Femminicidio, 55 solo dall’inizio del 2016. Giulia Bongiorno: “Legge ad hoc per tutelare le donne”

Femminicidio, 55 solo dall’inizio del 2016. Giulia Bongiorno: “Legge ad hoc per tutelare le donne”

La violenza non è mai giusta, è efferata e inspiegabile, eppure esiste. Negli ultimi anni sono soprattutto le donne a essere finite nel mirino di questo vortice di crudeltà, abusi e ferocia che le travolge, conducendole, nella maggior parte dei casi, alla morte. La lista è lunga: Sara Di Pietrantonio, 22 anni, uccisa bruciata viva dall’ex fidanzato; Carlotta Benusiglio, 37 anni, trovata impiccata ad un albero nel parco, ma per la famiglia sarebbe stato l’ex compagno; un’altra donna di 33 anni, incinta, avvelenata con la soda caustica dal compagno, ora in condizioni disperate.

Tre casi soltanto nelle ultime due settimane. Ma come dimenticarsi della vicenda di Carla Caiazzo che si è lasciata bruciare in volto dall’ex compagno pur di difendere invece il grembo che ospitava la sua bambina, oggi nata bella e sana, che ha potuto vedere per la prima volta lo scorso 8 maggio.

Sarebbero ben 55 i femminicidi registrati dall’inizio di quest’anno, secondo i dati forniti da Eures, l’Istituto di ricerche economiche e sociali che da anni dedica un Osservatorio specifico a questo crimine. Non si possono contare invece gli innumerevoli episodi di maltrattamento, fisico e psicologico, che le donne subiscono quotidianamente perlopiù in ambienti loro familiari, come la casa, la scuola e di aggregazione sociale, molto spesso insospettabili.

Dei 55 delitti, 43 sono avvenuti proprio in famiglia, 27 dei quali all’interno della coppia.

“Negli ultimi 10 anni”, puntualizza Eures, “le donne uccise nel nostro Paese sono state 1.740, di cui 1.251 in famiglia, 846 di queste all’interno della coppia, 224 per mano di un ex. “Pochi studi, investimenti inadeguati: a parlare sono bravi in tanti – afferma Eures – ma è tutta la prevenzione che va ripensata in modo da mettere in piedi iniziative efficaci”.

L’Eures precisa che si tratta di dati provvisori, tra l’altro anche in leggero calo rispetto ai 63 dello stesso periodo del 2015, ma la situazione, nonostante tutto, è sentita dalla comunità cittadina tragica e in netto peggioramento. Sarà perché abbiamo sotto gli occhi tutti i giorni casi di sofferenza, di sudditanza e di violenza che riguardano in prima persona delle donne: mogli, compagne, figlie in continuo pericolo senza una via di fuga, una mano tesa a cui aggrapparsi per ricevere aiuto e porti sicuri dove rifugiarsi.

Le donne non denunciano: chi lo fa non viene ascoltata

L’episodio di Sara Di Pietrantonio ne è un esempio recentissimo che ha impressionato l’Italia intera. Uccisa, bruciata viva dal suo ex fidanzato, Vincenzo Paduano, che non l’ha risparmiata neppure quando Sara era riuscita a fuggire, implorando l’aiuto dei passanti che l’hanno lasciata a se stessa, timorosi per la propria incolumità. Non era la prima volta che la ragazza subisse della violenza dalla stessa persona per mano della quale ha trovato una morte disumana, eppure non lo aveva mai denunciato, giustificando anzi il suo atteggiamento, estremamente possessivo, come sofferenza. Se lo avesse fatto forse il risvolto sarebbe stato diverso, oppure sarebbe rimasta inascoltata allo stesso modo.

“Un terzo delle donne in Italia subisce violenza ma sono ancora poche quelle che denunciano e chi lo fa passa attraverso le forche caudine”, afferma Dire, Rete Nazionale dei Centri antiviolenza commentando l’ennesimo femminicidio.

“Quasi tutte le donne uccise – precisa – avevano chiesto aiuto, quasi tutte si erano già rivolte alla polizia, eppure sono morte lo stesso. Nei Tribunali -denuncia- vige ancora una mentalità che colpevolizza le donne e si rende complice degli uomini che abusano. I Centri antiviolenza, prosegue, sanno come agire, come nascondere e come difendere le donne ma sono finanziati raramente e a singhiozzo e poche hanno denaro sufficiente per gestire case rifugio”.

Giulia Bongiorno: “Aggravante per i brutali femminicidi”

Sul caso di Sara, l’Italia si divide su quel che è giusto o sbagliato: “Io non mi sarei fermato” affermano in molti. Altri sostengono: “Forse mi sarei fermato, forse no, ma di sicuro avrei chiamato la polizia”. C’è chi dalle parole passi ai fatti come l’avvocato penalista Giulia Bongiorno, cofondatrice dell’associazione Doppia Difesa, insieme a Michelle Hunziker, onlus contro la violenza di genere, che lancia la proposta di una legge specifica contro questo reato da punire severamente: “Da anni chiedo l’aggravante per questo tipo di brutali femminicidi. Ma nessuno se ne occupa. Mai priorità alla violenza sulle donne”, riporta un tweet dell’avvocatessa da prima pagina, in questo caso nei panni della pubblica accusa. Un Paese che lava il dolore e la coscienza tra le morbosità della cronaca ma non fa nulla per arrestare una catena pazzesca: 500 donne trucidate in meno di quattro anni. E la politica, di destra e sinistra, che silente osserva. Se andassimo indietro con le statistiche, fino al 1981, anno in cui il legislatore, di grazia, cancellò questa sciagura giuridica, scopriremmo che l’Italia in fondo non è mai cambiata. E ora c’è persino chi gioca sui numeri: l’anno scorso 128 donne ammazzate contro 157 del 2014 e 179 del 2013. Qualcuno può sentirsi sollevato da queste cifre dopo omicidi come quello di Sara Di Pietrantonio? Queste tragedie a ripetizione debbono ispirare una risposta legislativa adeguata”.

Riguardo l’uguaglianza di fronte alla legge afferma: “Per secoli il diritto è stato pensato al maschile. Ora serve una tutela spudoratamente femminile. Non si può? Io dico di sì. Serve una legge ad hoc per il bene delle donne e della società. Purtroppo le donne continuano invece a morire per mano di uomini accecati da un maschilismo primitivo, da un senso del possesso senza limiti. Guardi, non bisogna lasciarsi distrarre dai caratteri dell’assassino e della vittima, dalle sfumature ambientali, dai retroterra familiari. Sono storie sempre uguali. Del resto questo Paese ha cancellato il ministero delle Pari opportunità senza il minimo scandalo. Di cosa ci stupiamo. Urge rivoluzione culturale, bisogna ripartire dalla società, dai valori. E nessuno può sottrarsi dalla lotta. A partire dalle donne. È come se ci fossimo accontentate del diritto al lavoro, allo studio, a una parità formale. In teoria siamo uguali agli uomini. Ma la cronaca offre altre risposte. E spesso sono proprio le donne, in molti ambiti familiari, a perpetuare una sottomissione al maschilismo dominante. Quello che poi arma gli uomini di casa” conclude la Bongiorno.

Drappi rossi contro il femminicidio: l’iniziativa virale nelle città

La comunità cittadina si stringe attorno a queste morti, mostrando vicinanza e focolai di ribellione verso la violenza. Un drappo rosso per dire no al femminicidio: una bandiera, una maglietta, un vestito, per dire al mondo che la morte di Sara, così sconvolgente e terribile, non ci lascia indifferenti. L’iniziativa è partita dapprima su WhatsApp e si è poi diffusa velocemente sui balconi, nei giardini, sulle persiane, sui cancelli, sugli alberi di tutte le città italiane nelle quali stanno apparendo abiti e foulard rossi. Fotografati e rilanciati su Twitter e Facebook, diventano un segno dell’orrore e della rabbia che l’Italia sta provando in queste ore della lotta contro la violenza che deve divenire un’abitudine per salvare le decine di donne che ogni giorno rischiano la vita per colpa di un solo uomo.

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