Droga: il dibattito in Aula finito ancora di iniziare. Per ora vincono Alfano e Lorenzin

Droga: il dibattito in Aula finito ancora di iniziare. Per ora vincono Alfano e Lorenzin

Finita ancora prima di cominciare. Il testo di legge elaborato dal sotto-segretario agli Esteri Benedetto Della Vedova e cofirmato dal vice-presidente della Camera Roberto Giachetti si è subito arenato. Il testo di legge si propone di legalizzare i derivati della canapa indiana, di consentire che i malati possano consumare hascisc a scopo terapeutico, senza per questo rischiare conseguenze penali e/o civili; e superare l’attuale normativa, la legge cosiddetta Fini-Giovanardi, in buona parte dichiarata in contrasto con la Costituzione dalla Corte Costituzionale. Il proibizionismo, almeno nella declinazione prevista dalla Fini-Giovanardi, è clamorosamente fallito. Precipita i consumatori nel mercato illegale, produce di fatto una situazione che consente alle organizzazioni criminali di realizzare enormi guadagni; riempie le carceri di persone colpevoli di piantarsi “piantine” di canapa indiana per loro uso; intasa i tribunali con cause e procedimenti che finiscono con esplodere come bolle di sapone. Non lo diciamo noi. Lo dice già da un paio d’anni la Procura Nazionale Antimafia nei periodici rapporti al Parlamento: siamo costretti, dice la Procura, a occuparci dei pesci piccoli, così non ci possiamo concentrare sui grandi narro-trafficanti. Parlare di legalizzazione è come agitare uno straccio rosso dinanzi a un toro, per i parlamentari centristi che fanno capo ad Angelino Alfano. Il ministro dell’Interno e la sua omologa Beatrice Lorenzin, ministro della Salute, sono subito partiti lancia in resta: la legalizzazione non passerà. Così per bloccare la legge Della Vedova-Giachetti che è stata sottoscritta da oltre un centinaio di parlamentari di ogni gruppo politico, il gruppo di Alfano ha depositato un migliaio di emendamenti. Scopo dichiarato: affossare la legge, impedire che si vada alla conta. Per ora ci sono riusciti. Camera e Senato, alla vigilia delle vacanze estiva (sia mai detto rinunciarvi), devono sbrigarsi ad esaminare e approvare una quantità di decreti legge, pena la loro decadenza, con conseguente caos, visto che riguardano cruciali aspetti della vita economica e amministrativa. Così tutto rimandato a settembre. Non è comunque detto che non possa slittare ulteriormente. Il  governo di Matteo Renzi è già oberato da una quantità di problemi, figuriamoci se intende complicarsi la già surriscaldata estate con la questione “canna” sì, “canna” no, e “rompere” con i centristi, il cui voto è essenziale per consentire a Renzi di stare a palazzo Chigi. Tutto in alto mare, insomma; difficilmente le condizioni politiche muteranno da qui all’autunno; anzi, Renzi si vedrà costretto a fare ulteriori concessioni e cedere ad altri, più gravosi, ricatti.

“Comunque avanti, siamo tipi ostinati”, promette Della Vedova. “C’è troppa gente in carcere che non dovrebbe esserci, a causa delle attuali leggi”. Sia lui che Giachetti, prima di approdare il primo nel centro-destra, l’altro nel Partito Democratico hanno alle spalle una lunga militanza radicale; e dal loro “maestro” politico, Marco Pannella, hanno assimilato la caparbietà, la consapevolezza che la durata forma le cose. Del resto quella per la legalizzazione delle “droghe leggere” è iniziativa che Pannella comincia nel 1975, più di quarant’anni fa. E’ il 2 luglio. C’è grande animazione nel salone della sede del Partito Radicale al terzo piano di un  decaduto palazzo umbertino al centro di Roma; tanta gente, come nelle grandi occasioni. Pannella avverte tutte le autorità possibili, che intende infrangere pubblicamente la legge sulle sostanze stupefacenti. Qualche giorno prima la polizia, “obbedendo” alla normativa dell’epoca, ha arrestato una decina di studenti che fumavano delle “canne”, passandosele l’uno all’altro. “Fumare” non sarà bello, ma ancora meno finire in carcere per questo…

Pannella accende il suo “spinello”. Guarda interrogativo alla sua sinistra, dove una persona che gli sta accanto lo osserva perplesso; Pannella gli porge i polsi come a dirgli: “Mi arresta o no?”. Si chiama Ennio Di Francesco, quella persona; è un commissario di polizia, responsabile dell’antidroga a Roma. Il giorno prima c’è stata una riunione dei grandi capi, al ministero dell’Interno: nessuno vuole sbucciare la patata bollente dell’arresto di Pannella. Così la affidano a lui: è pur sempre il capo dell’antidroga, problema suo. Pannella insiste: “Mi arresta o no?”. Di Francesco scrolla il capo: “Che ne so, cosa ha fumato? Sequestro la sigaretta, la facciamo analizzare, e vediamo. Lei onorevole Pannella, mi segua in questura”. Niente arresto, obiettivo comunque raggiunto. Effettivamente la “droga” c’è. Pannella finisce in carcere per una settimana, in attesa del processo per direttissima (dopo la prima udienza, immediata liberazione; non se ne farà più nulla, fino alla prescrizione). Il commissario nel pomeriggio manda a Pannella un telegramma: “Come poliziotto la dovevo arrestare, come uomo sono solidale con lei”. I giornali sparano: “Il commissario che arresta Pannella, solidale con lui”. Il giorno dopo il commissario ovviamente viene rimosso.

Alla fine, batti e ribatti, sempre i radicali raccolgono le firme necessarie per un referendum per abrogare la legge sugli stupefacenti che non fa differenza tra cocaina, eroina, e derivati della canapa indiana; che permette di ubriacarsi ogni giorno con whisky o vodka, ma ti considera spacciatore se con altri due, a casa tua, ti fumi una “canna”… Il referendum abroga la legge; il Parlamento risponde varandone un’altra legge perfino peggiore: la Jervolino-Vassalli; che poi sostituta dalla Fini-Giovanardi. Le azioni di “disobbedienza civile” dei radicali si susseguono, a Roma e a Napoli, a Milano e a Torino, a Verona e a Palermo… Quasi sempre alla sbarra Pannella, e una sua sodale, “pannelliana” ventiquattro carati, Rita Bernardini; ne ricavano sentenze che dovrebbero far riflettere: una volta i due sono assolti, la corte riconosce al loro “fare” un alto valore morale; un’altra volta sono condannati, ma con i benefici di legge; ma vengono anche condannati senza che questi benefici siano riconosciuti; c’è poi una corte di giustizia che assolve, perché “il fatto non costituisce reato”; un’altra dichiara che la sostanza è sufficientemente stupefacente… Insomma, una babele…

Siamo a oggi. Bernardini se ne inventa un’altra, scopre la vocazione del “pollice verde”; non si tratta però di rose, tulipani, gerani, mughetti: lei coltiva una trentina di piantine di marijuana sul terrazzo di casa sua: spacciatrice a tutti gli effetti. Segue passo passo la “coltivazione” immortalandola nella sua pagina facebook: sono piantine alte, rigogliose. Nel giardino di chiunque si sarebbe da un pezzo in galera. Lei no. Cosa va cercando? “Che mi arrestino, sono una coltivatrice di sostanze vietate”. Esiste la modica quantità… “Sono molte piante. Tecnicamente sono una spacciatrice. Altri per molto meno sono finiti in carcere”. E poi? “Poi il processo, e vediamo che cosa viene fuori. Nonviolenza e diritto, ancora una volta…”. Intanto le prime piantine le hanno sequestrate, e il processo se lo sogni, non sono mica dei fessi… “Si sono inventati che quelle piantine, coltivate in quel modo, sono prive dei principi attivi…”. Chi lo dice? “La procura di Roma. Me l’hanno detto chiaro e tondo: non l’arrestiamo”. Eppure dovrebbe esserci l’obbligatorietà dell’azione penale… “Nel mio caso evidentemente si può fare una deroga”. Li denunci… “Aprono un fascicolo, e lo chiudono in qualche cassetto a far polvere…”. Ora che intende fare? “Chi la dura la vince. In fin dei conti quello che si chiede è solo che il Parlamento ne discuta, e che si apra un dibattito serio nel paese…Comunque, ovunque il proibizionismo è fallito”. Lei fuma? “Droga di stato” (mostra un pacchetto di sigarette).

Un motivo per legalizzare le “canne”.  “Oggi la droga, quella leggera e quella pesante, è sostanzialmente libera, la si può acquistare a qualsiasi ora del giorno e della notte. Si darebbe un colpo significativo alle mafie, perché oggi il cittadino consumatore – e sono circa quattro milioni i consumatori in Italia – ha solo una possibilità, rivolgersi alla criminalità organizzata, tant’è vero che ci sono persone che se la coltivano anche per uso terapeutico e vengono condannate, arrestate, persone che anziché dare i soldi alla mafia piantano un seme, coltivano una pianta, ecco, vengono sbattute in galera. Di mafiosi in galera se ne sono ben pochi, per questo. Per inciso, lo sa che piantare semi di derivati della cannabis è vietato, ma li può detenere a scopo di collezione?”.

Collezionista di semi? “Se vuole, può. E’ una delle tante assurdità di questa legge. La stessa Direzione Nazionale Antimafia da anni invoca il superamento di questa legislazione, e ha dato parere favorevole al progetto di legge Della Vedova-Giachetti. Da anni visito carceri e istituti di pena. Metà dei detenuti sono in prigione per cose legate alla droga. Curarsi lì non si curano certamente; anche Vincenzo Muccioli, che anti-proibizionista non era, era d’accordo con Pannella: in carcere no…Si parla tanto di danno sociale; facciamo un po’ seriamente i conti del proibizionismo: a parte i costi umani, milioni e milioni di euro”. In bocca al lupo… “Sono coriacea”. Ne riparliamo a settembre. Forse.

Share

Leave a Reply

Your email address will not be published.