Usa. Convention democratica. Obama consegna il testimone simbolico a Hillary Clinton. Inizia la vera, dura, campagna elettorale

Usa. Convention democratica. Obama consegna il testimone simbolico a Hillary Clinton. Inizia la vera, dura, campagna elettorale

Una parte di Barack Obama, nella serata del definitivo passaggio di testimone con Hillary Clinton, probabilmente non avrebbe voluto lasciare la presidenza, e forse sarebbe stata tentata di riprovarci per una terza volta qualora fosse stato possibile. Ma Obama era perfettamente consapevole che il suo personale ciclo politico si è definitivamente concluso con un discorso ineccepibile, appassionato e caldo ai delegati della Convention democratica di Filadelfia. Forse ha avuto inizio il ciclo politico di Michelle Obama, e la prova verrà se sarà candidata, come si dice nell’establishment di Washington, al Senato nello stato di New York, magari al posto di Hillary Clinton.

Dinanzi ad una folla plaudente, osannante, Barack Obama ha rammentato agli americani per quale ragione egli è un caso unico, così come lo è diventata Hillary, nella storia democratica degli Stati Uniti. Al primo presidente di colore fa seguito la prima presidente donna, un bel colpo per gli americani, e per i democratici, in 240 anni di democrazia. Obama aveva limato il suo discorso per sei volte, sei bozze, fino alle 3.30 del mattino precedente. Un segno tangibile dell’importanza storica dell’evento di Filadelfia.

“L’America è già grande”, ha detto subito Obama in replica allo slogan di Donald Trump, che vorrebbe riportare l’America alla sua grandezza, che ritiene perduta. “L’America è già forte”, ha proseguito l’attuale presidente, “e vi prometto che la nostra forza, la nostra grandezza, non dipendono da Donald Trump. Infatti, non dipendono da nessuno”. Avendo testimonianze dirette delle tante dittature in giro per il mondo, Obama ha voluto giudicare le affermazioni e i modelli politici indossati da Trump come tipici non del leader carismatico, ma del dittatore (nel caso di Trump, nella caricatura che ne fece Charlie Chaplin). “È buono solo a lanciare slogan”, ha detto Obama, “a offrire paura. Scommette che se spaventa abbastanza la gente, potrebbe ottenere voti sufficienti per vincere”. Ed è qui che Obama ha voluto sottolineare tutta la differenza culturale che separa lui, Clinton, i democratici, dalla retorica repubblicana e di Trump: “non siamo un popolo fragile, né spaventato. La nostra potenza non deriva da un salvatore che promette che solo lui saprà restaurare l’ordine. Non ci sembra di essere dominati da alcuno. Ecco chi siamo. Ecco la nostra primogeniture: la capacità di formare il nostro destino”.

Clinton lo ha capito, sembra dire Obama: “lei sa che questo è un grande paese, ma diversificato, e che tante questioni non sono mai tutte bianche o tutte nere. Non esiste un’America liberale e un’America conservatrice: ci sono gli Stati Uniti d’America”. È lo stesso profilo che lo rese celebre nel suo discorso di investitura nel 2004. Perché lo ha detto? Perché Obama sostiene che la radicalizzazione delle posizioni politiche nella corsa delle primarie (Trump a destra e Sanders a sinistra) abbia sollevato una sorta di guerra sotterranea che ha diviso gli americani, facendo perdere di vista l’interesse generale della nazione. Anche per questa ragione, ha confermato Obama, Hillary Clinton è la candidata migliore e vincerà. Ci sono valori, ha affermato Obama, che oltrepassano i liberali e i conservatori, e questi valori sopravvivono in ciascun americano, che sia nato in America o che sia giunto in America. Ed è per questo, ha detto Obama, “che importiamo cibo e musica, vacanze e stili di vita da altri paesi, e li mischiamo in qualcosa di unico”. È l’esaltazione del melting pot americano.

Infine, Obama ha avuto parole dolcissime per Hillary Clinton, ex capo della sua diplomazia nel corso del primo mandato presidenziale: “posso dire con fiducia che non c’è mai stato uomo, né donna, né io, né Bill, più qualificato di Hillary Clinton per servire come presidente degli Stati Uniti d’America”. E rivolgendosi direttamente a Bill Clinton, gli ha detto scherzosamente: “spero che tu non te ne abbia a male, Bill, ma dico semplicemente la verità”. La cerimonia del passaggio di testimone dal primo presidente americano di colore, alla prima presidente donna, come sperano i democratici, si è dunque conclusa con l’ovazione delle migliaia di delegati di Filadelfia. La campagna elettorale per la corsa presidenziale è così cominciata. Ora, non possiamo far altro che attendere l’8 novembre, e sperare che Trump venga sconfitto sonoramente.

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