Il papa a Cracovia insegna la misericordia a centinaia di migliaia di giovani, dopo la tragedia dell’attacco jihadista di Rouen. Oggi va ad Auschwitz

Il papa a Cracovia insegna la misericordia a centinaia di migliaia di giovani, dopo la tragedia dell’attacco jihadista di Rouen. Oggi va ad Auschwitz

A Cracovia, la sede vescovile che fu di Karol Woytila, papa Francesco celebra la Giornata mondiale della gioventù cattolica, appuntamento strategico e decisivo ed ecumenico, lanciato proprio da papa Giovanni Paolo II nel 1985. Per una tragica coincidenza, l’incontro del 2016 avviene a pochi giorni dal primo attentato islamista ad una chiesa cattolica, a Rouen, in Francia, con lo sgozzamento di un parroco di 85 anni, padre Jacques Hamel. Nell’anno del Giubileo della misericordia, perciò, emerge la grande contraddizione del cristianesimo, che fin dall’inizio ne ha segnato il percorso storico: cosa fare dinanzi alla violenza cruenta, efferata. Perdonare? Sì, forse, però… Rispondere con la stessa intensità e violenza, giustificando la legittima difesa? Sì, forse, però… Perdonare un’offesa di poco conto è semplice, banale. Perdonare un omicidio, o un eccidio, non lo è mai stato. In realtà, il Cristianesimo nasce proprio con un atto sublime di perdono, quando il Cristo, pochi attimi prima di spirare sulla croce, chiede al Padre di perdonare “loro”, perché non sanno quel che fanno. E come si trasmette il concetto, o l’atto, sublime del perdono, della misericordia, a centinaia di migliaia di giovani del 2016? È un passaggio culturale decisivo, non solo spirituale, al quale papa Francesco ha voluto rispondere senza nascondersi dietro la dottrina, dietro la formalizzazione del messaggio cristiano. E soprattutto replicando con durezza alla grancassa mediatica di coloro che ci vogliono in guerra.

Papa Francesco ha così invitato i giovani cattolici a “lanciarsi nell’avventura della misericordia”. Facile a dirsi, complicatissimo a farsi, anche per chi vive quotidianamente la realtà dell’impegno in una parrocchia, o in un centro Caritas, o tra gli scout. Nella sua consueta semplicità concettuale – da non confondersi con il semplicismo manierato – papa Francesco ha affermato un vero e proprio cambio di paradigma culturale, lanciato non solo verso i cattolici, ma anche verso l’intera società secolarizzata.  “Lanciarci nell’avventura di costruire ponti e abbattere muri (recinti e reti); lanciarci nell’avventura di soccorrere il povero, chi si sente solo e abbandonato, chi non trova più un senso per la sua vita”, ha infatti detto papa Francesco. “Vuoi una vita piena? – chiede diretto papa Francesco – Comincia a lasciarti commuovere! Perché la felicità germoglia e sboccia nella misericordia: questa è la sua risposta, questo è il suo invito, la sua sfida, la sua avventura: la misericordia. La misericordia ha sempre un volto giovane”.

Abbattere muri e costruire ponti. Sembra facile a dirsi, ma quant’è difficile, nelle piccole cose quotidiane fino alle decisioni generali della politica. Costruire ponti, sul piano del soggetto, significa abbandonare l’individualismo della cultura dominante, l’inseguimento dell’interesse personale come valore prioritario, e assumere l’altro non come nemico contro il quale creare muri, ma come il compagno che ti segue nel difficile e complesso percorso della vita. Papa Francesco giudica una “vertigine alienante” l’individualismo, e con ragione.  E invita i giovani a farsi attraversare dalla “forza della grazia”, che dal suo punto di vista non può che pervenire dall’incontro con “una persona, non un oggetto, ed è viva, si chiama Gesù Cristo”.

Ecco perché ci siamo riuniti, dice papa Francesco ai giovani, evocando con ciò anche il senso dell’esistenza e della resistenza nei secoli della Chiesa cattolica, nonostante tutti i suoi atroci peccati storici, “per aiutarci a vicenda, perché non vogliamo lasciarci rubare il meglio di noi stessi, non vogliamo permettere che ci rubino le energie, la gioia, i sogni con false illusioni. Gesù Cristo è colui che sa dare vera passione alla vita, è colui che ci porta a non accontentarci di poco e a dare il meglio di noi stessi; che ci interpella, ci invita e ci aiuta ad alzarci ogni volta che ci diamo per vinti”. Insomma, papa Francesco esorta a vivere nel mondo in aiuto del mondo, proprio quando il mondo smarrisce il valore fondativo dell’umanità, la relazione umana, “rialzandoci ogni volta che ci diamo per vinti”, e soprattutto quando troviamo e cogliamo una mano che ci tira su. In questo messaggio vi è il segno del per-dono, la gratuità del gesto, la generosità come apertura all’altro, la fine della logica amico-nemico. “Alzare lo sguardo e sognare alto”, dice il papa ai giovani cattolici, e anche a coloro che non lo sono, giovani o cattolici, ma con un tratto anche filosoficamente denso e preciso: il senso dello sguardo e del sogno si ritrovano nella relazione intersoggettiva, perché nessun uomo è un Robinson Crusoe. Ecco perché nelle Beatitudini evangeliche si trovano i “misericordiosi”, dice il papa, coloro che sanno per-donare, coloro che sanno uscire dall’individualismo vendicativo e bulimico. Ricostruire il senso relazionale ed umano della fede è il tratto decisivo di questo papa, che sta trasformando la Chiesa dalle fondamenta, culturali, spirituali ed evangeliche prima ancora che materiali, economiche o dottrinali. Lo fa con “profonda semplicità”, si potrebbe dire. E il suo messaggio vale per tutti.

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