Caso Schwazer. Le luci, le ombre e i misteri di una vicenda “olimpica”

Caso Schwazer. Le luci, le ombre e i misteri di una vicenda “olimpica”

A descriverle tutte, le stravaganze o le irregolarità del caso Schwazer, si compila un faldone. Limitiamoci a una sommaria elencazione delle più vistose:

° Il campione di urina prelevato al marciatore altoatesino il 1° gennaio alle 7,25, a casa di Schwazer, da un funzionario tedesco che lavora per conto della IAAF (Federazione internazionale di atletica leggera) viene spedito al laboratorio di Colonia con l’indicazione del paese di provenienza (Racines, 4000 anime), mentre dovrebbe indicare solo la nazione per garantire l’anonimato. L’anonimato dunque è saltato: a Colonia arriva una provetta con nome e cognome.

° Al laboratorio di Colonia la provetta viene registrata con la scritta “località di provenienza non nota”: falso.

° Il controllo immediato dei valori steroidei previsto dalla normativa non viene effettuato.

° Il campione viene ripetutamente scongelato e ricongelato, ma fino al 14 aprile non si verificano esami.

° Il 26 aprile dal laboratorio trapela la presenza di testosterone, ma Schwazer non viene fermato, non c’è comunicazione ufficiale: lo si lascia gareggiare e vincere la Coppa del Mondo l’8 maggio (ove sconfigge nettamente il suo acerrimo rivale, l’australiano Tallent) e a La Coruna il 28 (ove arriva secondo dietro a un cinese).

° Nel frattempo, alla vigilia di queste gare, Sandro Donati, allenatore e preparatore di Schwazer, noto (e inviso a tanti) nel mondo dello sport per la sua trentennale guerra al doping riceve due telefonate da un giudice internazionale “molto vicino a Sandro Damilano”, che lo invita a intervenire su Schwazer perché non si impegni e lasci vincere Tallent (a Roma) e i cinesi (a La Coruna). Sandro Damilano allena i marciatori cinesi, mentre il fratello Maurizio (olimpionico nel 1980) è il presidente della commissione internazionale di marcia della IAAF.

° La comunicazione ufficiale della positività del test (“lievi tracce di testosterone”) avviene solo il 21 giugno, a sei mesi dal prelievo e con tempi quasi inesistenti per consentire a Schwazer e Donati di organizzare la difesa prima della convocazione per le Olimpiadi di Rio de Janeiro.

° Questa difesa viene di fatto negata: la Iaaf – estrema beffa – convoca la seduta per la valutazione del caso alla presenza si Schwazer, dei suoi legali e di Donati solo per il 4 agosto, cioè il giorno prima dell’inaugurazione dei Giochi olimpici!

C’è dell’altro. Ma questo basta e avanza per minare dalle fondamenta la credibilità dell’intero percorso

Che la provetta protagonista del tormentatissimo caso contenga tracce di testosterone credo sia a questo punto difficilmente negabile. Che quel testosterone sia di Schwazer e che la provetta non abbia subito interventi manipolatori appare a questo punto perlomeno discutibile. Certo, se si fossero rispettati i tempi del protocollo, il caso sarebbe già stato affrontato e risolto nelle sedi competenti.

Invece lo si è fatto esplodere con tempistica sospetta e si è lasciato che attorno ad esso montassero dubbi e illazioni che nuocciono all’onorabilità dell’atleta ma anche – e molto – alla credibilità della WADA (l’agenzia mondiale antidoping) e della IAAF.

E non sono dubbi e illazioni le minacce che Sandro Donati – un vero crociato nella lotta al doping, forse il vero bersaglio di questa torbida vicenda, che ha quasi i contorni del complotto – ha denunciato: “Sono stato minacciato. Temo per me e per la mia famiglia”. Dopo le telefonate corruttive (“lascia vincere Tallent ei cinesi”), le minacce. E Donati di questo ha parlato nelle sedi più qualificate, a metà luglio: sia nella audizione (secretata) presso la commissione antimafia presieduta da Rosi Bindi, sia negli uffici del procuratore capo della Repubblica romana, Pignatone.

Donati è un tosto: chi lo ha blandito o minacciato non ha considerato la particolare ostinazione del carattere di questo allenatore né la sua assoluta impermeabilità ad atteggiamenti compromissori.

Perché la commissione antimafia? Perché la dinamica e la successione dei fatti lasciano intendere che – come altre volte nello sport è successo – la mafia operi per pilotare e condizionare le scommesse (e a Rio si scommetterà, e si scommetterà parecchio), anche a costo di mettere a repentaglio la vita (ricordiamo il caso Pantani) e comunque danneggiando gravemente il nome, la storia sportiva, l’onore di qualche campione.

 Sconcerta profondamente il comportamento della IAAF, che prima sembra disinteressarsi del caso, poi lo fa marcire in moratorie incomprensibili, infine strozza i tempi, negando a Schwazer la ragionevole possibilità di difendersi.

Molto difficilmente la seduta del 4 agosto, capovolgerà il verdetto di sospensione dell’atleta. Si limiterà al formalistico ribadimento della presenza di tracce di testosterone e semmai rinvierà a fasi ulteriori (quindi fuori tempo massimo) gli approfondimenti e fors’anche le sanzioni per la mancata osservanza delle modalità previste dal protocollo.

Se Schwazer e Donati sono vittime di un complotto o comunque oggetti di comportamenti dolosi lo potrà forse stabilire la giustizia ordinaria, che ha notoriamente tempi incompatibili con le urgenze che una partecipazione olimpica richiede. Approfondire le denunce di Donati e individuare la rete di interessi mafiosi che potrebbero aver voluto mettere fuori causa il campione olimpico di Pechino, richiede molto tempo.

Viene quasi da augurarsi che Schwazer sia realmente colpevole, che si sia reso responsabile di assunzione di sostanze steroidee, anche se, per un atleta nella sua posizione, sarebbe una manifestazione di insensatezza planetaria. Perché, se è grave che un atleta dopato la faccia franca, beffando la giustizia e danneggiando gli atleti puliti, è dieci volte più grave che un innocente venga condannato.

Ai Giochi di Rio la IAAF consentirà la presenza di decine di atleti (russi, ma non solo) che si sono resi responsabili di violazioni a raffica delle norme antidoping. Ci saranno perché il Comitato Olimpico Internazionale (CIO), ha smentito di fatto la decisione del TAS (Tribunale Arbitrale dello Sport) che aveva decretato l’interdizione massiccio di tutto lo sport russa alle Olimpiadi. Ragioni politiche hanno indotto il CIO a demandare alla singole federazioni la decisione sulle ammissioni e le esclusioni. E le singole federazioni – a partire dalla IAAF – hanno subito mostrato la massima indulgenza, allargando le maglie al punto che gli esclusi saranno pochissimi.

Deboli coi forti, come si dice

A Rio gareggeranno molti impuniti. Ma assai difficilmente ci sarà Alex Schwazer, che ha meno santi in paradiso (e molti nemici nell’esercito dei puritani che invocano sempre la giustizia sommaria).

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