Ballottaggi. Cronaca di una disfatta del Pd. Roccaforti storiche perse in Toscana. Renzi impugna il bastone. La disinformatia di Repubblica e Messaggero

Ballottaggi. Cronaca di una disfatta del Pd. Roccaforti storiche perse in Toscana. Renzi impugna il bastone.   La  disinformatia di  Repubblica e  Messaggero

Eccola la vera notizia nel mare di dichiarazioni che hanno accompagnato la “notte” elettorale del Pd. Nel senso che con l’esito dei ballottaggi per Renzi Matteo si è fatto buio. E non sembra neppure facile passare la nottata, adda passà ‘a nuttata, come diceva Eduardo De Filippo. Lui, il premier-segretario, pensa di cavarsela con qualche battuta minacciosa, “ho rottamato poco” e ammonisce la minoranza ormai abituata a lanciare grida di guerra, senza usare lanciafiamme come ha annunciato Renzi in vista  della riunione della direzione prevista per venerdì, per poi tornare in trincea. Ha già annunciato che non si dimetterà da segretario e questo ha già fatto rientrare nei ranghi chi ha provato a riproporre una sorta di incompatibilità politica fra i due incarichi, segretario e presidente del Consiglio.

Bondi e Repetti lasciano Verdini per meglio servire il governo. Sentono odore di bruciato

Allora qual è la vera notizia, tante ne abbiamo sentite nella lunga notte televisiva e poi subito al mattino altre elucubrazioni da parte di autorevoli esponenti politici, di commentatori, editorialisti, addetti ai talk show, sempre i soliti? Eccola: due   senatori, molto noti, non per merito loro, Sandro Bondi e Manuela Repetti “uniti nella politica e nella vita” scrivono le agenzie “hanno deciso di lasciare Ala, il gruppo  parlamentare messo insieme da Verdini” per andare in soccorso al governo di Renzi. Bondi e Repetti se ne erano andati da Forza Italia, esprimendo simpatie per il giovanotto di Rignano, per puro caso capo del governo ed erano confluiti nel gruppo misto. Nel frattempo Verdini si muoveva in sintonia con Renzi, strizzando l’occhio, mettendo le premesse per dar vita al partito della Nazione. La coppia Bondi-Repetti aveva così aderito al gruppo Ala  che aveva raggiunto i venti membri. L’abbandono di Ala e il ritorno nel Misto sono il segno inequivocabile che il partito della Nazione, visto il disastroso esito elettorale del Pd, non è più nelle corde di Renzi Matteo. Precisa la Repetti di non aver “alcun problema col governo”. C i mancherebbe . “Non c’è nessun motivo particolare, ho deciso di lasciare Ala solo per una maggior autonomia e coerenza nel seguire il mio sentire. La posizione politica non cambia. È sempre la stessa, ovvero di appoggio al governo”.

I media renziani  confessano il fallimento della campagna contro la Raggi

La seconda notizia della “nuttata” è più simile a una comica. L’entità della disfatta del Pd si annunciava già poco dopo le dodici di domenica. Circolavano  molti  sondaggi, giornalisti che lasciavano intendere, qualcuno accennando al brutto tempo  parlava di “diluvio al nord”. Poi un minuto dopo le ore 23 arrivava la prima bomba, l’exit pool relativo al voto di Roma. La distanza fra Virginia Raggi e Roberto Giachetti era tale che sull’esito finale non c’erano dubbi. Uno dei primi commenti era quello del direttore di Repubblica, il bollettino renziano, l’house organ del governo aveva detto D’Alema. Mario Calabresi affermava, stupito, “le dimensioni della vittoria del M5S superano ogni aspettativa”. Di fatto una confessione, un autogol del direttore: il quotidiano di Largo Fochetti ha fatto contro la Raggi una campagna asfissiante. Ha perfino scritto un editoriale in cui si racconta una storia vecchia come il cucco. L’abbiamo già raccontata ma spesso repetita juvant, dicevano i latini. Un aereo in volo era rimasto senza pilota, una ragazza si offre, non aveva mai pilotato, non aveva brevetto, l’aereo era precipitato. Ecco la Raggi, secondo Calabresi, era come quella ragazza. Se avesse vinto, Roma sarebbe affondata.  Non vi stiamo a dire i commenti, non di pericolosi estremisti rossi, ma degli stessi lettori di Repubblica. Ne riportiamo solo alcuni: “Caro Direttore, dovrebbe anche meditare sul fatto che la ‘sua’ campagna diffamatoria contro il M5S è stata controproducente, anche per i vecchi lettori di Repubblica, come sono io”. Ancora: “La vittoria del M5S  è inattesa solo per chi non voleva vedere o chi ha fatto propaganda per l’attuale governo”. Infine: “Il direttore dell’organo di stampa del PD ed il suo editore, sarà bene che comincino a riflettere sull’orientamento dato al giornale”. Con lui fa il paio il direttore del Messaggero, Cusenza, che un giorno sì e l’altro pure, ha messo sotto accusa la candidata del M5S. Era molto imbarazzato nel commentare l’esito del voto, il fallimento della campagna del giornale da lui diretto, magari la famiglia Caltagirone  aspettava ben altro, un suono di fanfara con l’annuncio delle Olimpiadi.

Per la prima volta in Toscana, sindaco leghista. È una studentessa. Subito arriva Salvini

Terza notizia che non ha trovato spazio nei commenti dei media “governativi” tutti protesi a curare le ferite del Renzi, quasi a dirgli “non ti curar di lor ma guarda e passa”, il  richiamo a Dante va sempre bene. Insomma la strada è giusta, è stato un incidente di percorso. Non è così, la ferita è profonda. Lo dice anche il presidente della Regione Toscana, Rossi, il quale ha annunciato da tempo che si candida a segretario del Pd “per riportarlo a sinistra”. Vediamo la notizia. Riguarda il risultato delle elezioni in Toscana in due cittadine simbolo per la storia della sinistra toscana, la storia dei comunisti toscani. Parliamo di “roccaforti rosse”. Ebbene il Pd ha perso cinque ballottaggi su sei, a partire da Grosseto dove governava da dieci anni ed ora torna il centrodestra. Brucia di più lo scontro a Sesto, meglio nota come “Sestograd”, dove molti elettori del Pd hanno votato il candidato della sinistra no dem, lanciato da Sinistra italiana, che è diventato sindaco. Si affretta il segretario metropolitano di Firenze a dire: “Occhio, chi pensa che Sesto sia il segnale della rinascita in Toscana della sinistra interna sbaglia di grosso, lì ha vinto solo il no all’inceneritore”. Persa anche Montevarchi, altra roccaforte storica. Uguale sorte per Cascina, ma la ferita che brucia di più è una cittadina nota per l’industria del legno, mobili di marca, artigiani, piccoli imprenditori, operai. Non solo il Pd ha perso dopo 70 anni di governo di sinistra. Ha vinto una studentessa, 29 anni, laureanda in giurisprudenza, è la prima sindaca leghista della Toscana. È subito arrivato Matteo Salvini a piantare una bandierina per assistere alla conferenza stampa della neo sindaca. Vannino Chiti, esponente di punta della minoranza dem, dice:  “Si è lacerato il rapporto tra sinistra e i suoi mondi di riferimento: scuola, lavoro, pubblica amministrazione. Si è pagata la separazione tra diritti civili e diritti economico-sociale”.

Perse Trieste e Pordenone nel territorio dove governa la vicesegretaria dem

Per finire, la domanda classica rivolta alle minoranze dem: che fare? Non abbiamo ben capito la risposta, se c’è una risposta. Renzi ha già detto che non si dimetterà da segretario, quindi non sembra essere un buon terreno per dare battaglia, o meglio per aprire un confronto. Allora si esprimono giudizi negativi sulle politiche del governo, lavoro, jobs act, scuola, questioni sociali, fisco. I renziadi hanno già dato una risposta: tutti i provvedimenti li avete votati. Sì, replicano quelli della “ditta”, parola ormai abusata, anche troppo cui Bersani è molto affezionato, ma perché ci avete costretto con i voti di fiducia, una cinquantina. Qualche ritocco in segreteria? La vice segretaria Serracchiani che è anche presidente della Regioni Friuli Venezia Giulia potrebbe essere in uscita, perdere in un solo colpo Trieste e Pordenone non è da tutti. Qualche capro espiatorio, un riassetto di segreteria, magari si potrebbe sacrificare anche il presidente Orfini, è lui il commissario del Pd romano. Ha fatto fare una pessima figura a Roberto Giachetti, messo in pista da Renzi Matteo che non l’ha presa proprio bene. Non hanno giocato insieme a flipper come è capitato altre volte. La “scriba” del premier, giornalista del Corriere della Sera, Maria Teresa Meli,  ci descrive questo Renzi, un premier che in animo ha una cosa sola “rottamare” e poi “rottamare”. Ce l’ha con la vecchia guardia, vuol vedere di chi si può fidare. Il finale di partita al referendum. Per ora solo qualche stuzzichino.

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