Informazione. La nascita del gruppo “Corsette” di Urbano Cairo e le sfide della politica

Informazione. La nascita del gruppo “Corsette” di Urbano Cairo e le sfide della politica

Editore puro? Mah, prendiamola per buona. La “purezza” imprenditoriale di Urbano Cairo, nuovo padrone del Corriere della sera e dintorni, risulta di un candore encomiabile se paragonata alla vocazione editoriale di scarpari, finanzieri, assicuratori, gommisti, eccetera, che da un paio di decenni si alternano o si susseguono nel controllo del maggior quotidiano italiano. Ma, smaltito lo stupore per il modo col quale il proprietario de La7 ha sconfitto la cordata dei soliti noti, vediamo che non c’è purezza editoriale che non transiti – e spesso non scaturisca – da manovre finanziarie che si generano e si consolidano (e si esauriscono) nelle sedi bancarie. E non solo per l’ovvia ragione che tutti gli imprenditori ricorrono alle banche per crediti e investimenti, ma perché, con una certa evidenza, soprattutto nel mondo dell’informazione il ruolo delle banche si traduce in precise collocazioni organigrammatiche e in “riflessioni” di indirizzo politico.

La RCS sembrava finita a metà degli anni Settanta nelle purissime mani dei Rizzoli. Che però si impeciarono nella P2 e nelle torbide manovre finanziarie di Tassan Din. Che dire? Si spera che Banca Intesa, che ha patrocinato e reso possibile la scalata di Cairo, non sia una replica del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi. Cairo, infatti, ha vinto, non solo perché è stato il Marzorati che ha sconfitto cinque pivot (come, con ricorso al linguaggio cestistico, ha sottolineato), ma per il ruolo attivo di Banca Intesa e dell’IMI nel convincere il mercato dell’affidabilità del cinquantanovenne imprenditore alessandrino. Perno dell’operazione pare sia stato quel Giovanni Bazoli, da poco presidente emerito di Banca Intesa, che un trentennio fa, succeduto a Calvi alla guida dell’Ambrosiano, pilotò la RCS verso la Fiat.

Ora tutti attribuiscono a Bazoli un ruolo significativo nel compimento dell’operazione Cairo. Ed è stato notato come, pochissimi giorni fa, in una lunga intervista al Corriere della Sera, abbia manifestato la propensione a votare sì al referendum costituzionale. Così siamo entrati nel capitolo più delicato (più proprio, vorremmo dire) di questa operazione. Quale significato politico può avere? Cairo sembra smarcarsi da facili etichettature politiche, anche se LA 7 appare sempre più un territorio a disposizione dell’antirenzismo, non necessariamente di marca grillina. L’intervista di Bazoli potrebbe dunque indicare un orientamento, se non governativo, comunque non ostile a Renzi. Che sarebbe ribadito anche dalla dichiarata volontà di confermare il direttore Luciano Fontana. Mentre, sempre in termini di pesi e contrappesi, la ventilata nomina di Ferruccio De Bortoli (schierato, per ora, sul fronte del no e, soprattutto nell’ultima fase della sua direzione, molto critico nei confronti di  Renzi) alla presidenza del gruppo fornirebbe garanzie di indipendenza rispetto a Palazzo Chigi.

Siamo appena agli inizi di questo nuovo capitolo della saga del Corriere. Il quale, peraltro, è la corazzata ma non l’unica nave di una flotta che si è molto assottigliata, ma non è scomparsa del tutto. Sopravvivono alcuni (pochissimi) periodici e c’è soprattutto la Gazzetta dello Sport. Che dall’arrivo di un editore appassionatissimo di sport (è presidente del Torino e sembra intenzionato a investire parecchio nel Giro d’Italia, fiore all’occhiello del quotidiano sportivo) pensa di avere tutto da guadagnare. Ora spetta alle autorità di garanzia verificare se l’OPA (anzi l’OPAS: acquisto e scambio) si sia svolta nel rispetto di tutte le norme e se siano rispettati i vincoli di legge. Ma si attende soprattutto di verificare se Urbano Cairo, entrando da padrone in via Solferino (accidenti, non si può più dire: la sede storica è stata venduta), è in grado di fare quello che ci si aspetterebbe da un editore puro: rivalutando il ruolo e l’autonomia della professione giornalistica, sottraendola alle pesantezze manageriali. E quindi confezionando un prodotto che merita l’interesse dei lettori prima che dei centri di potere. Con l’ovvio obiettivo di vendere informazione e non carta stampata.

In tempi non remotissimi si invocava una linea di demarcazione fra i compiti dell’informazione e il ruolo della proprietà. Poi anni interminabili di crisi di mercato hanno prodotto una crisi di identità professionale che ha risparmiato pochissimi. Come ci si sente imbarazzati nel compitare queste banalità, che dovrebbero essere l’abc del giornalismo! Vediamo se la “purezza” di Cairo è in grado di affrontare questa sfida. Siamo appena agli inizi.

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