Rai. La bufera continua dopo l’allarme di Freccero sulle nomine dei nuovi direttori. Guelfi non vede carrarmati in viale Mazzini

Rai. La bufera continua dopo l’allarme di Freccero sulle nomine dei nuovi direttori. Guelfi non vede carrarmati in viale Mazzini

La bufera sulla Rai non accenna a placarsi, dopo la rivelazione dei lauti salari per 94 fortunati dipendenti, tra i quali il top management e diversi giornalisti. Questa volta il sasso nella piccionaia lo ha scagliato uno dei membri di opposizione nel Consiglio di amministrazione, Carlo Freccero, voluto dal Movimento 5stelle. In un’intervista al Quotidiano Nazionale, Freccero ha lanciato l’allarme nomine:  “stanno per varare le nomine nei tg. E lo stanno facendo senza consultare il cda. Sono nomine di interni Rai, ma su cui è chiaro che c’è un accordo molto forte con il governo. Orfeo sarà confermato al Tg1, Ida Colucci diventerà direttore del Tg2 e Antonio Di Bella per il Tg3 dove dovevano fare fuori la Berlinguer”. La ragione di questi cambiamenti? Freccero la spiega così: “è una questione che riguarda il referendum costituzionale. La Berlinguer per loro avrebbe schierato il Tg della terza rete sul no. Invece in questo modo avranno tre tg tutti schierati sul sì. Mi sembra grave, gravissimo, che ancora una volta le nomine siano state decise tra Campo Dall’Orto e Palazzo Chigi, senza consultare il cda. A noi ufficialmente non è stato detto nulla”. E annuncia: “Se davvero pensano di arrivare in cda a cose fatte, come sempre oramai, allora siamo pronti anche ad azioni eclatanti”.

Le agenzie di stampa inondate da dichiarazioni, note, commenti

Apriti cielo. Si è scatenato il finimondo, a mezzo comunicati stampa, naturalmente. Sono intervenuti in tantissimi, in una sorta di psicodramma collettivo partito direttamente dagli uffici stampa dei gruppi parlamentari. Non che la questione delle nomine dei nuovi direttori, strumentali a schierare l’informazione pubblica per il Si nel referendum, sia di poco conto. Anzi. Conferma la tendenza neo autoritaria del premier e del Partito democratico, pronti a lottizzare e occupare la Rai, e a nominare i più fedeli al verbo di Palazzo Chigi. Non sfugge la logica del “con me o contro di me” che accompagna ogni decisione del Giglio magico di Palazzo Chigi, ormai in ogni ambito della vita pubblica, dalle aziende strategiche dell’energia, alle telecomunicazioni, al servizio pubblico. Tuttavia, se quanto ha rivelato il consigliere Freccero fosse vero, si tratterebbe di una gravissima minaccia all’autonomia e all’indipendenza della Rai, ed è giusto alzare “le barricate”. In ogni caso, anche questa vicenda delle nomine dei direttori Rai dimostra ampiamente cosa e quanto il premier si stia giocando col referendum sulla riforma costituzionale. Vuole vincerlo ad ogni costo, frantumando il Paese tra guelfi e ghibellini, costruendo i suoi comitati con la logica del noi e voi, laddove il noi è costituito da Confindustria, cooperative, artigiani, coldiretti, e perfino la Cisl di Furlan, e rubando ai giornalisti del servizio pubblico radiotelevisivo autonomia e indipendenza. È un progressivo imbarbarimento del confronto politico, del quale portano la responsabilità il premier, Palazzo Chigi e il Partito democratico. Il timore è che, purtroppo, il voto nel referendum d’autunno non sarà libero, perché non sarà libera la campagna elettorale. Questa è l’Italia che Renzi vuole?

La replica del CDR del Tg3. Ma perché le altre testate non fanno altrettanto, visto che le si accusa di connivenza col Si?

Intanto, messa sotto accusa per eventuali simpatie per i Comitati del No, la redazione del Tg3 diffonde una nota indignata: “Respingiamo ogni strumentalizzazione. Le etichette di chi vorrebbe le giornaliste e i giornalisti del Tg3 schierati a favore del fronte del no nel referendum costituzionale rientrano, come ormai è consuetudine, nello scontro politico in atto in queste ore cruciali per il futuro dell’informazione della Rai”. Il Cdr conclude: “Riteniamo infelici ed inaccettabili le parole di chiunque attribuisca alla nostra redazione una scelta di parte. Siamo e resteremo equidistanti, questo ci chiede la deontologia professionale e ancor più il nostro ruolo di giornalisti del servizio pubblico”. Bene. Ma perché il Comitato di redazione del Tg3 non chiede alle altre tre testate giornalistiche della Rai, la Uno, la Due e Rainews24 e della radio di fare altrettanto? L’autonomia dei professionisti dell’informazione non è solo questione che interessa il Tg3, sottoposto a stress, ma l’intera struttura informativa del servizio pubblico. Se infatti il Tg3 è accusato di collusione con il No, le altre testate sono accusate di collusione con il Si. Ma dalle altre redazioni non vi sono reazioni.

La posizione di Sinistra Italiana espressa da Nicola Fratoianni e Loredana De Petris: epurazione

La vistosa contraddizione in cui sono caduti redazioni Rai e lo stesso Pd emerge in una nota di Nicola Fratoianni, coordinatore di Sinistra Italiana, il quale afferma “un partito azionista di maggioranza del governo che ha deciso di consegnare la Rai nelle mani esclusive del Governo intima alla politica di tacere. C’è una fretta agostana, improvvisa e sospetta, e con le modalità semiclandestine con cui si preparano le nomine dei Tg che non ci convince affatto. La verità è che a Palazzo Chigi e a Largo del Nazareno, di fronte alle loro crescenti difficoltà nel Paese, serve una informazione omogenea e allineata, soprattutto in vista del referendum del prossimo autunno. Stiano sereni – conclude Fratoianni – noi ci opporremo in ogni modo”. Sulla stessa lunghezza d’onda, naturalmente, la capogruppo di Sinistra Italiana al Senato, Loredana de Petris, la quale scrive in una nota che le nomine ventilate confermano “ancora una volta, l’idea di democrazia e di servizio pubblico che ha Matteo Renzi e il suo governo. Anziché imporre alla Rai, e in primis al dg Campo dell’Orto, di adeguare gli stipendi al tetto di legge, Renzi si occupa solo di quello che gli interessa veramente: procedere ad eventuali epurazioni di quei direttori non allineati con il fronte del Sì al referendum. Ne è emblema il direttore del Tg3 Bianca Berlinguer e la sua redazione, da tempo sotto attacco”. La parola più significativa che emerge è dunque “epurazione”. Sembra di vivere nella Turchia di Erdogan. E tuttavia, anche dall’interno del Partito democratico si avverte qualche voce critica, quella di Miguel Gotor, Federico Fornaro e Claudio Martini, i primi due, bersaniani: nella nota scrivono che le nomine “Fatte in questo modo darebbero poi l’impressione, in particolare per il Tg3, di voler unicamente ridurre l’autonomia giornalistica in una fase in cui, invece, vi sarebbe assoluto bisogno di pluralismo culturale e politico. Ci si fermi prima di scrivere una brutta pagina della storia della Rai.

La strampalata ironia del consigliere Guelfi (area renziana): non vedo carrarmati a viale Mazzini

L’allarme per il consigliere Guelfi, di area renziana (e già questa è una vistosa contraddizione in termini, membro del cda e in quota Renzi) è “prematuro e preconcetto. Rispetto le scelte di ognuno”, scrive in una nota, “proseguano pure su questo terreno, ma non mi faccio tirare dentro una rissa di cui non vedo i contorni”. Quanto alla posizione del presidente della Vigilanza, “ci sono state due sedute della commissione presiedute da Fico, che aveva alla sua destra, neanche a un metro di distanza, il direttore generale e il presidente della Rai. Io ho seguito la seduta della commissione e non ho sentito questo allarme. Se poi si segue Freccero che viaggia nei meandri di Dagospia… allora facciano pure. Io che faccio parte del cda e sono a disposizione della Rai, da cui sono uscito alle 16, non ho trovato in azienda traccia di carrarmati. E fino a poche ore fa – conclude sul filo dell’ironia – i blindati non avevano occupato nessun ponte attorno a Viale Mazzini”. Si fa dunque perfino dell’ironia, molto molto spicciola, per non ammettere che l’intenzione era quella, ma è stata smascherata. Stendiamo davvero veli pietosi sui carrarmati a viale Mazzini.

Share

Leave a Reply