Mafia. Morto Bernardo Provenzano, ‘Binnu u tratturi’, bosso dei boss

Mafia. Morto Bernardo Provenzano, ‘Binnu u tratturi’, bosso dei boss

Bernardo Provenzano è morto oggi in regime di 41 bis, del carcere duro. Nonostante le sue gravissime condizioni di salute e le ripetute richieste del suo legale, l’avvocato Rosalba Digregorio, il capomafia è rimasto al carcere duro fino alla morte.Tutti i processi in cui era ancora imputato, compreso quello sulla trattativa tra Stato e mafia, erano stati sospesi proprio perché il capomafia era stato ritenuto incapace di partecipare alle udienze. Già nei mesi scorsi la Corte di Cassazione aveva confermato, dopo l’ennesimo ricorso della difesa, il carcere duro per il boss mafioso. Nonostante le patologie di cui soffriva l’ex capo di Cosa Nostra – condannato all’ergastolo – fossero “plurime e gravi di tipo invalidante”. La stessa Cassazione aveva rilevato il decadimento cognitivo, i problemi dei movimenti involontari, l’ipertensione arteriosa, un’infezione cronica del fegato, oltre alle conseguenze degli interventi subiti per lo svuotamento di un ematoma da trauma cranico, per l’asportazione della tiroide e per il tumore alla prostata. La Cassazione aveva trovato corretto il verdetto di merito dato che Provanzano “risponde alle terapie”. Questo significa che il “peculiare regime” detentivo era compatibile “con le pur gravi condizioni di salute accertate” e poi – aggiungeva la Suprema Corte – c’è il “rischio per la stessa possibilità di sopravvivenza del detenuto” se “la prosecuzione della sua degenza” avvenisse “nel meno rigoroso regime della detenzione domiciliare”, sempre in ospedale, perché avverrebbe “in un contesto di promiscuità in cui l’assistenza sanitaria non gli potrebbe essere assicurata con altrettanta efficacia”. Per questo i supremi giudici – con la sentenza 38813 depositata dalla Prima sezione penale – avevano ritenuto corretta la decisione del Tribunale di sorveglianza “fondamentalmente incentrata sulla necessità di tutelare in modo adeguato il diritto alla salute del detenuto”. Oggi il boss è morto in regime di detenzione al carcere duro.

Lo chiamavano ‘Binnu u tratturi’, il trattore, perché non si fermava davanti a niente. Ma anche il ‘ragioniere’, perché riusciva a gestire i conti di Cosa nostra con estrema attenzione. Ma chi era Bernardo Provenzano, arrestato l’11 aprile di dieci ani fa dopo 43 anni di latitanza? Il capomafia di Corleone, morto all’alba di oggi a 83 anni, era nato da una famiglia di agricoltori. Terzo di sette figli, venne ben presto mandato a lavorare nei campi come bracciante agricolo insieme con il padre Angelo, abbandonando la scuola. Fu proprio nei campi che il futuro boss avviò la sua ‘carriera’ criminale, con il furto di bestiame e generi alimentari. Qui si legò al mafioso Luciano Liggio, che lo affiliò alla cosca mafiosa locale. Nel 1954 Provenzano venne chiamato per il servizio militare ma venne dichiarato “non idoneo” e quindi riformato. Il 10 settembre 1963 i Carabinieri di Corleone lo denunciarono per l’omicidio del mafioso Francesco Paolo Streva, ma anche per associazione per delinquere e porto abusivo di armi. Fu la sua prima latitanza, terminata solo l’11 aprile del 2006 a Montagna dei Cavalli. Il 10 dicembre 1969 partecipò alla ‘Strage di viale Lazio’ per punire il boss Michele Cavataio. Nel corso del conflitto a fuoco, rimase ferito alla mano ma riuscì lo stesso a sparare con la sua Beretta. Cavataio rimase a terra ferito e Provenzano lo stordì con il calcio della pistola, finendolo con altri colpi. Nei primi anni Ottanta, Provenzano, con il concittadino Totò Riina, scatenò la cosiddetta ‘seconda guerra di mafia’, con cui vennero eliminati i boss rivali. Fu così insediata una nuova ‘Commissione. Di lui Liggio diceva “Spara come un Dio, ma ha il cervello di una gallina”, una definizione che Provenzano smentirà con il passare degli anni. Il boss approda ai vertici di Cosa nostra all’inizio degli anni Ottanta, solo dopo avere fatto uccidere tutti i boss rivali. Sono state diverse le strategie usate dal capo di Cosa nostra per gestire gli affari della mafia. L’ultima, quella indicata dal collaboratore di giustizia Antonino Giuffrè, è quella della moderazione con l’infiltrazione costante nelle istituzioni, piuttosto che l’attacco frontale, come accadeva in passato.

Provenzano venne arrestato l’11 aprile del 2006 in un casolare nei pressi di Corleone. Gli agenti monitorarono il luogo per dieci giorni attraverso microspie e intercettazioni ambientali, per avere la certezza che all’interno vi fosse proprio lui, il boss dei boss. Il capomafia reagì alla vista dei poliziotti della Squadra mobile senza opporre la minima resistenza, limitandosi a chiedere che gli venisse fornito l’occorrente per le iniezioni che doveva effettuare in seguito all’operazione alla prostata. Il boss confermò la propria identità complimentandosi e stringendo la mano agli uomini della scorta e venne scortato alla questura di Palermo. Provenzano è tra gli imputati del processo sulla cosiddetta trattativa tra Stato e mafia, che si celebra davanti alla Corte d’assise di Palermo. Ma la sua posizione, date le sue gravi condizioni di salute, venne stralciata. Proprio pochi mesi fa, durante una deposizione nel troncone principale dle processo, venne sentito il Procuratore capo di Roma, Giuseppe Pignatone, che che aveva coordinato l’inchiesta sulla sua cattura. Pignatone rispondendo alle domande del pm Nino Di Matteo, si era soffermato in particolare sulla presunta mancata cattura di Provenzano che i pm palermitani imputano agli ufficiali del Ros, il Raggruppamento operativo speciale dei carabinieri, e in particolare al generale Mario Mori, imputato nel processo. Secondo la Procura, il Ros avrebbe fatto in modo di non consegnare Provenzano alla giustizia perché il boss era il “garante” degli accordi fra mafia e pezzi dello Stato, siglati per far cessare le stragi in cambio di concessioni di peso a Cosa Nostra. Era stato il colonnello Michele Riccio a sostenere di aver inutilmente informato gli uomini del Ros sulla possibilità, appresa dal confidente Luigi Ilardo, di catturare zu Binnu in occasione di un summit di mafia che si sarebbe tenuto il 31 ottobre del 1995 in un casolare di Mezzojuso.

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