Sbaglia il presidente del Consiglio: domenica non si vota “solo” per un sindaco

Sbaglia il presidente del Consiglio: domenica non si vota “solo” per un sindaco

Il presidente del Consiglio (ora) dice che domenica 19 giugno, là dove avranno luogo i ballottaggi, si voterà null’altro che per un sindaco: per una persona che ispira fiducia e si presume (si spera, almeno) abbia capacità di amministrazione almeno decente. Sicuro, è così. Ma è anche vero che salvo rarissime eccezioni, il sindaco di questo o quell’altro schieramento, si mascheri o meno dietro una lista civica e rinunci ai “colori” di un partito, comunque rappresenta un’idea e annuncia un modello di società, di “vivere”, opera delle scelte. Insomma, senza essere schiavi dell’ideologia, si vota anche per delle idee, e non a caso si dice che le idee camminano sulle gambe delle persone. Ad ogni modo, la si metta come si vuole, in Italia (ed è poi sbagliato?) ogni elezione finisce con l’avere un significato politico. E se ne faccia una ragione chi lo nega, perché è lo stesso che finora ha polarizzato la competizione elettorale; solo ora che il consenso scricchiola, che sondaggisti autorevoli lasciano intendere che il partito del presidente del Consiglio può uscire da questo voto con le ossa rotte, si cerca di correre ai ripari, dicendo che in fondo si tratta solo di eleggere dei sindaci, e la vera partita la si gioca in autunno, con il referendum costituzionale…

Meglio procedere con ordine. A Torino e Bologna tutti i sondaggisti e studiosi di flussi elettorali davano per certa l’elezione al primo turno del candidato di centro-sinistra. Cosa accade? Piero Fassino, che pure ha amministrato la città senza infamia e qualche gloria, sente sul collo il fiato della candidata dei Cinque Stelle, una signora di cui fino a ieri non avremmo saputo neppure dire il nome, Chiara Appendino. A Bologna il sindaco uscente, Virginio  Merola si è distinto per il suo essere incolore; nessuno chiede più un ‘sindaco del pane’ come Francesco Zanardi, ma non c’è nemmeno l’ombra di una personalità di un Renato Zangheri, di un Renzo Imbeni, e men che mai di un Giuseppe Dozza o un Guido Fanti; da quei modelli, da quelle “visioni” siamo lontani anni luce (e chissà come mai? Chiedercelo non sarebbe poi male). Merola non ha fatto guai particolari, si potrebbe dire che nulla, di particolare, ha fatto; e cosa accade? La candidata del centro-destra, ‘corrente’ Lega, Lucia Borgonzoni, anche lei spuntata dal nulla come un fungo dopo una notte di pioggia, ha ramazzato una quantità di voti. Il solo fatto di essere arrivata al secondo turno è una vittoria (per il centro-destra).

Napoli è persa, essendo il ballottaggio affare del sindaco uscente, Luigi De Magistris, contro il candidato del centro-destra, Gianni Lettieri; il PD è allo sbando che più non si potrebbe. Ma cosa si evoca a fare il “lanciafiamme”? Non c’è nulla da bruciare, è già tutto cenere. A Cagliari il sindaco uscente Massimo Zedda fa gol al primo turno, vuol dire che i cittadini non sono scontenti di lui; il fatto, non irrilevante, è che Zedda non è renziano, non è neppure del PD, milita in quella sinistra che con Matteo Renzi non ha niente a che fare. Restano Milano e Roma. Vero che i ballottaggi possono smentire facilmente pronostici e sondaggi. Ma il candidato del centro-sinistra a Roma Roberto Giachetti per prevalere sulla grillina Virginia Raggi dovrà sudare settanta, non sette camicie; e anche a Milano il dato per sicuro Giuseppe Sala se la deve vedere con uno Stefano Parisi combattivo quanto mai; e tanto per dire: chissà se “l’accidente” capitato a Silvio Berlusconi non lo favorirà, nel senso che potrà fungere da catalizzatore per incerti o svogliati e indurli a votare il candidato del centro-destra. Poi ci sono piccole, davvero piccole trovate. Ma veramente i milanesi sono così bauscia da farsi incantare per un DJ ingaggiato per gli eventi con i giovani? E si può stendere un velo per quel che riguarda la “trovata” Emma Bonino; fino a ieri le si pronosticava un incarico di prestigio all’ONU, oggi si occuperebbe della “politica estera” di Milano…

Ad ogni modo, ancora qualche giorno, e sapremo. Quello che già sappiamo è che ora dopo ora, e nonostante l’interessato si affanni a dire che così non è, questi ballottaggi amministrativi assumono sempre più il sapore del pronunciamento ‘pro‘ o ‘contro‘ Renzi. A Roma la destra piuttosto di votare Giachetti si dice disposta a sostenere Raggi; se proprio si vuole fare un favore al candidato del centro-sinistra, non si va a votare, come Berlusconi ha annunciato di voler fare (prima dell’’incidente’). A Milano Dario Fo si dice tentato dal voto a Parisi; paradossale poi che il Ministro dell’Ambiente GianLuca Galletti dica che ancora non sa a chi dare la sua preferenza a Bologna.

Cosa succede? Succede che il Presidente del Consiglio raccoglie quello che ha semina. Ha personalizzato qualsiasi cosa, anche il più piccolo starnuto, ora raccoglie gli oneri di questa esasperata polarizzazione. Chissà: forse a palazzo Chigi si erano davvero convinti di aver ‘sfondato’ a destra e conquistato l’elettorato di Berlusconi. Non hanno capito che prima o poi sarebbe accaduto quello che è normale accada: e cioè che le opposizioni anche se tra loro opposte, un punto hanno in comune: l’essere contro chi è al Governo. I nodi vengono puntuali al pettine. L’‘errore‘ nasce dalle elezioni europee; allora Renzi, pur non essendolo, effettivamente poteva sembrare una novità; comunque da sempre il voto per il Parlamento Europeo è più libero, l’elettore si consente maggiore ‘disinvoltura’. Il 40,8 per cento raccolto (e comunque un 40,8 per cento su una soglia molto bassa e poco motivata di elettori), non poteva ripetersi: questo lo sapeva da subito un qualunque analista dei flussi elettorali. Se davvero Renzi, con la sua ossessiva presenza nei mezzi di comunicazione, con la sua parlantina sciolta, i suoi atteggiamenti da one man show si era convinto di riuscire a bissare il risultato, beh, vuol dire che gli mancano proprio i fondamentali. Checché dica l’inquilino di Palazzo Chigi, il voto di domenica sarà percepito come una sua vittoria o una sua sconfitta. Con tutta probabilità, il PD ne uscirà con le ossa rotte; questo non sarà un problema per il Renzi presidente del Consiglio; ma lo sarà per il Renzi segretario del partito. Un grosso problema.

C’è poi un contesto internazionale di cui bisogna pur tener conto (possiamo non farlo, ma sarà il “contesto” a imporsi ugualmente alla nostra attenzione). Si comincia con il referendum su Brexit; non riguarda solo il Regno Unito: già vediamo tonfi e speculazioni nelle Borse di mezzo mondo; la stagione degli appuntamenti elettorali è fitta, incalzante: ci saranno le elezioni nazionali in Spagna, e i sondaggi danno vincente Podemos; poi il referendum costituzionale italiano; a primavera 2017 le elezioni nazionali in Olanda, Francia e Germania; oltre oceano il cambio della guardia a Washington, vada come vada, finisce ‘l’era Obama’; per l’Europa conviene senz’altro Hillary Clinton, ma quanto accade negli Stati Uniti dimostra che gli elettori di quel Paese non sanno neppure cosa sia l’Europa, dei cui destini se ne impipano bellamente. Questo senza dare un’occhiata a quello che accade nell’Est europeo e nell’Africa mediterranea. Conoscete il detto: “Il battito delle ali di una farfalla a New York può provocare un terremoto in Giappone”. Ha un bel dire, il presidente del Consiglio che domenica si vota solo per un sindaco…

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