacati ed ai lavoratori, diretti e dell’indotto. Si tratta di una situazione di grave precariato che ormai va avanti da circa 4 anni, quando l’azienda poteva contare su 420 lavoratori diretti, circa 350 legati agli appalti, ed almeno 600 che ruotavano nell’indotto. Sul serbatoio della disperazione di Alcoa hanno scommesso in molti, ultimi l’ex Cavaliere ed ex presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, che nel gennaio del 2010 chiedeva di mantenere in Italia gli impianti di produzione dell’alluminio. “Se Alcoa non accogliesse l’invito – aveva detto il premier- c’è il rischio che si incrinino i rapporti tra Governo e multinazionale”. Nella lettera partita da Palazzo Chigi ed inviata al Presidente ed Amministratore Delegato dell’Azienda, Berlusconi chiedeva con estrema convinzione: “Conservare l’attività produttiva della multinazionale negli impianti italiani. Una scelta diversa da parte di Alcoa produrrebbe gravi crisi sociali in aree disagiate del Paese”. Matteo Renzi, invece, si è tenuto decisamente molto defilato dalla vertenza. Poco impegno e altrettanto poche prese di posizione, tranne delegare ad altri la gestione della triste vicenda. In buona sostanza, il presidente del Consiglio, non ci ha voluto mettere la faccia. Quello che è certo è il fatto che la multinazionale dell’acciaio e non solo, abbia incassato negli anni della crisi che l’hanno fatta naufragare almeno tre miliardi di rimborsi del prezzo dell’energia (grazie al pagamento in bolletta dei cittadini ndr) di aiuti di Stato. Ad oggi, però, malgrado tutto questo, non è ancora chiaro sino in fondo se su Alcoa scenda definitivamente la parola fine.

Il leader della Fim Cisl Marco Bentivogli, ha già invitato il Governo a chiedere ad Alcoa “una rettifica della posizione assunta”. “Invitiamo Glencore a comunicare immediatamente e una volta per tutte se acquisirà o meno lo stabilimento – incalza Bruno Usai dell’Rsu Alcoa e della segreteria della Fiom del Sulcis. E il 5 settembre, giorno fissato a Roma per l’incontro al Mise con Regione e sindacati, ci aspettiamo di sapere proprio questo dal Governo, se finalmente Glencore ha sciolto le sue riserve”. Perché, in caso contrario, spiega l’esponente della Rsu, “ci sono le condizioni per offrire il pacchetto ad altre società”. Pacchetto che comprende un costo dell’energia a 25 euro megawattora per dieci anni. “Ma bisogna fare presto – sottolinea ancora il sindacalista della Cgil – entro dicembre molti altri operai usciranno dalla mobilità”. Quanto alla decisione di Alcoa di abbandonare Portovesme, i metalmeccanici non si dicono per nulla stupiti. “Da quattro anni – spiega Usai – dichiara di voler andare via dall’Italia, siamo stati noi a impedirglielo con manifestazioni e pressioni continue su Regione e Governo”. Fino a ieri. E a questo punto, auspica il rappresentante della Fiom, “speriamo che la dichiarazione della multinazionale Usa serva ad accelerare i tempi in vista di una soluzione”.

Il senatore Luciano Uras di Sinistra Italiana afferma in un comunicato: “Quando si è ritenuto rilevanti alcune produzioni industriali per l’economia nazionale e delle Regioni interessate, soprattutto nel settore metalmeccanico e siderurgico, il governo ha adottato provvedimenti normativi e finanziari adeguati, affrontando con la dovuta decisione anche le necessarie trattative in ambito europeo. Ormai è necessario uscire da ogni ambiguità anche per le vertenze che riguardano la Sardegna. Il Sulcis-Iglesiente è da troppo tempo piegato in una crisi sociale, occupazionale ed economica insostenibile. Non appare in questo senso neppure appena sufficiente ad intaccare la profondità della crisi il c.d. piano Sulcis. Per queste ragioni è necessario promuovere al più presto il più autorevole coinvolgimento della maggioranza politica alla Regione e lavorare insieme a sindacati e lavoratori per uscire da una situazione veramente insopportabile. Abbiamo bisogno di un’azione forte e coerente della Regione e più rispetto da Roma.”

Comunque vadano le cose e gli atti di governo, sia nazionali che locali, i sindacati e il territorio sono pronti per riprendere la “lotta dura”. Anni di trattative serrate e di speranze in una soluzione che più volte erano ad un passo. Quattro anni duri soprattutto per i lavoratori dell’Alcoa – 420 diretti e 350 degli appalti, senza considerare l’ampio indotto (in questo momento 80 non hanno l’ammortizzatore sociale) – così unici nel manifestare il disagio anche attraverso proteste clamorose. L’ultimo a marzo, con i tre segretari territoriali di Fim, Fiom e Uilm, Rino Barca, Roberto Forresu e Daniela Piras, per giorni a 60 metri d’altezza su un silo dello stabilimento. Ma in passato gli operai hanno bloccato navi, l’aeroporto di Cagliari Elmas, e a Roma sono stati protagonisti di scontri con le forze dell’ordine (nella foto le menifestazioni di Roma ndr). Sempre per sollecitare il rispetto degli impegni assunti e per far ripartire gli impianti. Tutto questo potrebbe tornare d’attualità. Vista la distanza tra chi rischia di finire in ginocchio e chi passa giornate di tranquillità in Costa Smeralda, a Roma o dove i rumori di questa drammatica vertenza non arrivano. Va detto, infine, che una piccola, infinitesimale speranza ancora esiste ed è legata all’incontro programmato per il 5 settembre tra Governo e parti sociali e che avrà in agenda la scadenza degli ammortizzatori sociali per molti degli ormai ex dipendenti, sarà una trattativa in salita, visto che al momento non esiste alcuna possibilità per un subentro nell’attività industriale. Si tornerà all’ ‘Efim’, con una nazionalizzazione, o l’alluminio finirà per sempre lontanto dall’Italia? Per ora il Governo Guidato da Renzi, sembra lontano dal problema. Assente.

Share

Leave a Reply

Your email address will not be published.