Radicali. Congresso a settembre con mille incognite

Radicali. Congresso a settembre con mille incognite

No: non è davvero un momento facile (e neppure felice), per il Partito Radicale, orfano com’è, da un paio di mesi, del carismatico leader Marco Pannella. Non è facile (e non è felice) per mille motivi: gli iscritti e i militanti  sono un migliaio in tutta Italia; le casse del partito sono esangui, nessuna rappresentanza in Parlamento… In queste condizioni andare avanti è qualcosa che somiglia davvero a una “missione impossibile”.  Dunque, in questa non felice situazione, che fare? I radicali non solo sono fragili, sotto choc, frastornati; sono anche divisi al loro interno; profondamente divisi. Non da ora, beninteso; ma adesso, venuto a mancare Pannella e il “collante” che sapeva essere, i conflitti latenti, da tempo covati,  sono fragorosamente esplosi.

Da tempo, del resto, l’altra figura di rilievo del mondo radicale, Emma Bonino, naviga in acque “altre”, e in piena autonomia. Da anni Pannella (e con lui un gruppo di dirigenti e militanti: Matteo Angioli, Rita Bernardini, Antonella Casu, Sergio D’Elia, Maria Antonietta Farina Coscioni, Laura Hart, Maurizio Turco, Elisabetta Zamparutti) si concentra nelle due iniziative politiche che vedono il leader radicale impegnato allo spasimo: la giustizia, a partire dalla situazione nelle carceri; e il perseguimento del diritto umano e civile alla conoscenza. Bonino alla battaglia per l’amnistia ci crede molto poco; e quella per il diritto umano e civile alla conoscenza fatica perfino a comprenderla. Assieme ad altri dirigenti radicali (i Marco Cappato, i Riccardo Magi) concentra la sua attenzione su terreni all’apparenza più “concreti”, più “solidi”. Alle recenti elezioni, per esempio, questi ultimi decidono di giocare la partita, e si candidano, nella speranza di confermare Magi al consiglio comunale di Roma, Cappato in quello di Milano, Silvio Viale in quello di Torino. Le cose vanno come vanno: a Torino e a Roma nessun eletto; a Milano eletto un radicale, ma dopo un contorcimento difficile da spiegare: perché prima si presenta un esposto contro il candidato del centro-sinistra Giuseppe Sala, ritenendolo ineleggibile; poi, quando Sala va al ballottaggio, ci si apparenta con lui…

La divaricazione emerge in modo clamoroso nei giorni successivi alla morte di Pannella; quando il tesoriere del Partito Maurizio Turco, sostenuto dagli altri, convoca due assemblee, prima a Roma, poi a Teramo, la città di Pannella. L’obiettivo è “ritrovarsi”, stringersi, confortarsi anche; reagire, cercare di capire se, e come, proseguire, chiamare a raccolta anche militanti dispersi e silenti, rincuorarli. C’è poi un nodo da sciogliere: da tempo il Partito Radicale Nonviolento Transpartito e Transnazionale è praticamente privo di segretario. Anni fa Pannella aveva “scovato”, nientemeno che in Mali, un avvocato incontrato in un meeting internazionale, e che sembrava la persona giusta per guidare un’organizzazione che voleva per programma deliberato oltrepassare i confini nazionali, e occuparsi di questioni che potevano spaziare dagli Stati Uniti d’Europa sul modello spinelliano ed ernestorossiano, ai montagnard del Vietnam; dai tibetani del Dalai Lama alle minoranze uigure… Insomma, una moderna adunata dei refrattari. Demba Traoré, si chiama quell’avvocato, che ben presto s’invola; non comprende, o non vuole comprendere il senso della scommessa che Pannella gli propone; lascia i radicali con un palmo di naso, forse l’unico errore che il leader radicale ammette di aver commesso.

Per statuto il congresso del Partito si deve convocare ogni due anni; ma Pannella, forte dell’esserne il Presidente, ma soprattutto facendo leva sulla sua capacità carismatica di persuasione, procrastina l’appuntamento di mese in mese, di anno in anno. Non ha torto, beninteso: le condizioni sono tali che fare un congresso equivarrebbe a puntarsi una rivoltella alla tempia e fare fuoco. Non ci sono le condizioni, meglio aspettare; in termini calcistici: “melina”, in attesa di un possibile contro-piede. Però, come s’è detto, nel frattempo, sotto la cenere, covano dissensi e mal-di-pancia. Una “quota” dei radicali, quella che ha in Bonino il punto di riferimento, auspica altro, una politica più “tradizionale”, nei fatti cerca di scrollarsi di dosso i connotati più squisitamente pannelliani: impegnativi e gravosi, spesso impopolari, elettoralmente poco “paganti”. Casus belli, da sempre, le inadempienze statutarie. Il Congresso, da tanti ritenuto necessario e urgente, per paradosso, proprio da chi lo invoca, non viene convocato, e sì che potrebbero. Il tesoriere del Partito, che non ha alcun potere statutario per farlo, decide di avvalersi di una norma che consente di convocarne uno straordinario, purché a richiederlo sia un terzo di iscritti con anzianità di tessera di almeno sei mesi; taglia il nodo gordiano. Lui, e l’ala che si richiama alla tradizione pannelliana, raccolgono le firme, e automaticamente il congresso è convocato. Avrà luogo il 1-2-3 settembre, in un luogo emblematico, il carcere romano di Rebibbia; significativa la parola d’ordine: “Da Rebibbia a Ventotene”. Indica l’impegno per la giustizia, coniugato con quello federalista (appunto il Manifesto di Ventotene per gli Stati Uniti d’Europa), e le iniziative messe in campo per il “Diritto umano e civile alla conoscenza”). Su questi due “binari” dovrebbe incentrarsi il dibattito pre-congressuale e congressuale. Almeno questo nelle intenzioni di Turco e di quei radicali che si riconoscono nelle sue posizioni. Un terreno, è profezia facile, che i sostenitori di una politica più “tradizionale” contrastano, e contrasteranno con l’avvicinarsi dell’appuntamento congressuale.

Su quei radicali che amano definirsi pannelliani senza “se” e senza “ma”, grava ora una pesante, onerosa responsabilità: un compito difficile, che va molto al di là della conquista di recupero di questa o quella postazione in un municipio, per quanto di prestigio, o in una consulenza di concreta incomprensibilità; quei radicali che fanno capo a Turco propongono qualcosa di più ambizioso, sono titolari di una “visione” che va ben al di là di una sia pur astuta gestione di un precario esistente. Si parla di un patrimonio, di valori non tanto da gestire, quanto da condividere, nel senso letterale: e cioè la partecipazione comune a un progetto, una tensione d’insieme, un essere d’accordo, l’avere un’esperienza che affratella e al tempo stesso è vissuta da più punti di vista, e per questo è più ricca, fertile di discernimento, emozioni comunicanti. E’ “l’unione” di bruniana memoria, che ci viene ricordata in una raccomandabilissima raccolta di saggi dal filosofo Aldo Masullo, il prezioso  “Giordano Bruno maestro di anarchia” (edizioni Saletta dell’Uva, 120 pag. 10 euro). In sostanza una “rivoluzionaria” unione laica delle forzein luogo di una più tradizionale unità delle forze laiche.

Un qualcosa che si coniuga benissimo con il “Non mollare” di Carlo e Nello Rosselli, Gaetano Salvemini ed Ernesto Rossi; ma anche con quel “Spes contra Spem” nel significato dato da quel Saul che poi diventa San Paolo. E, se vuole, si esplica in quell’aforisma di Henri Bergson che può esser preso come una sorta di manifesto di vita: “La durata è la forma delle cose”. Un metodo che è forma e sostanza insieme, fini qualificati dai mezzi usati, la nonviolenza coniugata con il diritto. Proprio alla luce di tutto ciò molti farebbero bene a tenere d’occhio quello che potrebbe accadere fra qualche mese a Rebibbia, e non solo chi mostra simpatia e adesione ai radicali e alle cause che agitano. Chissà: potranno forse cominciare a spuntare i primi germogli di una lunga, lenta, faticosa semina; i primi ingredienti di quel necessario vaccino da opporre ai veleni di cui un po’ tutti siamo, volenti o nolenti, vittime. Una cosa è sicura: per i radicali sarà comunque una scadenza tormentata e dolorosa: senza Pannella, per la prima volta, e dunque privi del conforto della sua critica, e del “consiglio” delle sue spesso rudi sollecitazioni. Un congresso con mille spinte centrifughe, e nel corso del quale non mancheranno non solo colpi di scena (nei congressi radicali sono usuali, il dato “straordinario” sarebbe non ce ne fossero), ma dove, probabilmente si regoleranno molti conti e questioni aperte. Un assaggio è dato da una recente intervista rilasciata al “Corriere della Sera” da Matteo Angioli, uno dei radicali che è stato tra i più vicini a Pannella e lo ha assistito fino all’ultimo giorno. E’ breve, ma significativa.

   Angioli, perché un congresso a Rebibbia? «Nell’illegalità in cui versa da anni lo Stato, condannato più volte, continuiamo a provare a interrompere quella flagranza di reato denunciata da Pannella».

   I radicali italiani si oppongono. Come finirà? «L’ultima parola è agli iscritti».

   Si finirà in tribunale? «Sono già ricorsi al notaio, inserendo la carta bollata in un dibattito politico. Sarebbe in controtendenza con il dialogo che dicono di cercare».

   Lei ha detto che dopo Pannella sono saltate le regole. «Quelle che stabilivano le forme di partecipazione alle elezioni. Un simbolo “radicale” alle Amministrative viola lo statuto».

   C’è un erede di Pannella? «Marco è insostituibile».

   Accusa Magi e Cappato di pensare alle poltrone. «Hanno una linea politica diversa e hanno rimosso la priorità giustizia».

   Pannella è stato tradito? «Per due anni gli hanno negato il dialogo, lasciandolo solo».

   D’Elia ha detto: se non sono d’accordo si facciano un partito. «Non sarebbe la prima volta».

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