Una buona legge contro agromafie e caporalato. Il terzo rapporto della Flai Cgil

Una buona legge contro agromafie e caporalato. Il terzo rapporto della Flai Cgil

La terza indagine Agromafie e caporalato. Galli (Flai): “L’illegalità nel settore è in crescita. Norme in tempi brevi o torniamo in piazza”. L’impegno del ministro Martina. Camusso: “Stabilire la responsabilità delle imprese”. Le voci dei lavoratori

Nella sua introduzione, Ivana Galli ha sottolineato il valore del rapporto: “Negli anni è diventato un punto di riferimento perché fornisce una fotografia scientifica del caporalato”. Oggi in Italia “si è passatoi dai caporali al caporalato, ovvero un fenomeno sistemico di economica criminale che gestisce il lavoro nella filiera agroalimentare. Un sistema di infiltrazioni mafiose che danneggia duramente sia i lavoratori che i consumatori”. In questo senso il 2015 è stato “un anno tragico”, ha ricordato, “ci sono stati morti nei campi e nelle serre, uno scenario grave senza confini geografici, come dimostra il blitz della polizia appena avvenuto nel settore vinicolo del Chianti. C’è una vera e propria economia criminale – dunque – che ricicla denaro servendosi del mercato del lavoro”.

Un’indagine che racconta storie drammatiche. “Tra le vittime del caporalato ci sono i migranti e tante donne – ha spiegato Galli -, abbiamo casi di lavoratrici che a 63-64 anni vanno a lavorare nei campi perché non hanno raggiunto i requisiti pensionistici. Donne che hanno superato i 60 sono costrette a stare chinate tutto il giorno in una serra per pochi euro”. L’indignazione è inevitabile, ma non basta: “Bisogna essere conseguenti e produrre norme per tornare ad essere un paese civile”. La priorità – per il segretario – è approvare una buona legge al più presto possibile. “Occorre velocizzare l’iter approvando la legge in tempi brevi, ma questa deve anche essere buona. C’è un testo positivo, che ha raccolto molte proposte della Flai poi condivise dagli altri sindacati e divenute unitarie. Restano però alcune criticità da perfezionare: per esempio la definizione del reato di caporalato, che nel testo attuale è scarsamente esigibile, e il nodo della confisca del prodotto”. L’incontro tra domanda e offerta è un altro elemento di debolezza, “serve una risposta chiara valorizzando in primis i centri per l’impiego”. In ogni caso, il ddl è “uno strumento assolutamente importante: lo aspettiamo da 30 anni, c’è bisogno di un buon testo che dia tutte le risposte”. Lo meritano i lavoratori, ma anche le “tante imprese virtuose che rispettano i contratti e garantiscono la qualità dei prodotti, sono questi i buoni esempi da portare”, ha concluso.

Il responsabile legalità della Flai Cgil, Roberto Iovino, ha illustrato la genesi del rapporto: “È frutto di una lunga azione di ricerca condotta tutta sul campo: molte persone si sono ribellate, hanno riflettuto sulla loro condizione e hanno deciso di parlare col sindacato. A tutti loro va il nostro ringraziamento”.

“Il caporalato è una dimensione del mercato del lavoro che si nutre di intimidazioni e violenza”. Così il professor Francesco Carchedi, coordinatore del comitato scientifico dell’Osservatorio Placido Rizzotto, commenta la ricerca. “C’è una tendenza anche eccessiva a criminalizzare il caporale – ha affermato -, come se questo fosse slegato dall’imprenditore: in realtà il caporale è un dipendente in nero dell’imprenditore che lo ingaggia, esegue le sue disposizioni. Non dobbiamo creare uno schermo protettivo verso gli imprenditori che agiscono in questo ramo illegale del mercato. Senza contare – poi – che la loro pericolosità sociale si moltiplica perché evadono norme fiscali e contrattuali”. Carchedi ha sottolineato il ruolo fondamentale del sindacato di strada per l’attività che svolge ogni giorno nelle campagne, a contatto con i lavoratori in difficoltà.

Sulla stessa linea Enrico Pugliese, professore emerito alla Sapienza: “All’inizio della catena dello sfruttamento c’è sempre l’impresa agraria: il caporale non lavora nel vuoto. Non esiste, oggi, una struttura che offra legalmente i servizi forniti nell’illegalità da un caporale. Così le aziende lo usano sistematicamente, violando la legislazione esistente. Su questa partita l’azione del sindacato deve migliorare sempre”.

Il ministro Maurizio Martina ha confermato il suo impegno. “In questi anni abbiamo fatto passi avanti nella costruzione delle norme mentre su alcuni punti non siamo soddisfatti – ha esordito -. La rete del lavoro agricolo è uno strumento importantissimo che può fare differenza, ma non è ancora sviluppata in modo sufficiente: i passaggi di adesione e funzionamento vanno perfezionati”. Comunque, ha detto il titolare del dicastero, “io non sono la controparte del sindacato: lavoriamo insieme per risolvere il dramma del caporalato, un nodo endemico ma che si può vincere. Adesso serve una buona organizzazione a livello nazionale, poi sarà la fase dell’intensificazione dei controlli a livello territoriale”. La legge richiesta dai sindacati “è fondamentale, ne abbiamo bisogno”, secondo Martina, “ogni giorno siamo su questo fronte. Occorre costruire in Senato le condizioni per accelerare il dibattito: su questo stiamo usando tutti gli strumenti a disposizione per velocizzare i tempi vista la centralità del problema. Chiedo ai senatori di aiutarci nell’accelerazione”. Va considerato che “tocchiamo punti nevralgici, vogliamo andare oltre una certa lettura del caporalato e definire la precisa responsabilità delle imprese, attraverso la riscrittura di alcuni reati che è in corso”. È un terreno complesso ma necessario, va fatto “difendendo sempre la maggioranza delle imprese che operano nella legalità”. Legge, ha concluso, “per cui non basta l’azione di un ministero, serve un grande lavoro di squadra”.

Il segretario generale della Cgil, Susanna Camusso, ha sottolineato la necessità di “giudicare i rapporti di lavoro: così si può fare un’operazione che da un lato sia di contrasto al caporalato, dall’altra al lavoro nero e quello precario”. Commentando il rapporto, ha detto, “non si può sottovalutare che si stanno estendendo forme di caporalato, forme di ingresso della criminalità organizzata dentro l’agricoltura e la trasformazione alimentare. È un dato che inquina tutto, commercio e produzione, e parte proprio dallo sfruttamento del lavoro”. I caporali non agiscono in solitudine: “Questo finora è stato molto occultato, bisogna dire con chiarezza che sono in stretto rapporto con le aziende che li utilizzano. Una lotta vera al caporalato è una scelta di legalità, ma anche di rilancio economico in un settore produttivo fondamentale per il nostro paese”.

Soffermandosi sul ruolo del sindacato, Camusso ha spiegato: “Noi in questi anni abbiamo denunciato, poi la repressione spetta ovviamente allo Stato. Abbiamo cercato di organizzare i lavoratori, per difendere l’applicazione dei contratti e ottenere condizioni dignitose di lavoro. Siamo assolutamente convinti che, se oggi si discute della legge sul caporalato, ne abbiamo grande merito. Adesso occorre accelerare l’approvazione della legge, che è stata promessa per la prima volta lo scorso agosto e non c’è ancora. Si affronti con decisione il quadro di relazioni tra caporali e imprese: se queste cominciassero ad applicare i contratti e agire in trasparenza, ci sarebbe meno brodo di coltura per lo sviluppo della criminalità nel mondo del lavoro”.

Le voci dei lavoratori

Dal palco sono arrivate le voci di chi è direttamente coinvolto nel dramma del caporalato, i lavoratori. Così Lucia, bracciante pugliese: “Vengo dalla provincia di Taranto. Ho fatto molte denunce, con la conseguenza che le aziende mi considerano sindacalizzata e non mi fanno più lavorare. Stamani alle 3 ho visto una ragazza in mezzo alla strada che aspettava un caporale: era la stessa immagine di una prostituta. I caporali sono colpevoli, certo, ma ci sono le aziende che li utilizzano: queste si ingrandiscono, comprano pullman che passano apertamente per le strade.  Da parte loro, tante lavoratrici sono sfiduciate e vedono nel caporale perfino una figura amica, sono costrette ad accettare qualsiasi condizione per lavorare”. Atta, 29 anni dal Ghana, bracciante a Gioia Tauro: “Ho fatto un viaggio doloroso, sono scappato nel 2007 dal mio paese perseguitato per motivi religiosi. Ho lasciato la mia famiglia e un bambino: arrivato in Italia ho lavorato in campagna come bracciante agricolo senza contratto né diritti, sono stato a Foggia e Napoli, sempre irregolare. Poi ho incontrato la Flai e ho ottenuto il permesso di soggiorno per il 2014, la mia vita è cambiata: ora sono sindacalista a Gioia Tauro, dove un lavoratore viene pagato un euro per trasportare un cassetta di mandarini e cinquanta centesimi per una di arance”. Infine i rappresentanti della comunità sikh di Latina, che hanno scioperato e sono scesi in piazza su iniziativa della Flai: “Abbiamo ricevuto minacce, perfino di morte. Da noi ci sono uomini che da 20 anni prendono una paga di pochi euro, lo facciamo anche per loro. Serve una grande opera di regolarizzazione. Una famiglia non può vivere con una paga di 3,5 euro l’ora”.

da rassegna.it

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