Sinistra Italiana. L’Assemblea nazionale conferma il progetto di costruzione del partito. Decisiva la battaglia per il No nel referendum

Sinistra Italiana. L’Assemblea nazionale conferma il progetto di costruzione del partito. Decisiva la battaglia per il No nel referendum

Roma, Centro congressi Frentani, a poca distanza dalla stazione Termini. Si celebra l’Assemblea nazionale di Sinistra Italiana, in un clima torrido all’esterno, e gelido in sala, e non solo per l’efficacia dell’aria condizionata. Non era un appuntamento facile da gestire, e si sapeva, dopo mesi dall’incontro di Cosmopolitica con 3500 persone coinvolte e dopo il risultato insoddisfacente delle amministrative del 5 giugno. Non solo. Incombevano le provocazioni e le bordate della vigilia partite dalla Sardegna del sindaco di Cagliari Massima Zedda, e il progressivo allontanamento dal movimento di Sergio Cofferati. E tuttavia, l’importanza dell’appuntamento di questo sabato romano è stato interpretato positivamente da centinaia di compagni e compagne di Sinistra Italiana arrivate da ogni parte d’Italia, per rivendicare, innanzitutto, un bisogno di parola e di ascolto che si leva dai comuni, dalle città, dalle singole sezioni. Non è un caso che molti interventi si siano aperti con la medesima premessa: “sono venuto con un carico di delusioni e amarezze”, per il tempo “perduto” da Cosmopolitica in avanti, e per il risultato elettorale. Ma subito faceva seguito la constatazione che sabato qualcosa stava cambiando, in positivo, che il dibattito non sarebbe stato sterile, che il processo di costruzione del partito della sinistra sarebbe ricominciato e che il congresso fondativo di dicembre non è certo una passeggiata, ma si farà.

D’altro canto, lo stesso Alfredo D’Attorre nella relazione introduttiva non ha nascosto le difficoltà della fase, e ammette che “così non siamo all’altezza del compito della sinistra” e che una correzione di rotta è necessaria. Tuttavia, afferma con forza D’Attorre, non è certo la rotta indicata dal documento dei 300, tra cui il sindaco di Cagliari Massimo Zedda, che chiede un ritorno al centrosinistra con incluso riavvicinamento al Pd. “Non è il ritorno a vecchi lidi che ci salverà”, risponde Alfredo D’Attorre al sindaco di Cagliari che diserta la riunione e, secondo i maligni, pare già politicamente in viaggio verso nuove mete. È l’altro leit motiv della giornata, negli interventi rigorosamente distribuiti secondo l’ordine alfabetico: il centrosinistra è un’esperienza del passato, definitivamente chiusa. E il rapporto con il renzismo e il Partito democratico? In mattinata era stato Stefano Fassina, il candidato a sindaco di Roma e deputato, che aveva aperto e chiuso la questione secondo il suo stile: “C’è una frattura epocale, profonda come mai stata prima, tra il popolo delle periferie, non solo territoriali, ma anche economiche, culturali, sociali, e la sinistra storica. Questo è il dato del Brexit, e delle nostre amministrative. E non il rapporto con il Pd”. Ed ecco la stoccata: “Sinistra italiana chi vuole rappresentare? È la domanda di fondo questa. Quando vuoi costruire un partito non lo fai perché nel partito più grande c’è un segretario pro tempore che non ti piace”. Il referendum “serve a mettere in discussione quell’ordine economico e sociale che non ce la fa a tenere le classi medie, e ha bisogno di una democrazia a basi ristrette, di una democrazia senza popolo. Questa è la ragione per cui è decisivo il referendum, non per cacciare Renzi”.

Il dibattito si è dunque sostanzialmente snodato su questi due temi generali: il senso non elitistico del nuovo partito della sinistra, che rifugge dagli errori da ceto politico del passato, e ricostruisce le necessarie alleanze sociali (“Social Compact”, lo ha chiamato nell’introduzione Alfredo D’Attorre). Concetto e auspicio più volte ripresi da molti interventi, che vi hanno aggiunto un punto di vista, o comunque un interrogativo, sul tema della necessità di radicalizzare il conflitto sociale. Il secondo tema resta l’impegno per il No nel referendum costituzionale, “spartiacque per il futuro della sinistra”, come sostiene D’Attorre. L’obiettivo è di merito ed anche politico: evitare la riforma che “distorce” gli equilibri istituzionali e ripensare la legge elettorale.

È con l’intervento di Nicola Fratoianni, coordinatore di Sinistra Italiana, che il dibattito ha assunto tuttavia la piega che molti si aspettavano. Intanto, una risposta a coloro, dentro Sinistra Italiana, che avrebbero festeggiato per un eventuale fallimento dell’appuntamento dei Frentani: “Non siamo rassegnati, andiamo avanti. E abbiamo bisogno di tutti per farlo”. E una replica dura e incisiva nei confronti delle critiche piovute da Cagliari: “A Massimo Zedda dico: nel documento che hai proposto c’è una grande rimozione”, in quel documento “non c’è il Jobs Act, la riforma costituzionale, la legge elettorale… Quindi di che cosa stiamo parlando?”. Conferma così che la stagione delle alleanze di centrosinistra col Pd è sepolta, proprio per effetto della trasformazione politica e programmatica del Partito democratico. Su Renzi, Fratoianni è categorico: “Io non credo che Renzi possa essere definito un meteorite venuto dallo spazio, la sua egemonia è il frutto di una stagione: quella di una sinistra che ha creduto che il neoliberismo fosse la soluzione di tutti mali”. È l’autocritica, spietata ma sensata, verso un atteggiamento di acquiescenza  e condiscendenza nei confronti dell’ideologia che è causa di ogni disuguaglianza planetaria. “Qui sento”, continua Nicola Fratoianni, “chi dice che non dobbiamo essere né stampella né subalterni, ma attenzione perché c’è una trappola in questa definizione e si corre il rischio di essere sia stampella che subalterni, perché le due cose vanno sempre insieme”. E sullo scioglimento di Sel, Fratoianni conclude: “Chi vuole bene a Sel e alla sua storia sa cosa da fare: mettere a valore, in una comunità più larga, le tante cose fatte e provare a essere utili per costruire una sinistra migliore per questo Paese”. Un’ultima riflessione il coordinatore di Sinistra Italiana la rivolge al tema della riforma elettorale: “La battaglia per il No al referendum è decisiva ma poi? Se si riapre il dibattito sulla legge elettorale, che facciamo? Diciamo sì a Franceschini che vuole il premio di coalizione? Io non sono d’accordo: ci vuole una nuova legge di impianto proporzionale perché per la sinistra conta la rappresentanza prima del potere”. Questo, inevitabilmente, sarà un utile terreno di confronto e di dibattito nel processo congressuale, perché la legge elettorale definisce il limiti della legittimazione democratica e non è mai neutra. Non è un caso che una replica possibile sia pervenuta poche ore dopo nell’intervento del capogruppo alla Camera, Arturo Scotto: “Noi dobbiamo far saltare l’italicum, per via elettorale e per via parlamentare. Ma dobbiamo anche rispondere alla domanda su cui Renzi farà leva: ‘o me o il caos, o me o l’instabilità. A me piace il proporzionale ma noi dobbiamo mettere in campo una proposta che parli anche a fasce più larghe”.

In realtà, il dibattito su legge proporzionale e legge maggioritaria data, in Italia, dal 1992, e da 24 anni abbiamo sperimentato formule pasticciate, dal mattarellum, con quota proporzionale del 25%, al porcellum, con premio di maggioranza nazionale alla Camera, all’Italicum, con ballottaggio e premio di maggioranza con una sola Camera. Tutte leggi con sbarramento. Il tentativo di tenere assieme il principio di rappresentatività con quella che si chiama governabilità ha sempre partorito mostruosità legislative, fino all’eccesso del progetto renziano che combina riforma istituzionale e riforma elettorale in senso ipermaggioritario, con evidente squilibrio dei poteri istituzionali, con l’indebolimento delle prerogative parlamentari, e l’esaltazione di ruolo e funzioni dell’esecutivo. È giunto il momento che nel dibattito a sinistra e nella sinistra la questione democratica legata agli assetti dei poteri, non solo istituzionali, prenda finalmente forma, perché anche da essi dipendono le nuove forme della diseguaglianza e dei privilegi, e della condizione disperata delle periferie.

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