Monaco. Chiarito l’eccidio del Centro commerciale. Ma perché i ragazzi uccidono (altri ragazzi)?

Monaco. Chiarito l’eccidio del Centro commerciale. Ma perché i ragazzi uccidono (altri ragazzi)?

Ora che l’eccidio di venerdì sera nel Centro commerciale di Monaco di Baviera, dove un diciottenne ha ucciso 9 persone, tra le quali molti adolescenti, e ne ha ferite 27, viene progressivamente chiarito nella dinamica e nelle motivazioni, ci si chiede cosa abbia spinto un ragazzo a diventare così spietato. L’autore dell’eccidio è infatti David Ali Sonbolyn, tedesco di origini iraniane, di 18 anni, nato e vissuto a Monaco. Le perquisizioni della polizia effettuate nella mattina di sabato, nell’abitazione dei genitori a Dachauer Strasse, dove viveva, “non hanno mostrato alcun legame con l’organizzazione Daesh”, come dice il capo della polizia bavarese Hubertus Andra. E nel corso di una conferenza stampa, lo stesso ministro dell’Interno tedesco Thomas De Maiziere, ha rivelato che il 18enne era ancora uno studente, sottoposto a “trattamento medico e psichiatrico” per depressione. Dunque, l’eccidio è stato messo in atto da un giovane “squilibrato privo di motivazioni politiche”. Il direttore della Cancelleria di stato e stretto collaboratore di Angela Merkel, Peter Altmaier, ha ricordato che il 22 luglio ricorre l’anniversario della strage compiuta in Norvegia dall’attivista di estrema destra Anders Breivik che uccise 77 giovani partecipanti ad un raduno di giovani socialisti norvegesi. Secondo il capo della polizia, “il legame tra i due eventi è evidente”.

Tra le vittime figurano tanti ragazzi: due di 14 anni, due di 15, uno di 17, tre ragazze adolescenti e un uomo di 45 anni. Tra questi, tre di origini kossovare, tre di origine turca e uno di origine greca. Nell’appartamento del giovane tedesco-iraniano, gli inquirenti hanno trovato un libro, “Amok im Kopf: warum die Schuler toten”, ovvero la traduzione tedesca di “Why Kids Kill: Inside the Minds of School Shooters” (“Perché i ragazzi uccidono”) dello psicologo Peter Langman. Il libro esamina i fattori che trasformano i ragazzi in omicidi di massa. Classifica dieci casi di killer in tre gruppi: gli psicopatici, gli psicotici e i traumatizzati. Tra i dieci, i killer della scuola Columbine, Eric Harris e Dylan Klebold, che uccisero dodici studenti e un’insegnante a Littleton, in Colorado nell’aprile del 1999; e Cho Seung-hui, il killer della Virginia Tech, che uccise 32 persone dentro l’università nell’aprile del 2007. Peter Lagman è direttore clinico di Psicologia presso il Kids-Peace, un centro che aiuta ragazzi a superare le crisi emotive. Ha vinto numerosi premi, in vent’anni di esperienza clinica coi ragazzi a rischio.

Katherine Newman, docente di Sociologia alla Princeton University e autrice di Social Roots of School Shootings (Le radici sociali degli omicidi a scuola), ha descritto il libro di Langman come spassionato ma un’analisi potente sul piano clinico. “Fornisce una visione intima della mente degli omicidi a scuola e ci aiuta a capire le origini del narcisismo, della paranoia, del sadismo, che sembrano motivarli. Siamo giunti a capire le differenze tra gli psicopatici che sparano e gli schizofrenici, e per quale motivo queste differenze sono importanti”, ha affermato la professoressa interpellata dai media Usa. Il libro di Langman punta decisamente ad analizzare la violenza a scuola, soprattutto quando è determinata da fattori quali l’isolamento e l’insensatezza che assalgono questi ragazzi. Dopo la sparatoria alla Sandy Hook school, a Newton, nel Connecticut, in cui persero la vita 20 studenti e sei docenti, per mano di Adam Lanza, vent’anni, Langman si raccomandò direttamente con il presidente Barack Obama di trovare le forme e i modi per prevenire questi tragici episodi.

Dagli anni sessanta agli anni Ottanta, si sono verificati tra le tre e le otto sparatorie a decennio nelle scuole. Siamo giunti, almeno negli Usa, a quota 20 all’anno, ma il fenomeno sta estendendosi in Europa. Secondo Langman, che sta scrivendo un libro sul tema, gli eventi di questi anni Duemila stanno cambiando forma: gli sparatori sono più grandi, non più adolescenti, non sono più prevalentemente bianchi, e colpiscono per uccidere. Come è accaduto venerdì sera a Monaco di Baviera.

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