Referendum costituzionale, perché votare No alla “deforma” Renzi-Boschi: 20 domande e 20 risposte

Referendum costituzionale, perché votare No alla “deforma” Renzi-Boschi:  20 domande e 20 risposte

Come noto, a ottobre si svolgerà il referendum sulle modifiche alla Costituzione apportate dal governo Renzi con la legge Boschi per il quale è in corso la raccolta delle firme da parte del Comitato per il No. A sostegno della capillare iniziativa in corso in tutto il paese anche per far conoscere le ragioni del No, costantemente oscurate dalla grande maggioranza dei media, il professor Alessandro Pace, presidente del Comitato per il No, e l’avvocato Andrea Aurelio Di Todaro hanno predisposto un elenco chiaro e semplice di 20 domande fondamentali e altrettanto chiare e persuasive risposte volte a convincere elettori ed elettrici a respingere le deformazioni della nostra Carta e, quindi, a votare No in ottobre. Le 20 domande/risposte sono pubblicate in un volumetto, edito da Ediesse, che sarà disponibile da mercoledì 22 giugno. Eccone un’anticipazione.

Il contenuto della riforma costituzionale Boschi è coerente ed omogeneo?

  1. No. La riforma Boschi ha un contenuto disomogeneo, in quanto modifica in più parti, diverse tra loro, la Costituzione vigente. Non può pertanto essere considerata una “legge di revisione” come previsto dall’art. 138 della Costituzione, secondo il quale il quesito sottoposto all’elettore dovrebbe essere unico ed omogeneo. Avendo la riforma Boschi un contenuto disomogeneo, essa coercirà la libertà di voto degli elettori che hanno a loro disposizione solo un Sì e solo un No.

Perché l’elezione del Senato dovrebbe essere diretta?

  1. Come scrisse proprio nel 1948, Carlo Esposito, uno dei massimi costituzionalisti italiani dello scorso secolo: «Il contenuto della democrazia non è che il popolo costituisca la fonte storica o ideale del potere, ma che abbia il potere; non già che esso abbia solo il potere costituente, ma che a lui spettino i poteri costituiti; e che non abbia la nuda sovranità (che praticamente non è niente) ma l’esercizio della sovranità (che praticamente è tutto)».

La riforma abolisce il Senato?

  1. La riforma non abolisce affatto il Senato ed anzi ne ribadisce la funzione legislativa e quella di revisione costituzionale, ancorché, non essendo stato eletto direttamente dal popolo, il Senato sarebbe privo della legittimazione democratica.

E’ vero che i futuri senatori non percepiranno alcun emolumento e non saranno più dei “privilegiati” rispetto al resto dei cittadini?

  1. I futuri 100 senatori, in quanto sindaci o consiglieri regionali, non saranno compensati per le loro funzioni di senatore, ma avranno soltanto un “rimborso-spese”. Godranno dell’insindacabilità giudiziaria per i fatti posti in essere nell’esercizio delle proprie funzioni – il che è condivisibile – e, ancorché senatori solo part time, godrebbero anche dell’immunità “personale” dagli arresti, dalle perquisizioni personali e domiciliari, e dai sequestri della corrispondenza, col rischio – connesso all’abnorme numero dei consiglieri regionali attualmente indagati o addirittura rinviati a giudizio – di trasformare il Senato in un refugium peccatorum.

E’ un merito o un demerito che la riforma preveda la riduzione del numero dei senatori da 315 a 100?

  1. Nelle attuali condizioni, e tenuto conto del contenuto complessivo della riforma, è un demerito. La riforma, infatti, sottodimensiona irrazionalmente la composizione del Senato (100 senatori) rispetto alla composizione della Camera dei deputati (630 deputati) e rende praticamente irrilevante il voto dei senatori nelle riunioni del Parlamento in seduta comune.

Ma la riforma snellisce il procedimento legislativo. O no?

  1. Il disegno di legge Boschi si era posto l’obiettivo di semplificare il procedimento di formazione delle leggi, ma tale dichiarazione di intenti non è stata seguita dai fatti. La riforma prevede almeno otto distinti iter di approvazione legislativa, col rischio di non infrequenti conflitti procedurali, che potrebbero addirittura configurare vizi di legittimità costituzionale di natura procedimentale, di competenza della Corte costituzionale.

Qual è la posizione della riforma rispetto alle opposizioni  parlamentari?

  1. La riforma Boschi, pur senza abolire il Senato, ne ha svuotato il ruolo di contro-potere politico esterno alla Camera dei deputati, senza compensare tale svuotamento con il rafforzamento del sindacato ispettivo tra cui l’introduzione del potere d’inchiesta da parte di una quarto dei componenti delle assemblee, come previsto in Germania sin dal 1919, e con successo. Il “nuovo” art. 64 si limita infatti a rinviare ai regolamenti delle due Camere il compito di garantire i «diritti delle minoranze parlamentari» e al regolamento della sola Camera dei deputati di disciplinare «lo statuto delle opposizioni». Poiché però i regolamenti parlamentari devono comunque essere approvati dalla maggioranza dei componenti dell’assemblea, è di tutta evidenza che, grazie all’Italicum, sarà il partito di maggioranza a condizionare il destino dei diritti delle minoranze e delle opposizioni.

Quale sarebbe la posizione costituzionale del Premier grazie alla riforma Boschi e all’Italicum?

  1. Il nostro ordinamento si orienterebbe di fatto verso un “premierato assoluto”, grazie all’Italicum e alla riforma Boschi: l’Italicum trasformerebbe il voto al partito del leader in un’investitura quasi-diretta del Premier e la legge Boschi eliminerebbe il Senato come potenziale contro-potere esterno della Camera senza prevedere efficaci contro-poteri interni. Col duplice rischio, connesso all’”uomo solo al comando”, di produrre eccessivi squilibri di rappresentanza e di condizionare addirittura i poteri del Presidente della Repubblica.

Come cambia la composizione della Corte costituzionale con la riforma?

  1. La riforma attribuisce al Senato, composto da 100 senatori, il potere di eleggere due giudici costituzionali ed attribuisce alla Camera dei deputati, composta invece da 630 deputati, il potere di eleggerne tre. Il che, in primo luogo, urta contro il principio di proporzionalità e, in secondo luogo, rischia di introdurre nella Corte costituzionale una pericolosa logica corporativa, che potrebbe fortemente irrigidire i rapporti interni tra i suoi membri.
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