Pd. La parabola di Matteo Orfini da D’Alema ai giovani turchi a Renzi fino alla sconfitta di Roma, della quale è responsabile

Pd. La parabola di Matteo Orfini da D’Alema ai giovani turchi a Renzi fino alla sconfitta di Roma, della quale è responsabile

Nonostante tutti i giornaloni romani abbiano già citato il lungo post del presidente nazionale e commissario romano del Pd Matteo Orfini val la pena di ragionarci un po anche perché rimarrà il testamento politico per i posteri di una Waterloo senza precedenti. Escluso che si dimetta dopo il disastroso esito elettorale del suo partito, rinvia la discussione al prossimo congresso cittadino che non si sa quando si svolgerà. Anche perché ad ottobre, come il frettoloso Matteo prevede, si celebrerà quel referendum che Renzi ha voluto personalizzare legandolo alla sua permanenza al Governo. Quindi momento meno adatto, sia che avvenga prima o dopo, per una discussione in quel che resta del Pd romano.

La storia di Orfini

Nel frattempo lui  fa la storia dei suoi 18 mesi da commissario, con una  città travolta dallo «tsunami Mafia Capitale che coinvolse numerosi compagni». Qui, secondo Orfini l’errore fu di non essersi accorti di quanto capitava perché il partito era «troppo preso da una guerriglia interna continua» mentre dopo la sconfitta di Rutelli (2008) il Pd anziché fare l’opposizione ad Alemanno si era abbandonato ad  una logica consociativa «che ha finito per farci molto molto male». Sordo a quanto accadeva sui territori il partito puntava sul potere al suo interno per cui fu lecito  pensare «di ripartire non dalla città, ma dai nostri equilibri. Tessere e preferenze».

Le citazioni di Matteo

Immancabile la citazione dell’ultimo libro di Goffredo Bettini che in queste faide evidentemente non era mai intervenuto pur avendo governato quel partito da vent’anni. Un partito che non ascoltava più soprattutto le periferie sulle quali, seconda citazione  «ha scritto cose importanti  Walter Tocci nel suo ultimo libro». Ma poi ce n’è anche per Ignazio Marino  reo di  «aver pensato che Roma finisse con le Mura Aureliane». Anche se la scelta del Marziano «fu la soluzione emergenziale (e in quanto tale inevitabilmente inadeguata) inventata (da chi? ndr) per mettere una toppa al vuoto di prospettiva politica lasciato dalla gestione scellerata dei cinque anni di opposizione ad Alemanno». Frase che non fu gradita dall’allora capogruppo bersaniano Umberto Marroni che flebilmente gli risponde su Facebook ricordandogli le battaglie di opposizione su Acea. Del rapporto Barca, quello del Pd pericoloso e cattivo, non parla anche perché da quella analisi scaturirono le sue decisioni di falcidiare i circoli nominando, un po qua e un po là, subcommissari rivelatisi poi inadatti ad affrontare la campagna elettorale.

Il partito nuovo

Ma poco male perché  il congresso «sarà la sede in cui faremo le scelte, ma è ovvio che abbiamo bisogno di discutere, da subito, come giustamente auspica Roberto Morassut (terza citazione ndr)». E poi  con questa campagna elettorale Orfini ha già intravisto (I have a Dream) il partito nuovo. Quindi lui non usa mezze misure e afferma apodittico  «il problema oggi a Roma non è tornare a prima del commissariamento» quando c’era ancora  Mafia Capitale con «un partito respingente (sic), un’amministrazione inadeguata e assessori che infrangevano le regole» con un «rapporto incestuoso (risic) con le municipalizzate e gli interessi organizzati». Questo è il passato che «non tornerà mai. Perché oggi siamo debilitati e convalescenti. Prima eravamo nel pieno della malattia». Che letta così la vulgata di Orfini rattrista l’idea che centinaia di migliaia di elettori siano  andati ancora a votare Pd.

Autodifesa contro il Pd

La consumata tecnica retorica del commissario è evidente perché di fatto è solo un’autodifesa che scarica sul passato del suo partito ignobili pesi e squallide responsabilità, come a dire: “e meno male che Orfini c’è”. Se poi dopo tale giaculatoria il Pd capitolino si stringerà attorno a lui come i naufraghi aggrappati all’ultima zattera, è difficile a dirsi. Tanto più che il commissariamento, salvo sorprese, scade comunque e lui se ne va, quindi arrivederci ai suonatori. Con la variante che qualcuno come Morassut al Corriere ha già affermato che in queste condizioni il congresso non lo vuole proprio, mentre qualche presidente di municipio trombato auspica “l’azzeramento della classe dirigente del Pd romano” eccetto  ovviamente i coraggiosi proponenti.

Mancanza di analisi

In tutto il ragionamento di Orfini si avverte la mancanza di ogni analisi sui mutamenti intervenuti nel tessuto sociale della città, sulle nuove povertà ed emarginazioni, sul problema giovanile, sui vincoli del patto di stabilità che strangola il Comune, sul futuro dei carrozzoni delle municipalizzate e men che meno sulle alleanze con la sinistra di Sel/SI.  Alla fine Orfini rischia di rimanere spiazzato anche dalle stesse dichiarazioni di Renzi sulla volontà di cambiamento espresso dal recente voto. In fondo la sua autocritica rimane tutta interna alle logiche di quel partito che l’ha generato, dal circolo di Mazzini al tirocinio con il diabolico D’Alema, sino alla convergenza sulle posizioni di Renzi all’insegna dei giovani turchi del Pd (non meglio identificati) e alla presidenza dell’assemblea dei democratici che gli fu affidata proprio da quella minoranza Pd che oggi tenta flebilmente di rialzare la testa. Una situazione che  a qualche suo avversario potrebbe evocare   una scena del film “il nemico alle porte” quando un giovane Kruscev commissario politico del Pcus sbarca nella distrutta Stalingrado in procinto di arrendersi e incontrando il generale responsabile della difesa della città di Stalin, già ubriaco, gli mette sul tavolo, con gesto esplicito una pistola di cui pochi secondi dopo echeggerà il colpo suicida. Ebbene, fuor di post Fb buoni solo per gli intimi supporters, qualcuno  chiede invece  (senza pistola) le dimissioni di Orfini. Il kommissar, dicono, che ha avuto tutti i poteri e in 18 mesi ha portato il suo partito al disastro.

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