Direzione Pd nel segno della decadenza di Renzi. D’Alema, Prodi, Rossi: un cambio di politiche e di stile nell’azione di governo

Direzione Pd nel segno della decadenza di Renzi. D’Alema, Prodi, Rossi: un cambio di politiche e di stile nell’azione di governo

Il segno della “decadenza” di Renzi Matteo? Anche i media che lo hanno sostenuto nella sua avventura sentono odor di bruciato. Il voto secondo le nenie cantate dai renziadi era un fatto locale e niente più. Qualche incidente di percorso ci poteva anche stare. Lo dicevano anche i bollettini dell’Istituto Cattaneo. Come tutti sanno e lo stesso Renzi ha ammesso la sconfitta è stata bruciante. Ma ha individuato un rimedio peggiore del male che diventerà il leit motiv della riunione di segreteria, venerdì al Nazareno. Le politiche del governo vanno bene – ha più volte affermato – così come non si toccano riforma della Costituzione e legge elettorale. La   rottamazione invece deve andare più nel profondo. Si parla di una nuova segreteria, potrebbe entrare Fassino disarcionato dalla Appendino, Martina il ministro, già bersaniano, che ha fatto da stampella a Sala assicurandogli la vittoria, Zingaretti presidente della Regione Lazio, che si è prodigato, invano, a sostegno di Giachetti e Enrico Rossi, Toscana, che si è candidato a  segretario quando ci sarà il  Congresso. Poi si parla di qualche altro esponente del Pd, segretari di federazione che dovrebbero assicurare un ritrovato rapporto con la base.

I media sembrano prendere le distanze dal premier e dai renziadi

Ma i media sembrano aver preso le distanze, la loro vocazione “renziana” ha fatto perdere ad alcuni quotidiani fior di lettori. Così si sono rivolti a personaggi “rottamati” secondo il linguaggio renziano con interviste ed articolo fuori dal coro. A far la guardia al bidone c’è rimasto il Foglio con Ferrara e il suo direttore Cerasa che non ha ancora capito che Renzi ha perso di brutto. I più gettonati sono Massimo D’Alema e Romano Prodi che occupano le pagine di Corriere della Sera, Repubblica, Enrico Rossi su Huffington Post ripresi da altri quotidiani on line. Entrano nel merito dei problemi, individuano le cause della sconfitta, parlano delle politiche che devono essere cambiate.  Certo si tratta anche di come viene gestito il partito, del segretario che è anche il presidente del Consiglio, una segreteria che non funziona, tutta ai piedi del segretario. Temi questi che saranno al centro, giovedì, della riunione dell’area Bersani-Speranza, poi sabato, dopo la Direzione, dell’altra area di minoranza guidata da Gianni Cuperlo. Speranza è fra coloro che chiedono la separazione dei due incarichi. Cuperlo avverte il rischio di rimanere incastrati in una disputa che, già in partenza, è perdente. Renzi lo ha detto a chiare lettere che non si dimette. Poi ci sono pezzi di maggioranza sul piede di guerra. Fioroni, area cattolica, pensa alla necessità di allargare la maggioranza ad aree moderate. I franceschiniani a sentir parlare di ministri che potrebbero entrare nella segreteria abbandonando lo scranno, alzano il tiro e avvertono che non accettano scherzi. Senatori di marca “Giovani turchi”, leggi Orfini-Orlando, fanno sapere che il disastro romano non può ricadere sulle spalle del presidente del partito. E Renzi che fa? Cerca lumi incontrando al Piccolo Eliseo Alec Ross, che ha fatto la campagna elettorale per Obama, ex assistente di Hillary Clinton.

D’Alema: gran parte di elettori di sinistra non si riconosce nel Pd. Voto No al referendum e all’Italicum

Nel frattempo i media danno la parola, direttamente e non con retroscena fasulli cosa che avevano accuratamente evitato in campagna elettorale, a chi aveva qualcosa da dire, in modo critico. Partiamo da D’Alema intervistato dal Corriere della Sera. “La sconfitta – dice  – assume dimensioni di disastro, come a Roma.  Una parte molto grande dell’elettorato di sinistra – prosegue – non si riconosce nel Pd, non lo sente come proprio, non si mobilita. Ho fatto campagna elettorale, là dove mi hanno chiamato. Ho trovato anche qualcuno che diceva: non dovete disturbare Renzi, ma anche tanti con un sentimento di avversione. Lui non si è limitato a rottamare un gruppo dirigente; sta rottamando alcuni milioni di elettori”.  Ancora: “Nei ballottaggi si è votato in 126 comuni su 8 mila. I nostri candidati — non dico il partito; i candidati, comprese le liste civiche — rispetto alle precedenti comunali hanno perso un milione di voti”. D’Alema prosegue dando una immagine di come “funziona” il Pd e afferma che “serve una figura che si occupi del Pd a tempo pieno e  una direzione collegiale. Il partito è stato volutamente lasciato senza guida. È  tutto puntato sul leader e il suo entourage. Renzi – prosegue – non convoca la segreteria, che pure è un organo totalmente omogeneo. Si riunisce solo con un gruppo di suoi amici”. In direzione “non c’è ascolto, non c’è confronto. Non esiste la possibilità di trovare convergenze o accordi”. Renzi “ha perso la sintonia con la base e il Paese. Dovrebbe cambiare. Questo risultato mette in discussione sia il rapporto tra il Pd, il suo elettorato e la società italiana, sia la politica del governo. E mette in discussione il modo in cui Renzi esercita tutti e due i ruoli”.

Il premier non è il Blair italiano. Lui nominò cancelliere il suo principale avversario

“Renzi, com’è noto – prosegue – è convinto di essere il Blair italiano. Ma Blair si circondò del meglio del suo partito, non di un gruppetto di fedelissimi, prese  il principale avversario, Gordon Brown, e lo fece cancelliere dello scacchiere. Volle ministri Robin Cook e Jack Straw, figure storiche del laburismo. Ma Blair era intelligente, capiva che doveva mettere insieme forze tradizionali con forze nuove in grado di attrarre. Se per attrarre 5 ne cacci 10, come si sta facendo, il bilancio è meno 5”.  “La speranza è l’ultima a morire, ma non mi pare una persona orientata a tenere conto degli altri e neanche della realtà; neanche di quelle più prossime, visto che abbiamo perso a Sesto Fiorentino. Eppure sarebbe necessario un cambio di indirizzo nell’azione di governo, e anche un cambio di stile. Compreso il rispetto che dovrebbe essere dovuto a una classe dirigente che ha vinto le elezioni e ha fatto cose importanti per il Paese: l’euro, le grandi privatizzazioni, la legge elettorale maggioritaria uninominale; non quella robaccia che ci viene proposta adesso”.

D’Alema  annuncia che voterà contro le riforme costituzionali. “Voterò no. Non sono molto diverse da quelle per cui votai no, nel 2006, alla riforma di Berlusconi. Che per certi aspetti era fatta meglio. Anche quella prevedeva il superamento del bicameralismo perfetto e la riduzione dei parlamentari. Ma riduceva anche i deputati. E stabiliva l’elezione diretta dei senatori; non faceva del Senato un dopolavoro. Sarebbe stato meglio abolirlo”. E un “no”  anche nei confronti dell’Italicum. “Secondo me – dice – è incostituzionale. Non sono un giudice costituzionale, ma la sentenza della Corte sollevava due questioni: il diritto del cittadino di scegliere il proprio rappresentante; e il carattere distorsivo del premio di maggioranza, quando è troppo grande. La risposta dell’Italicum è molto parziale e deludente. I sistemi ultramaggioritari funzionano quando i poli sono due. Ma quando sono tre, o quattro, perché nessuno può escludere che nasca un polo alla sinistra di Renzi, il ballottaggio diventa una roulette in cui una forza che al primo turno ha preso il 25% si ritrova con la maggioranza assoluta dei parlamentari; per giunta scelti dal capo. Occorre un ripensamento profondo di questo sistema”.

Se vincesse il No non ci sarebbe una crisi. Mai sostenuto che Renzi dovrebbe dimettersi

Se vincesse il No? “Non ci sarebbe una crisi di sistema. Non ho mai sostenuto che Renzi debba dimettersi. Certo – afferma – se lui insistesse, si dovrebbe costituire un nuovo governo, dato che servirebbe una nuova legge elettorale: votare per la Camera con un sistema ultramaggioritario e per il Senato con il proporzionale puro sarebbe una follia” […] “È stato un gravissimo errore personalizzare in chiave plebiscitaria il referendum, che dovrebbe essere un pronunciamento dei cittadini libero da qualsiasi ricatto. Costruire una campagna sulla paura può generare un effetto controproducente, inasprire l’irritazione già evidente degli elettori. Inviterei Renzi a dire che resta comunque; proprio come dopo la sconfitta alle amministrative”.

Ancora una domanda da parte dell’intervistatore:  Ci sarà una scissione nel Pd? “È un problema da porre ad altri – risponde – non ho l’età per fondare nuovi partiti, ma mi resta l’energia per fare lotta politica. E questo non mi può essere impedito da nessuno”. Ancora: le polemiche di Orfini, ex fedelissimo, nei suoi confronti? Lapidario e pungente: “Sono pronto all’autocritica: diciamo che l’ho allevato male”.

Prodi: Cambiare politica, non solo politici. Insicurezza economica, paura sociale e identitaria

Repubblica, forse in fase di revisione dopo una sbornia pro Renzi intervista Romano Prodi. Non ha peli sulla lingua, non fa giri di parole: “Cambiare politiche, non solo politici”. “Se non cambiano le politiche, il politico cambiato si logora anche in due anni”.  Il voto esprime la reazione della classe media che si impoverisce, “l’ascensore sociale si è bloccato a metà piano e dentro si soffoca” e la rabbia premia i populismi, in tutta Europa, in tutto il mondo. La strada – afferma  Prodi – passa da “progetto e radicamento popolare. Il cambiamento possibile, fatto entrare nel cuore della gente. Il solo ad averlo capito è papa Francesco”.  Parla di una ondata mondiale, partita in Francia, ora in America. Lo “chiamano populismo perché, pur nell’indecifrabilità delle soluzioni, interpreta un problema centrale della gente nel mondo contemporaneo: l’insicurezza economica, la paura sociale e identitaria”. Prosegue: “La paura di non farcela è tremenda ma non immaginaria. La chiami iniqua distribuzione del reddito, ma per capirci è ingiustizia crescente. L’iniquità post-Thatcher e post-Reagan si è sommata alla dissoluzione della classe media, terribile tendenza di tutte le economie sviluppate e di mercato, e sotto tutti i regimi”.

Nel voto ai 5 Stelle c’è anche una rivolta morale, contro le diseguaglianze

Nel voto ai 5 Stelle c’è anche una rivolta morale, ma soprattutto una rivolta contro le   diseguaglianze. “La disonestà pubblica peggiora le cose, ma la radice è la diseguaglianza. Ci siamo illusi – afferma – che la gente si rassegnasse a un welfare smontato a piccole dosi, un ticket in più, un asilo in meno, una coda più lunga… Ma alla fine la mancanza di tutela nel bisogno scatena un fortissimo senso di ingiustizia e paura che porta verso forze capaci di predicare un generico cambiamento radicale”. “Se non cambi le politiche – prosegue Prodi – il politico cambiato invecchia anche in un paio d’anni… Quando governi devi dare operativamente il messaggio che sai affrontare i problemi, e questo non lo puoi fare senza il coinvolgimento di una forte base popolare nel cambiamento delle politiche.  La personalizzazione non regge se non cambia le cose, o non dà almeno la speranza concreta di poterle cambiare”.

Rossi: una svolta sull’economia con un ufficio politico che rappresenti il pluralismo

Infine Enrico Rossi, il presidente della Regione Toscana. Parte dalla parola “cambiamento” usata a più non posso da Renzi Matteo. “Il cambiamento che abbiamo mancato perdendo le elezioni, prima che i volti o l’età anagrafica – replica polemico in un articolo sull’Huffingtonpost – riguarda i contenuti delle politiche che abbiamo fatto. Il disagio è sociale e investe le questioni economiche. Anche dove si è ben amministrato il Pd è stato identificato con il sistema di potere e come sostenitore di un assetto economico e sociale che non piace più alla nostra gente”.

“Se vogliamo davvero rappresentare il cambiamento e – prosegue – competere con chi si propone di farlo con la democrazia diretta occorrono politiche serie a favore dei più poveri e dei disoccupati; dei pensionati al minimo, dei lavoratori e dei ceti medi e bassi, delle partite iva e delle imprese più dinamiche. Occorrono leggi per la povertà, piani occupazionali, investimenti pubblici, sostegno a quelli privati e riduzione del cuneo fiscale. L’elaborazione della nuova finanziaria – afferma – dovrà essere la sede di una svolta necessaria sulle politiche economiche”.

Referendum: modificare l’impostazione politica. Revisione dell’Italicum

Per quanto riguarda il referendum sulla riforma costituzionale, Rossi sostiene che “occorre modificarne l’impostazione politica, simultaneamente serve una revisione della legge elettorale. Non possiamo arrivarci divisi, in polemica l’un con l’altro, occorre un partito in grado di discutere ed elaborare una comune linea politica, dando prova di compostezza e unità”. Non si tratta solo di cambiare qualche esponente della segreteria politica e “ancor meno – afferma – di discutere proposte, che non ho mai ricevuto, circa un mio ingresso in questo organismo”. Propone di   creare non un “caminetto di maggiorenti” ma ”un organismo collegiale, che rappresenti al di là del loro peso tutte le aree del partito, le personalità e i territori. Il pluralismo del Pd potrà così esprimersi e confrontarsi nel merito, uscendo da schemi e contrapposizioni precostituite. Questo Ufficio, senza toccare le prerogative del segretario del partito, può diventare l’organo delle decisioni politiche importanti, spezzando una logica di leaderismo e personalizzazione che alla prova dei fatti ha finito per nuocere”.

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