Chi ha vinto e chi ha perso il 5 giugno? Nella guerra dei numeri, abbiamo provato a fare due conti. Il Pd perde sonoramente, e il M5S vince. Questa la tendenza

Chi ha vinto e chi ha perso il 5 giugno? Nella guerra dei numeri, abbiamo provato a fare due conti. Il Pd perde sonoramente, e il M5S vince. Questa la tendenza

È scoppiata la guerra dei numeri tra il Pd e il M5s sull’esibizione delle vittorie elettorali, tanto per non farci mancare nulla nel dopo elezioni amministrative, mentre parte subito la caccia ai voti in vista del ballottaggio. Lo spettro del “biscotto” M5s-Lega in chiave anti-Pd inizia a prendere forma e pure se i 5 Stelle negano a gran voce, qualche contatto informale c’è già stato a opera di pontieri a livello locale. Per un Matteo Salvini che apertamente “consiglia” i suoi elettori a non votare Pd ma di “mettere alla prova” il M5s a Roma e Torino, sperando evidentemente in un analogo endorsement in vista del ballottaggio a Milano e soprattutto a Bologna, ci sono infatti molte altre realtà territoriali dove uno scambio di voti tra 5 Stelle e Carroccio farebbe la differenza per combattere il nemico ‘comune’. E proprio in vista del voto del 19 giugno ci sono stati contatti tra le candidate Virginia Raggi e Chiara Appendino in occasione di una riunione che si è svolta al Senato tra l’avvocatessa romana e la manager torinese, collegata via Skype, e alcuni parlamentari cinquestelle tra cui Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista. I quali si sperticano a negare “biscotti” e seminano cautela sui prossimi risultati. “Lo dico non per scaramanzia ma noi siamo già certi di vincere a Roma” anche se sarà “l’umiltà la qualità che ci porterà a vincere sia a Roma che a Torino” afferma Di Battista. A cantare vittoria, per i risultati già ottenuti, ci pensa invece il blog di Beppe Grillo: “Con 956.552 voti il M5s si afferma come la forza politica nazionale più votata alle amministrative. Al secondo posto, in via di estinzione, c’è il Pd con 953.674 voti, un risultato ben lontano da quello vaneggiato nel magico mondo di Renzie”. E proprio Beppe Grillo dà del “cialtrone” al segretario del Pd che nella sua analisi del voto aveva rivendicato di aver portato a casa quasi mille sindaci. Per il leader pentastellato, Renzi “l’ha sparata gigantesca, ha alterato un dato in maniera clamorosa e grottesca come fa con la disoccupazione”. Ma a frenare gli entusiasmi dei 5 Stelle ci pensa invece l’Istituto Cattaneo, citato a man bassa dagli esponenti Pd. Stando ai calcoli fatti dall’istituto, centrosinistra e centrodestra sono risultati in calo rispetto alle precedenti amministrative ma in crescita rispetto alle politiche del 2013, mentre i pentastellati sarebbero in calo rispetto al 2013. Lo stesso istituto ha inoltre notato che non è vero che il M5s riporta al voto gli astenuti: si ‘nutre’ ormai di elettori fedeli e, in alcune città, di transfughi del centrosinistra. Un fatto non irrilevante in vista del ballottaggio. “Parlare di vittoria sembra del tutto fuori luogo” conclude quindi l’esponente della segreteria Pd Ernesto Carbone. “Grillo spara i numeri al lotto, dovendo difendere un dato  innegabile, e cioè l’arretramento dei Cinque Stelle”, gli fa eco il vicesegretario dem, Lorenzo Guerini, pronto a snocciolare i dati dei comuni capoluogo dove – dice – “il Partito Democratico prende 940.348 voti, mentre il M5S 866.793. Se a questi si aggiungono tutti i comuni minori – dove il Pd si presenta sia con il proprio simbolo, sia con i simboli delle civiche ad esso riferite – il vantaggio si allarga ulteriormente, con buona pace dei geni del blog”, conclude. Resta in ogni caso il valore simbolico del successo avuto intanto dai 5 Stelle a Roma. Grillo ne va orgoglioso: “Tutti i giornali del mondo hanno riportato notizia del risultato storico a Roma”. Insomma, “Il mondo ci guarda!”.

Noi non siamo l’Istituto Cattaneo, alla cui sommità, va detto, vi sono illustri esponenti del mondo renziano, da Filippo Taddei a Salvatore Vassallo alla vicepresidente della Giunta regionale emiliana Elisabetta Gualmini, tuttavia abbiamo fatto un giochino aritmetico per verificare chi tra segreteria del Pd e Beppe Grillo si avvicina di più alla verità. Naturalmente, in questo giochino non può figurare il numero dei ballottaggi, perché, come noto anche alle pietre, la legge sui sindaci non è certo l’Italicum, e favorisce le aggregazioni e i cosiddetti partiti coalizionali. Ora, come sanno anche le pietre, ovunque il Pd si è presentato in coalizione, con liste civiche soprattutto, mentre il Movimento 5 Stelle si è sempre presentato da solo. Pertanto, il raffronto può essere effettuato esclusivamente sui dati relativi al Partito Democratico, e non ai voti ottenuti dai candidati sindaci. E proprio su questo si faranno le valutazioni. Abbiamo preso a campione 15 città capoluoghi di provincia, dove è possibile fare un confronto, sia tra le due formazioni politiche lo scorso 5 giugno, sia relativamente alla elezioni amministrative precedenti, perché il confronto con le politiche del 2013 non è scientificamente possibile, data la natura stessa delle due consultazioni. La comparabilità, dunque, è tra elezioni amministrative. Le 15 città sono le seguenti: Novara, Torino, Milano, Savona, Bologna, Grosseto, Roma, Isernia, Benevento, Napoli, Brindisi, Cosenza, Crotone, Cagliari e Carbonia. Due premesse importanti: a Isernia, Benevento, Brindisi, Crotone e Carbonia il Movimento 5 stelle non era presente alle elezioni amministrative precedenti, quindi un raffronto col passato non è possibile. Tuttavia, di queste cinque città, alle elezioni del 2016, il M5S risulta primo partito cittadino a Brindisi e Carbonia. Inoltre, il Movimento 5 Stelle diventa primo partito a Torino, Savona e Roma. Perciò, il primo dato sul quale riflettere è proprio questo: sulle 15 città capoluogo in cui era presente, il M5S diventa primo partito in 5, e non è poco. I casi più eclatanti: a Torino, Napoli e Cagliari, il Movimento quintuplica i suoi voti rispetto al 2011, a Roma cresce di due volte e mezzo, e altrove la tendenza alla crescita è costante. Complessivamente, nelle 10 città in cui era presente nelle elezioni precedenti, il M5S aveva totalizzato 207.371 voti. Nelle stesse 10 città, nel 2016 ha ottenuto 665.308, con uno scarto positivo di 457.937 voti. Ora, aggiungiamo le cinque città in cui il Movimento si è presentato solo nel 2016, e avremo 683.459 voti.

Esaminiamo ora con lo stesso metodo, cioè escludendo le 5 città in cui non vi era competizione precedente, la prestazione elettorale del Partito democratico alle elezioni precedenti e otterremo 766.779 voti. Nel 2016, il Pd totalizza invece 598.154. La differenza, negativa, è pari a 168.625. Dunque, pare che il primo dato sia la prevalenza dei voti complessivi in 10 città del M5S, un vero e proprio sorpasso: M5S raggiunge 665.308 voti contro i 598.154 del Pd, una differenza di 67.154 voti. In cinque anni (tre a Roma) si è passati da un Pd in vantaggio di 540mila voti circa sul M5S a un differenziale di 67mila voti a favore di quest’ultimo. Aggiungiamo che il Pd nelle altre 5 città alle elezioni precedenti aveva ottenuto complessivamente 32.787 voti, mentre nel 2016 ottiene 19.460 voti contro i 18.151 del M5S (il cui dato non può essere comparato al passato, perché non presente).

Al termine di questo giochino matematico, la cui fonte è il Viminale, emergono pienamente la crisi e la sconfitta del Pd, omogenee da nord a sud, e nascoste solo per effetto dei sindaci al ballottaggio, più a causa della larghezza delle coalizioni che per la tenuta del Partito democratico. Le elezioni del 5 giugno ci consegnano una tendenza elettorale e politica che ci pare abbastanza evidente: nelle realtà urbane, il Pd perde parecchi voti, più di un quinto complessivamente, con punte assolute a Roma (-67mila), a Torino (-32mila), a Milano (-25mila) e a Napoli (-25mila), e nello stesso tempo avanza impetuosamente il Movimento 5Stelle, che nelle stesse realtà, come abbiamo dimostrato, supera il Pd, recuperando un gap di quasi mezzo milione di voti. Se la legge elettorale dei comuni avesse avuto la stessa norma contenuta dalla legge elettorale Italicum, per cui al ballottaggio va la lista e non la coalizione, il destino delle elezioni del 5 giugno sarebbe stato diverso, e ai ballottaggi del 19 giugno sarebbe andato in molte realtà urbane e metropolitane il Movimento 5Stelle.

Tutto ciò lo scriviamo per amore della verità, senza alcuna intenzione di fare il tifo, ma per segnalare una tendenza. Ieri avevamo scritto che ormai non solo in Italia, ma in molte parti d’Europa, stanno affermandosi movimenti dal basso antiestablishment, ovvero contrari al ceto politico. Ad alcuni può non piacere, mentre altri ne saranno felici, ma l’affermazione dei 5Stelle è netta, evidente, almeno nelle dimensioni numeriche. Attendiamo il 19 giugno per capire se l’affermazione delle due candidate a sindaco a Roma e Torino soprattutto confermerà la tendenza.

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