Monaco. Una storia di emarginazione e vendetta sotto l’ombra del jihadismo internazionale

Monaco. Una storia di emarginazione e vendetta sotto l’ombra del jihadismo internazionale

Dal nostro corrispondente a Berlino.

Dopo attimi di panico nel quartiere monacense di Moosach, e una caccia all’uomo durata diverse ore, iniziano a delinearsi finalmente i contorni di una vicenda che ha tenuto con il fiato sospeso l’intera Germania. Il bilancio è grave: si contano nove morti, quasi tutti tra i quattordici e i vent’anni, uccisi da un singolo attentatore di appena diciotto anni. Ancor più consistente è il numero dei feriti. L’omicida era armato di una pistola e aveva con sé un considerevole numero di munizioni.

La Germania pare appena ridestata da un brutto incubo. Numerosi commentatori hanno insistito nel rilevare uno stato d’animo confuso, in un paese che si pretendeva – più a torto che a ragione – quasi immune da certi avvenimenti, un po’ per la pretesa efficienza delle forze dell’ordine e per la spiccata sensibilità democratica, un po’ per una percepita alterità sul piano internazionale – ovvero per la buona disposizione ufficiale verso il problema dei profughi e, soprattutto, per la sostanziale estraneità alle avventure militari che hanno infiammato il Medio Oriente negli ultimi quindici anni.

Lo spettro del terrorismo islamico

Nella stessa sera in cui si è consumato il fatto di sangue, sono state suggerite le ipotesi più disparate. Si è parlato di un commando di tre persone, equipaggiate con fucili d’assalto e fuggite subito dopo l’attacco. Testimonianze contrastanti, relative sia alle dinamiche che ai moventi, si sono susseguite l’una dopo l’altra. Tuttavia, in Germania come nel resto d’Europa, il pensiero non poteva evitare di correre a una possibilità soltanto: ovvero che si trattasse di un attentato di matrice islamista, l’ennesimo in un periodo particolarmente insanguinato, dal quale si sarebbe potuto trarre la netta impressione di una violenta escalation del terrorismo in Europa.

Il condizionale è d’obbligo. La polizia bavarese ha mantenuto uno stretto riserbo sulle informazioni e, solamente nell’odierno pomeriggio, hanno iniziato a diffondersi i primi commenti ufficiali sull’accaduto. L’attentatore sarebbe un ragazzo irano-tedesco, nato e cresciuto in Germania. Le vittime erano invece – con l’eccezione di una donna quarantenne – tutti coetanei dell’omicida, la maggior parte dei quali di origine straniera come lui stesso. Tre dei ragazzi uccisi erano turchi, tre kossovari e uno greco. Ciò detto, già dalle prime ricostruzioni pareva inverosimile la matrice puramente islamista dell’attacco: da una parte le origini stesse del diciannovenne che, come iraniano, era evidentemente di religione sciita e, dunque, estraneo al radicalismo islamico sunnita, al quale fanno riferimento i gruppi terroristici dell’Isis e di Al Quaeda; dall’altra anche il luogo prescelto, un grande centro commerciale nel quartiere di Moosach, ovvero una zona di Monaco ad alto tasso di immigrazione.

La verità dei fatti: una storia di emarginazione

Chi ha voluto colpire all’Olympiazentrum non intendeva uccidere gli “infedeli” o terrorizzare l’Occidente. Se questo fosse stato il fine, erano disponibili zone molto più “tedesche” o turistiche verso il centro cittadino. Il profilo dei fatti che sta emergendo ci racconta una storia ben diversa: quella di un ragazzo del quartiere fortemente emarginato – non su basi etnico-religiose, considerando come la maggior parte dei coetanei che potesse frequentare fosse composta da figli di migranti – che ha inteso “farsi giustizia” da sé. Le perquisizioni nella casa dell’attentatore hanno dimostrato un suo palese interesse per simili fatti di sangue, come la strage di Utoya o quella avvenuta in una scuola svedese lo scorso ottobre.

Considerata da questo punto di vista, la vicenda richiama certamente alla memoria gli omicidi negli istituti scolastici che hanno interessato gli Stati Uniti alla fine degli anni Novanta, soprattutto la famosa strage di Littleton alla Columbine High School. Simili paiono infatti i moventi – ovvero l’emarginazione dei ragazzi e la loro conseguente frustrazione tramutatasi in efferata violenza – e simili i bersagli – ovvero quelli stessi coetanei che si pretendeva essere “colpevoli” di tale emarginazione. Non sarebbe forse inopportuno, quindi, riprendere in mano i libri e gli articoli che si scrissero in quegli anni per cercare di comprendere meglio le ragioni per cui dei giovani, tra i dubbi e le incertezze che dominano a quell’età, trovino in accessi di furia omicida l’unico sfogo per il proprio senso di impotenza.

La violenza tra frustrazioni sociali ed economiche

Dobbiamo dedurre che il terrorismo islamico non c’entri nulla? La questione non è oziosa, e questa potrebbe essere l’occasione per ripensare la stessa natura degli attuali fenomeni di terrorismo che stanno sconvolgendo diversi paesi dell’Europa. Da una parte assistiamo infatti a una “islamizzazione” della violenza: vale a dire che, ormai, chiunque volga in violenza le proprie frustrazioni sociali o economiche, e che provenga da un retroterra islamico – ovvero non pochi, contando come gli strati più bassi delle nostre società siano composti soprattutto da migranti o da figli di migranti –, tende a richiamarsi immediatamente alla “guerra santa” jihadista, così da nobilitare le proprie gesta le quali, altrimenti, sarebbero solo frutto della follia e dell’esasperazione.

Dall’altra abbiamo una mitizzazione della violenza, parallela alla diminuzione della stessa nella vita reale. A una società fondamentalmente liberale e pacifica – almeno al suo interno – corrisponde una cultura di massa che non ha rinunciato all’idea dell’eroe, inteso come un combattente solitario in lotta per una giustizia negata dalla collettività. Il cinema, la letteratura e la musica sono intrisi di simili modelli di riferimento, che vanno dal supereroe dei fumetti all’immagine romantica del gangster. Non si tratta, in questo caso, di demonizzare i prodotti culturali – e questo ce lo dovrebbero insegnare proprio le riflessioni successive alle stragi nelle scuole negli Stati Uniti – bensì di comprendere le ragioni per le quali numerosi giovani cresciuti in Europa – ovvero in un relativo agio e benessere – sentano il desiderio di “combattere per una causa”, sia questa la propria personale giustizia davanti all’emarginazione o la guerra santa dei foreign fighters dell’Isis.

Uomini emarginati in cerca di vendetta?

Infine, un aspetto sul quale si riflette troppo poco emerge piuttosto osservando la netta componente maschile di questi fenomeni, la quale potrebbe essere facilmente analizzata prendendo il considerazione proprio la celebrazione della violenza come componente determinante della mascolinità. In altre parole, non sembra così sbagliato sostenere che le gesta di numerosi attentatori – da quello di Monaco a quello di Nizza, passando per i vari commandos in cui, se le donne erano presenti, svolgevano solo un ruolo di comprimarie dell’“eroe” di turno – siano da collegarsi alla crisi della figura maschile e del suo ruolo nella società contemporanea. Si tratterebbe, sotto tale prospettiva, di una nuova forma di reazione al tramonto del patriarcato.

Quali siano le nostre valutazioni sui punti suddetti, è comunque opportuno porci simili questioni e riflettere sulle ragioni sociali, economiche e culturali dalle quali scaturiscono fatti di sangue che minacciano la vita di tutti noi. Come dimostrano le attuali informazioni sull’attentato a Monaco, non è questo il momento per darci rapide risposte, troppo spesso facili e umorali, bensì è il tempo di porci le giuste domande, ben consci che l’oggetto in questione non corrisponde a una società lontana, barbarica o selvaggia dalla quale possiamo chiamarci fuori, ma coinvolge i nostri stessi valori e la nostra stessa storia.

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