Il sabato renziano. A Caserta, poi a Reggio Emilia a tagliare nastri. Infine a Roma in dialogo con Scalfari. Ovunque, la stessa propaganda

Il sabato renziano. A Caserta, poi a Reggio Emilia a tagliare nastri. Infine a Roma in dialogo con Scalfari. Ovunque, la stessa propaganda

Una campagna elettorale ‘parallela’, quella di Matteo Renzi, premier e segretario del Pd, nel week end che tra il primo turno delle comunali ed i ballottaggi di domenica prossima, e che domani saranno preceduti in tv da una serie di duelli all’americana: Raggi-Giachetti, Sala-Parisi, Fassino-Appendino (mezz’ora a testa, sulla Rai, da Lucia Annunziata). Dalla Terra dei fuochi alla fabbrica di Coca Cola a Marcianise, dall’apertura di un nuovo reparto all’Ospedale di Reggio Emilia fino al dibattito con Eugenio Scalfari a Repidee all’Auditorium di Roma, il premier corre da un angolo all’altro del Paese per parlare di un governo che fa, al fianco di chi  “non si lamenta soltanto ma prova a reagire, a innovare, a competere nel mondo”. È il contributo di Renzi alla corsa dei candidati Pd nelle città al voto, mentre lascia al momento cadere nel vuoto l’appello della comunità gay, nel giorno del gay-Pride: “Sposi lui la prima coppia” . Via twitter, Renzi entra invece di petto nella polemica accesa dal Pd contro ‘Il Giornale’ – “principale organo di stampa a sostegno di Stefano Parisi” – che oggi regala il ‘Mein Kampf’, manifesto del criminale disegno nazista di Adolf Hitler. “Vogliono portare a votare contro i candidati del Pd tutto l’estremismo neo nazista e neo fascista che si puo’ raccogliere”, accusano i dem. “Trovo squallido che un quotidiano italiano regali oggi il Mein Kampf di Hitler. Il mio abbraccio affettuoso alla comunità ebraica #maipiù”, li appoggia Renzi. “Distribuire #MeinKampf di #Hitler è decisione grave, memoria merita rispetto. Mia solidarietà a tutte le famiglie vittime di #Olocausto”, twitta anche la presidente della Camera Laura Boldrini, mentre il mondo della politica interviene. Ma la polemica – che ha avuto una eco internazionale – si sgonfia quando Stefano Parisi, candidato del centrodestra a Milano, bolla come “iniziativa offensiva, inutile e inappropriata” quella del quotidiano diretto da Alessandro Sallusti, proclamando la sua fede antifascista e antinazista.

Ovunque sia andato in questo week end, Matteo Renzi ha usato sostanzialmente le medesime parole, gli stessi concetti, la stessa retorica. Partiamo dalla serata, dove è stato pungolato dalle riflessioni di Eugenio Scalfari, che ha ribadito il suo no nel referendum se non dovesse cambiare anche la legge elettorale Italicum. Il capo del governo ha dovuto ammettere di “non essere innamorato dell’Italicum” e ha annunciato di essere “pronto a firmare una proposta di legge” che, con il nuovo impianto istituzionale vigente, limiti a due i mandati del premier, come se bastasse il limite ai mandati per trasformare una strategia che punta al dispotismo in una ingegneria istituzionale più mite. Renzi ha naturalmente sottolineato, replicando a Scalfari, come, con la vittoria del no in autunno “l’Italia diventa ingovernabile e in Europa non ci fila più nessuno”, ammettendo così quello che abbiamo scritto qualche giorno fa sulle riforme scritte non solo sotto dettatura delle cancellerie europee, ma soprattutto utili ad accreditare il premier al tavolo dei potenti europei. Infatti, le riforme, per Renzi, sono anche la base indispensabile per una battaglia che l’Italia, da agosto 2016 (quando, il 30, ci sarà il bilaterale con Angela Merkel) a marzo 2017 (quando Roma ospiterà le celebrazioni del sessantesimo anniversario dei Trattati Ue) si impegna a fare per “cambiare il paradigma Ue: più investimenti e meno austerity”. Una battaglia alla quale l’Italia deve presentarsi più credibile che mai e sulla scia di un pacchetto di riforme ormai completato, osserva Renzi soffermandosi, invece, sulle difficoltà dell’Europa di oggi. Finalmente abbiamo la conferma per bocca dello stesso Renzi che il pacchetto di riforme istituzionali, costituzionali ed elettorale cambia la natura politica dell’Italia perché è quella Europa che lo vuole, e quella Europa non ci piace.

E l’Italicum? Forse, dal dialogo a RepIdee esce meno blindato di qualche mese fa. “Avrei preferito il Mattarellum con strumenti per garantire la vittoria” ammette Renzi osservando come il sì ad ottobre sarà tuttavia un sì ad una riforma costituzionale che “dura 30 anni” quando una “legge elettorale dura molto meno”. L’Italicum, spiega ancora, è stato il frutto di una discussione tra più forze politiche ma, al momento, è l’unica legge che può garantire la vittoria stabile di “un partito senza partitini accanto” laddove con il proporzionale “un governo dura quanto un gatto in autostrada”. E sul punto dei ‘nominati’ (i capolista bloccati) il premier osserva come, “rispetto al passato e alla precedente legge elettorale siano molto meno”. Sui ballottaggi non risparmia critiche e polemiche contro il Movimento 5 Stelle: “Il M5S nasce antieuropeo”, premette il premier giudicando “profondamente sbagliata una lettura nazionale dei dati locali” e garantendo la lealtà del governo a chiunque vincerà. Ma, se a Roma vincerà Virginia Raggi “è un problema dei romani. Se volete affidare la città a chi dice no” a cose come Olimpiadi e metro C, “votate chi volete”, scandisce, negando che il voto a Roma sia anche “un giudizio sul Pd”. In chiave nazionale, per il premier, i 5 Stelle oggi invece non reggerebbero: “In un ballottaggio oggi ci sarebbero Pd e centrodestra”. E a Scalfari che gli disegna un futuro governo a 5 Stelle con Italicum e riforme costituzionali in vigore il premier risponde: “se vince Grillo è perché ha preso un voto più di noi ma se siamo bravi vinciamo perché siamo più credibili”. Parole con cui Renzi torna a difendere, almeno nel breve periodo, l’Italicum. Con una postilla: se in autunno vincerà il no “il punto non è che vado a casa” ma che torneranno “inciuci e ingovernabilità”. Come si vede, i leit motiv della sua campagna elettorale ci sono stati tutti. Nihil sub sole novi, come dice il Qohelet, geniale libro biblico.

Nel pomeriggio, Renzi era stato a Reggio Emilia, ricevuto con tutti gli onori dai sindaci piddini, dai parlamentari piddini,, dal ministro reggiano del Pd, dal vescovo di Comunione e Liberazione ma vicino al Pd, per tagliare il nastro del nuovo Centro oncoematologico, un gioiello dal punto di vista dell’edilizia sanitaria, della cura dei tumori e delle leucemie, dell’assistenza e della ricerca. La presenza di tante autorità piddine nelle prime e nelle seconde e nelle terze file e nelle quarte fila della tensostruttura innalzata per l’evento, ha un po’ oscurato i veri protagonisti della giornata reggiana, gli ammalati, i loro familiari, i medici, e gli operatori sanitari. Occorre anche ricordare qui che Reggio Emilia, come l’intera Regione emiliano-romagnola ha vissuto alle ultime amministrative un forte problema di legittimità democratica. Mai prima dell’ultimo voto amministrativo, nella storia di questa città e di questa regione, la partecipazione al voto è stata tanto bassa, da toccare solo il 37%. Sindaci e governatore, nei fatti, sono stati eletti da una scarsissima minoranza (18-20%) dei cittadini. Tuttavia, va anche aggiunto che il livello medio della sanità emiliana resta uno dei più alti in Europa, e forse il più alto in Italia, dopo la Toscana. Il CORE, il Centro oncoematologico di Reggio Emilia è di certo una eccellenza della sanità italiana, e speriamo davvero che ad esso vengano riservate risorse importanti, per l’assistenza, la cura e la ricerca, anche perché, come accade sempre più spesso, accoglierà e ospiterà ammalati da tutta Italia. Ci saremmo attesi dal nostro premier qualche parola chiara in materia di diritto costituzionale alla salute, affossato proprio dal suo governo attraverso i tagli alla sanità. Invece ha elegantemente glissato. “Bisogna aumentare i soldi sulla sanità ma vanno spesi meglio. Ci sono alcune Regioni che devono capire che la sanità non è la fonte di consenso per qualche aspirante politico in cerca di carriera. La sanità è il luogo nel quale, insieme all’educazione, si rappresenta la carta d’identità di un popolo. Quindi va bene continuare ad aumentare i fondi alla sanità, a condizione che questi denari siano spesi bene”, ha detto Renzi, sorprendendo più di qualche invitato. Vorremmo osservare qui ed ora, molto sommessamente, che tutte le regioni del Sud dal Lazio alla Sicilia sono ormai governate dal Partito democratico, ed è quest’ultimo che gestisce ormai ovunque la spesa sanitaria attribuita alle Regioni. Perciò, sinceramente, non abbiamo capito la polemica: chi, dove, come gestisce la spesa pubblica per la sanità in funzione del consenso? Nel Lombardo-Veneto, ultime due grandi Regioni non governate dal Pd? Oppure, è il Pd che ha qualche problema, ad esempio col sistema delle nomine dei direttori generali e dei loro nutritissimi staff? Ecco cosa invece ha aggiunto Renzi durante il discorso-comizio a Reggio Emilia: “Quella di Reggio Emilia è una comunità straordinaria perché ha dei valori, non solo economici. L’Italia che riparte e che, ad esempio nel Mezzogiorno, tenta di levarsi di dosso la ruggine, ha bisogno di modelli: lo sono le istituzioni di Reggio, ma anche medici, infermieri, ricercatori, pazienti del Core: perché dimostrate a questo paese cosa dobbiamo essere, un grande paese innovativo, ma anche una comunità solidale”. Se è così, ci chiediamo, e chiediamo al premier, per quale ragione nei tanti patti sottoscritti con le regioni del Mezzogiorno non esiste uno straccio di piano sanitario razionale, che abbia assunto come modello di riferimento i valori emiliani? Ma come, Renzi ha fatto il giro dei capoluoghi del sud, promettendo opere pubbliche a destra e a manca, e ora si accorge che il Sud ha bisogno di modelli virtuosi nella sanità? Evidentemente, per Renzi il riformista e rottamatore il Sud delle buone pratiche nella sanità pubblica può attendere, tanto gli ammalati continueranno a fare quel che sempre hanno fatto, viaggi della speranza, da sud a nord. È la logica delle cosiddette “eccellenze” quella che il premier ormai predilige, dalla scuola all’università alla sanità ai trasporti. Purtroppo questa logica risponde all’ideologia del “si salvi chi può”. Grazie al cielo, medici, infermieri e cittadini di Reggio Emilia hanno dimostrato, anche nel caso del CORE, di essere molto più saggi di Renzi e della sua ideologia del privilegio, perché in quella città il diritto di tutti i cittadini all’accesso alla sanità, a prescindere dal colore della pelle, della provenienza, della fede, del conto in banca, è davvero garantito e custodito gelosamente.

Infine, per non farsi mancare nulla, il premier e segretario ha visitato lo storico prosciuttificio Ferrarini di Reggio Emilia, che celebra i suoi 60 anni, e ha incontrato la titolare Lisa Ferrarini, vicepresidente di Confindustria, e i mille dipendenti. “Visto che Lisa ha parlato di referendum – ha scherzato, dopo un accoratissimo appello della Ferrarini per votare sì nel referendum costituzionale – io posso parlare di maiali: mio nonno faceva il sensale, vendeva i maiali. È bellissimo festeggiare i 60 anni di un’azienda così, perché l’Italia la mandano avanti donne e uomini che lavorano come questa famiglia, che continua a commerciare con l’estero e che si trova in una bella comunità come quella di Reggio Emilia”. Sarà, ma, al di là della consueta propaganda per le sue riforme, a noi questo discorso ha ricordato i discorsi di un signore di Arcore, sceso in politica nel 1994, e molto bravo a trasformarsi di volta in volta in operaio con gli operai, industriale con gli industriali, e venditore di maiali con i venditori di maiali.

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