Speciale Brexit. Cosa e come cambierà con l’uscita della Gran Bretagna dalla UE dal punto di vista dei diritti di cittadinanza

Speciale Brexit. Cosa e come cambierà con l’uscita della Gran Bretagna dalla UE dal punto di vista dei diritti di cittadinanza

Cosa potrebbe cambiare con la Brexit sul piano concreto? Qualche confusione è comprensibile nelle ore successive alla dichiarazione ufficiale dei voti referendari, e anche perché nel corso della campagna elettorale i due schieramenti hanno detto cose molto diverse. I sostenitori della Brexit hanno ampiamente rassicurato i cittadini europei che nessuna nuova legge sull’immigrazione colpirà il loro diritto di risedere in Gran Bretagna. “Non vi saranno cambiamenti per i cittadini della UE già legalmente residenti in Gran Bretagna”, si sono affrettati a spiegare Boris Johnson, il leader del movimento Brexit ed ex sindaco di Londra, “a loro verrà garantita automaticamente la scelta di restare e non saranno trattati con minore favore rispetto a quanto già lo siano oggi”. Tuttavia, dal campo avverso, dei perdenti del Remain, avvertono: “tutti gli attuali cittadini EU perderanno il diritto automatico di venire a lavorare da noi. Ciò significa che vivere e lavorare nel Regno Unito sarà molto molto più difficile, ed è prevedibile che saranno imposti limiti e barriere nella forma di permessi di soggiorno, visti e altri costi burocratici”.

Molti giuristi britannici esperti in migrazioni hanno già rilasciato interviste e commenti su quanto potrebbe accadere, dopo l’applicazione dell’articolo 50 del Trattato e l’uscita del Regno Unito. Essi sostengono che l’attuale status quo sarà sovvertito anche per i cittadini europei, e avvertono che la ragione fondamentale della vittoria del Brexit è proprio la diffusione della paura per l’immigrato. In realtà, i diritti dei cittadini UE nel Regno Unito, spiegano, non saranno garantiti automaticamente e saranno parte rilevante del negoziato con la UE. Sionaidh Douglas-Scott, docente di Diritto alla Queen Mary University di Londra ed esperto di Diritto Europeo ammonisce: “non esiste un diritto assoluto a garanzia dei diritti acquisiti dai cittadini UE. Se si lascia la UE non si è più membri del club che attribuisce quei diritti. Semplice, ma terrificante”. E tra i diritti acquisiti il professore snocciola: il diritto alla residenza, al lavoro, a costituire una società e a mettere su un’azienda, ad avere una proprietà, all’accesso ai servizi pubblici, come la sanità e l’istruzione, e a restare in caso di pensionamento.

Certo, i cambiamenti per i cittadini UE non avverranno nel giro di una notte, ma è possibile che da ottobre il nuovo governo coerente con la Brexit possa imporre nuova documentazione da presentare insieme alla richiesta di permesso di soggiorno. I giuristi avvertono: “quando un datore di lavoro chiederà la prova del diritto a vivere nel paese, non sarà più sufficiente il solo passaporto. Ci vorrà la documentazione prevista per i lavoratori extracomunitari”. Invitano ad assumere come modello di riferimento il sistema australiano, da applicare ai cittadini UE. Si tratta del sistema dei visti a due livelli: la richiesta del salario sicuro, la conoscenza della lingua inglese ed altri fattori. Dopo cinque anni di permanenza ininterrotta, i cittadini forniti di tali visti possono fare richiesta di un permesso permanente di soggiorno. In realtà, questo sistema ha tuttavia controindicazioni, ad esempio per gli studiosi e i ricercatori che vogliano trascorrere in Gran Bretagna un anno sabbatico o che intendano iscriversi a corsi di studio della durata inferiore ai cinque anni.

Come cambieranno le cose per i britannici che vivono nei paesi UE

Per i britannici che vivono invece nella UE, e sono un milione e trecentomila, il voto del 23 giugno significa pervenire a un periodo di grande incertezza. Sempre i giuristi affermano che i britannici potrebbero diventare immigranti clandestini improvvisamente se la Gran Bretagna non conferma una qualche forma di libertà di movimento come parte dell’accordo con la UE. È difficile, naturalmente, immaginare espulsioni di massa dei sudditi di sua maestà dall’Italia, o dalla Francia o dalla Germania. Si potrebbe dedurre che i britannici già residenti nella UE, in tempi di Brexit, possano fare appello alla Convenzione di Vienna del 1969 per confermare i diritti acquisiti. Altri giuristi, invece, pensano che questi diritti siano limitati alla residenza e ai diritti di proprietà, escludendo i diritti sociali, come la sanità e la previdenza.

Nel breve periodo, i britannici impiegati da società estere in uno stato membro della UE, pagati in euro e coperti dal sistema sociale e assicurativo del paese ospitante, hanno poco da temere. È ovvio che per i lavoratori britannici nella UE che percepiscono salari in sterline l’oscillazione del tasso di cambio sarà decisiva. Altra enorme grana che peserà sulle trattative per l’uscita è rappresentata dalla reciprocità dell’assistenza sanitaria per tutti i cittadini della UE. Con la brexit potrebbe accadere che la sanità britannica e viceversa dovrà essere a pagamento.

Insomma, al momento non v’è nessuna certezza su come cambieranno le cose nei rapporti tra la Gran Bretagna e la UE, e come saranno garantiti i diritti acquisiti.

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