Ora Renzi tende la mano ai sindacati. Madia annuncia la trattativa per il contratto dei dipendenti pubblici. Camusso: niente brindisi vogliamo risultati

Ora Renzi tende la mano ai sindacati. Madia annuncia la trattativa per il contratto dei dipendenti pubblici. Camusso: niente brindisi vogliamo risultati

Il governo Renzi è in carica dal 22 febbraio del 2014. Solo ora si accorge che i dipendenti pubblici da sette anni attendono il rinnovo del contratto, che scioperano, manifestano, organizzano presidi. Non solo, la ministra Madia, quella che vuol  dimissionare il presidente-commissario del pd romano, Matteo Orfini e si prende i rimbrotti del vicesegretario Guerini, addirittura partecipa al Forum sulla pubblica amministrazione promosso dalla Cgil. Di più, tavola rotonda con Camusso. A casa, insomma del sindacato che a Renzi Matteo ogni volta che qualcuno gliene parla viene, anzi veniva, l’orticaria. Marianna Madia dal Forum Cgil dà l’annuncio: “A giorni – dice – apriamo il confronto”. Pensa ai primi di luglio.

Il 12 luglio grande assemblea nazionale Cgil, Cisl, Uil dei lavoratori pubblici

Le risponde Susanna Camusso che annuncia una grande assemblea Cgil,Cisl, Uil del pubblico impiego da tenere a Roma il 12 luglio. “Bene, ma non festeggiamo, non brindiamo – dice – vediamo i contenuti. Chiediamo aumenti sui minimi per tutti, basta demonizzare gli addetti del settore”. Dopo sette anni di blocco della contrattazione, e molti annunci del governo, i sindacati attendono di verificare l’avvio effettivo del tavolo e i contenuti del confronto. Ora che addirittura la parola “concertazione” a Palazzo Chigi non viene più considerata una bestemmia e il giovanotto di Rignano, avvertito che il clima del Paese stava cambiando, ha mandato i suoi ministri e, in particolare il suo sottosegretario personale, Nannicini in esplorazione nel campo avverso. Una “spinta” importante a questo cambiamento di rotta l’ha data senza dubbio il primo voto negativo alle elezioni amministrative. Il ballottaggio ha dato il colpo di grazia. Ma già dopo il referendum contro le trivelle con milioni di elettori alle urne al presidente del Consiglio sono cominciate a fischiare le orecchie. Certo raccoglieva applausi ai convegni di Confindustria, dei giovanotti imprenditori, più falchi dei loro padri. Ma arrivavano anche i fischi da commercianti.

Dopo le elezioni amministrative il premier riscopre l’esistenza delle parti sociali

Renzi Matteo riscopriva l’esistenza delle parti sociali. Il ministro Poletti e il sottosegretario Nannicini convocavano i sindacati, riaprivano un tavolo che per alcuni  anni era rimasto chiuso. Prendevano posto i segretari generali di Cgil, Cisl, Uil, Camusso, Furlan, Barbagallo. Renzi non si fa vedere. Neppure un saluto, una stretta di mano. Chiedetemi tutto, pare abbia detto a ministro e sottosegretario, ma non di sedermi insieme a loro, fate voi. E loro hanno fatto. Un bluff, una proposta pasticciata per la flessibilità, il prestito ventennale, una presa in giro. Facendo tutti i conti compresa l’assicurazione una pensione di 2 mila euro al mese si ridurrebbe a poco più di mille euro. Altro che concertazione. Siamo al bluff e alla politica dell’annuncio. Così ha fatto la ministra Madia che non si è spinta in avanti più di tanto. È rimasta sul generico anche se il tema del Forum era molto stimolante: “Cambiare attraverso la partecipazione, l’innovazione, la contrattazione”.  Al centro del dibattito i contratti, la riforma del governo, il funzionamento della Pubblica amministrazione, il rapporto fra pubblico e territorio, l’organizzazione del lavoro. La riforma della Pa voluta dal governo “non  porta verso una semplificazione ma ad un’ulteriore burocratizzazione. Per quanto riguarda la vecchia  legge Brunetta”, dice  Camusso, “non va rivista, va proprio cancellata”.  Marianna Madia parla di uno Stato che deve garantire ai cittadini i loro diritti. Secondo la ministra oggi, grazie alla “sua” riforma ciò è avvenuto. Ne sarebbe prova il fatto che i cittadini oggi possono conoscere i dati della pubblica amministrazione. Un fatto importante, ma ci vuol ben altro.

Camusso. Con la legge attuale  si rischia un grande processo di burocratizzazione

Risponde Susanna Camusso di cui Rassegna sindacale riporta sintesi dell’intervento:  “Con la legge delega del governo non si è affrontato il nodo centrale, ovvero come funziona la pubblica amministrazione, come i lavoratori esercitano la loro funzione. È una riforma centralista – afferma – la stagione attuale interrompe un processo federalista del paese virando verso un’idea centralista, senza gli strumenti per attuarla. La legge ha determinato che tutte le politiche del lavoro passino da un’agenzia nazionale, togliendo la competenza alle Province. Centralizzando tutto – però – si rischia un grande processo di burocratizzazione e allontanamento dai cittadini. Siamo certi che sia la scelta migliore?”. “La pubblica amministrazione oggi”,   ha proseguito, “non è adeguata a trasformarsi, usare tecnologie differenti, dare risposte adeguate alla velocità dei cambiamenti”. Poi ha indicato i molti problemi che sono aperti: “Occorre prevedere forme flessibili di organizzazioni del lavoro – ha detto – Serve una semplificazione vera: il governo invece fa una delega, poi decreti, poi provvedimenti applicativi, alla fine di tutto al dipendente arriverà un nuovo tomo, non certo un sistema semplificato”.

Autogol della ministra. In tempo di crisi non si rinnovano contratti. Pagano i lavoratori

Camusso insiste sulla esigenza del rinnovo dei contratti: “C’è un pregiudizio sui lavoratori – ha affermato – è più facile dire che il problema sono loro, piuttosto che ammettere che la macchina organizzativa che è stata prevista non funziona”. Il ministro fa una clamorosa ammissione. A suo dire “la crisi peggiore è alle spalle e si può riaprire una normale dialettica contrattuale”. Su tutto il nodo delle risorse: “Nella scorsa legge di stabilità abbiamo stanziato l’inizio delle risorse – ha detto -, è un principio ma senza uno stanziamento iniziale non potevamo riaprire la contrattazione”. Più chiara di così la ministra non poteva essere: la crisi la pagano i lavoratori. Risponde Camusso:  “è sbagliato pensare che la crisi la debbano pagare i lavoratori pubblici, non perché non vogliono fare la loro parte, ma perché ridurre le condizioni del lavoro non è certo un volano per l’economia: è vero esattamente il contrario”. E ricorda che fra i diritti dei lavoratori c’è anche quello di fare le assemblee: “la campagna contro chi fa un’assemblea nel pubblico è stata insopportabile, ha fornito una lettura distorta”. E a Madia dà un appuntamento: l’assemblea nazionale del 12 luglio, sperando che il “tavolo” sia aperto e che dagli annunci si passi a contenuti.

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