Ballottaggi. Sconfitta del Pd a Roma. Raggi doppia Giachetti che rende l’onore delle armi. A Napoli stravince De Magistris. A Torino sconfitta di Fassino. Milano all’ultimo voto

Ballottaggi.  Sconfitta del Pd a Roma. Raggi doppia Giachetti che rende l’onore delle armi. A Napoli stravince De Magistris. A Torino sconfitta di Fassino. Milano all’ultimo voto

Dai primi exit polls, ma anche dalle prime sezioni scrutinate, per le città metropolitane si prefigura con un’ampiezza del tutto inattesa, la sconfitta del Pd e di Renzi. A Roma, la candidata dei 5 Stelle Virginia Raggi, secondo gli exit polls, e le prime 400 sezioni, ha praticamente doppiato Giachetti, vicepresidente della Camera e candidato renziano, il quale ha già reso l’onore delle armi dinanzi alle telecamere. Il risultato è deprimente per il Pd: 67 a 33. A Torino la sorpresa politica più eclatante: il sindaco uscente Piero Fassino perde malissimo, con una differenza di circa 9 punti con la candidata dei 5 Stelle, Chiara Appendino, stando alle prime 400 sezioni scrutinate. Il Partito democratico regge ancora a Bologna, dove Merola è al 56% (ma cinque anni fa vinse al primo turno). A Napoli, su 538 sezioni scrutinate su 886, il vantaggio di Luigi De Magistris è incolmabile per l’avversario Lettieri: 66% contro il 33%, nonostante una parte del Pd abbia deciso di sostenere il candidato di centrodestra. A Milano Sala è in vantaggio dopo lo scrutinio di circa 800 sezioni su 1243: 51,77% contro 48,23% di Parisi.

Alle ore 23 l’affluenza nazionale è stata, secondo i dati del Ministero dell’Interno, del 50,51%% contro il 59,90% del primo turno, lo scorso. A Roma ha votato il 50,50% degli aventi diritto contro il 57% del primo turno. A Milano, il 51,80% contro il 54% del primo turno. A Torino, il 53,44% contro il 57,71%. A Bologna, il 53,15% contro il 59,65%. A Napoli, il 35,99% contro il 54,11%. Come si vede, il tasso maggiore di astensione si è verificato proprio nel capoluogo campano.

L’articolo dell’Osservatore Romano prefigura il sostegno della Chiesa a Raggi?

Sul piano dell’analisi politica dei ballottaggi, segnalo un istruttivo editoriale dell’Osservatore Romano: “Se il Partito democratico perde Roma e Milano dura resa dei conti all’interno del partito”, scrive il quotidiano della Santa Sede, che analizza le possibili conseguenze del dopo voto sul governo di Matteo Renzi. Un’analisi insolita, e sembra addirittura farsi sempre più concreto l’appoggio della Chiesa alla candidata del Movimento 5 Stelle Virginia Raggi, a Roma, a discapito dello sfidante dem Roberto Giachetti. “Nonostante le diverse strategie messe in campo, – scrive Marco Bellizi su L’Osservatore – molte analisi concordano nel leggere il voto di domenica come un test dal quale trarre significative indicazioni riguardo alle possibilità di riuscita che potrebbe avere a ottobre una campagna referendaria giocata tutta sul sì o il no a Renzi. Una chiara sconfitta del centrosinistra, che sarebbe indiscutibile nel caso questo perdesse tanto a Roma quanto a Milano, con molta probabilità, pur non avendo ripercussioni a breve sulla stabilità del governo, condurrebbe a un redde rationem piuttosto duro all’interno del Partito democratico. Nelle ultime due settimane si sono registrate infatti forti polemiche, riguardanti lo scarso sostegno che sarebbe stato assicurato dalla minoranza del partito ai candidati impegnati nel ballottaggio”. Il quotidiano della Santa Sede sottolinea che “nei quindici giorni trascorsi fra il primo e il secondo turno, la campagna elettorale è stata caratterizzata dal tentativo di recuperare la grande massa degli italiani che il 5 giugno ha preferito non recarsi alle urne. In questa ottica, centrodestra, soprattutto, e Movimento 5 Stelle hanno insistito nel presentare il voto come una sorta di primo referendum contro il presidente del Consiglio Matteo Renzi, in attesa di quello costituzionale che si terrà a ottobre e che avrà come oggetto le riforme messe in campo dal capo del governo. Dall’altra parte, il centrosinistra ha provato a insistere sulla natura prettamente locale della consultazione, cercando di svuotare il voto amministrativo da qualsiasi significato politico di respiro nazionale. La fuga generalizzata dei candidati dal marchio dei partiti è rimasta comunque la costante di questi ultimi giorni di confronto politico, peraltro a Roma caratterizzato in queste ore da accese polemiche”. All’indomani delle dimissioni di Marino, era stato lo stesso Bellizi sempre su L’Osservatore a bollare con un’insolita durezza la giunta del Campidoglio: “Ora la Capitale, a meno di due mesi dall’inizio del Giubileo, ha la certezza solo delle proprie macerie”.

Il direttore di Repubblica, Calabresi, scredita la Raggi e ne fa una caricatura indecente

In ogni caso, individuare nell’esito dei ballottaggi delle città metropolitane, dove si concentra più della metà dell’elettorato, il senso generale del voto di domenica non sembra un errore di prospettiva, a differenza di quanto sostiene e scrive il direttore di Repubblica, Mario Calabresi. Nell’editoriale, Calabresi spende più della metà delle parole per screditare la candidata romana del Movimento 5 Stelle: prima sostiene che l’avvocato Raggi è di modesta caratura (come se invece Giachetti, tra l’altro mai citato, fosse uno statista impeccabile e di caratura internazionale), poi la insulta con un aneddoto derisorio. Racconta, il direttore Calabresi, che la Raggi somiglia a quella donna che in un aereo dove personale e piloti sono stati cacciati via dalla rabbia dei passeggeri, si fa avanti e pur non avendo mai pilotato un aereo, si candida a farlo perché “seria e perbene”. Forse, il direttore di Repubblica andrebbe avvertito che l’avvocato Raggi è stata consigliere comunale al Campidoglio durante gli anni di Ignazio Marino, al quale nessuno aveva mai chiesto se “sapesse pilotare l’aereo”. Né il direttore si premura di chiedere e chiedersi se lo stesso Giachetti sia in grado di pilotare l’aereo del Campidoglio, pur avendo svolto vent’anni fa il ruolo di capo di Gabinetto di Rutelli. Poi, però, improvvisamente il direttore di Repubblica “vira” sul Pd, ma non per giudicare il suo candidato a Roma, per rimproverarne il distacco dalla società e soprattutto dalle nuove generazioni. Suonano come randellate sul Pd, ma in realtà fanno parte di un chiaro gioco delle parti, per un quotidiano che pare abbia perso autonomia di giudizio e capacità di analisi critica rigorosa. Difatti, il direttore consiglia al Pd di ritrovare l’unità interna e “sanare la distanza che si è creata con molti cittadini”. Tuttavia, se solo si chiedesse chi è il vero artefice di questo mutamento politico del Pd, siamo certi che il direttore sarebbe in imbarazzo, perché non potrebbe che analizzare l’ultimo anno del governo Renzi, e le sue riforme.

L’editoriale del direttore del Manifesto, Norma Rangeri, coglie i punti politici dei ballottaggi

Molto più verosimile e di estremo interesse l’editoriale del direttore del Manifesto, Norma Rangeri, che punta sulla crisi politica e culturale del Pd renziano e della sinistra, scavalcata dal Movimento 5 Stelle. Il ragionamento della Rangeri ha inizio, dunque, sulla mutazione politica del Pd impressa da Renzi, e prima di lui da Veltroni e da Bersani, fino a farlo diventare un partito omnibus, senza identità. “Renzi ha fatto intorno a sé terra bruciata”, scrive Norma Rangeri. La sinistra, però, non ha saputo raccogliere i frutti della crisi del Pd, lasciando al Movimento 5 Stelle una grande messe di voti. La sinistra, dice Rangeri, ha perso perché non ha saputo organizzare nuove leadership dopo l’abbandono di Vendola. Dunque, dalla sconfitta bruciante, l’amletismo della sinistra dinanzi ai ballottaggi. Cosa votare? Se voti il Pd, scrive Rangeri, rischi di legittimare una forza di governo che in questi anni “ha sposato con orgogliosa rivendicazione le posizioni di Confindustria”. Mentre spiragli di buongoverno arrivano proprio dai 5Stelle, ammette il direttore del Manifesto, che cita il caso del candidato assessore Berdini, che ha subito spaventato a Roma i costruttori, a cominciare da quel Caltagirone, proprietario del Messaggero, che ha speso paginate a sostegno di Giachetti e delle Olimpiadi romane. E se a Napoli non vi è alcun problema per chi è di sinistra, l’astensione in altri casi (crediamo si riferisse a Milano) potrebbe essere un’arma vincente. Insomma, Norma Rangeri coglie il punto politico dei ballottaggi di domenica, la crisi del Pd, il grado di maturazione dei 5Stelle, i dubbi amletici dell’elettore di una sinistra in evidente difficoltà, non solo organizzativa.

Poche ore ci dividono dai risultati dei ballottaggi. Vedremo se e come l’Italia cambierà a partire da lunedì 20 giugno.

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