Riforme. Renzi apre la campagna per il si, cerca di militarizzare i suoi, ma è Verdini che detta la linea

Riforme. Renzi apre la campagna per il si, cerca di militarizzare i suoi, ma è Verdini che detta la linea

Sabato mattina, Matteo Renzi ha aperto la campagna per il Si nel referendum costituzionale, con parole più volte pronunciate e con l’atteggiamento spavaldo e militaresco che usa spesso ormai per serrare i ranghi. E ad uso mediatico ha usato la teoria del “dagli agli inciucisti”, definendo così coloro che abbiano deciso di votare No nel referendum. Ora, detto da uno che è stato protagonista del twit più famoso al mondo, quello lanciato verso Letta, “Enrico stai sereno”, che ha siglato un patto del Nazareno, ancora ignoto nelle sue parti fondamentali (cosa ha chiesto, ad esempio, Berlusconi a tutela delle sue aziende?), che ha varato una riforma del mercato del lavoro sotto dettatura di Maurizio Sacconi, che ha sacrificato l’adozione dei bambini per le coppie gay accettando i voti della destra oltranzista cattolica e rifiutando quelli di sinistra, e la lista potrebbe allungarsi di parecchio, fa davvero sorridere. Amaramente. Perché fa davvero male alla democrazia di un Paese moderno assistere allo show, al comizio, di un premier, di un sedicente statista, che minaccia, offende, usa toni militareschi, schernisce gli avversari e infine propone il solito plebiscito. Se questo è l’inizio della campagna referendaria, prepariamoci al peggio, perché a Palazzo Chigi escogiteranno offensive mediatiche e politiche dirompenti, che frantumeranno il Paese, lo divideranno, secondo la logica del “chi non è con me, è contro di me”.

Renzi, incredibile ma vero, dice “se non passa la riforma accadrà il paradiso terrestre degli inciuci”

Se non passerà la riforma, ha detto infatti Renzi, provocatoriamente, “accadrà il paradiso terrestre degli inciuci. Accadrà come è già accaduto e io ne sono la dimostrazione”. Ora, è evidente il tentativo di confondere le acque, l’Italicum con la Costituzione. “Io – ha spiegato il premier – sono diventato presidente del Consiglio sulla base di un incarico dato dal presidente della Repubblica come prevede la Costituzione, ma sulla base di un accordo parlamentare perché nel sistema di oggi è il Parlamento il luogo in cui si formano le maggioranze”. Parole dal sen fuggite, o una chiara indicazione verso il premierato? Renzi sa bene che la Costituzione italiana impone una Repubblica parlamentare, e che la scelta del presidente del Consiglio viene effettuata insindacabilmente dal Presidente della Repubblica. Sa bene che il governo si regge sul voto di fiducia di entrambe le Camere. Eppure, lancia una sfida culturale e politica sfuggita a molti: nel sistema istituzionale da lui auspicato, e costruito attraverso il mix di Italicum e riforma costituzionale, una minoranza assume tutto il potere pubblico con un premio sproporzionato in una sola Camera. Il rischio per la democrazia è notevole, come più volte denunciato da illustri costituzionalisti e intellettuali. Quella auspicata da Renzi è una parodia della riforma in senso maggioritario, sulla quale pure si continua a riflettere in modo molto più serio e rigoroso. Ora, se questa è la vera sfida di Renzi, trasformare la democrazia italiana in qualcosa di pericoloso e di inedito, si comprende meglio per quale ragione abbia nuovamente accelerato sul plebiscito pro o contro di lui.

Renzi persevera nel chiedere il plebiscito: “se perdo vado a casa”

“Ho detto che se perdo il referendum costituzionale vado a casa e lo confermo. E non lo dico a cuor leggero, perché so che è un impegno significativo, che i politici di solito non prendono in Italia”, ma “state tranquilli non accadrà perché questo referendum lo vinciamo”, ha detto Renzi, molto spavaldamente. Lo spostamento sul plebiscito della campagna referendaria è un trucco molto abile, perché gli concede di evitare il merito delle sue riforme, e soprattutto di confrontarsi sui rischi del “combinato disposto” Italicum e riforma costituzionale. Questa deriva, ci sembra, non sia stata ancora del tutto compresa dalla sinistra del Partito democratico, che amleticamente è ancora ferma a leccarsi le ferite. Lo testimoniano le parole di Pierluigi Bersani nell’intervista concessa a La Stampa di sabato: “un voto sulla Costituzione non può essere né un referendum sul governo né il laboratorio di un nuovo partito”. Spiace dirlo, ma Bersani è stato smentito nella stessa giornata di sabato ben due volte: la prima da Renzi, che rilancia il plebiscito e dunque la personalizzazione del referendum, la seconda dallo stesso Denis Verdini, nel corso di una illuminante intervista al Mattino di Napoli. Come sempre, Verdini dice la verità sul suo progetto di entrare nel Pd, cambiandolo radicalmente, prima o poi, in un partito della Nazione: “sull’Italicum porterei la soglia di sbarramento dal 3 all’8% in modo da far convergere più partiti in uno ed evitare frammentazioni. C’è uno spazio vastissimo tra il Pd e la destra estremista e lepenista”. E poi rivela: “sono sessanta i parlamentari del centrodestra che sostengono le riforme del governo Renzi e non solo pochi senatori”. È dunque Verdini che detta la linea del Pd? Allo stato delle cose, pare proprio di sì.

Scotto: “solo nei regimi, il governo cambia le Costituzioni”. Fratoianni: “Berlinguer come si sentirebbe a fianco di Verdini?”

Sul piano delle reazioni politiche, segnaliamo l’intervento di Arturo Scotto, presidente del gruppo Sinistra italiana alla Camera: “Nei regimi sono i governi a convocare i referendum. Nelle democrazie liberali invece ricorrere al giudizio popolare è un diritto-dovere che sta in capo alle opposizioni. La differenza non è da poco e in questa parte di occidente funziona così. Che Renzi non abbia una grande sensibilità istituzionale ce ne eravamo accorti da tempo, ma che siano così poche le voci critiche ci preoccupa non poco. Non è questione di bon ton, ma di equilibrio democratico dei poteri. Perché i governi passano, le Costituzioni invece restano”. Segue a ruota Nicola Fratoianni, dell’esecutivo nazionale, per il quale “Renzi è arrivato a usare Enrico Berlinguer per la sua riforma costituzionale. Chissà come si sentirebbe scomodo Berlinguer a fianco a Verdini…”. Tuttavia, “battute a parte, il monocameralismo di cui parlavano Berlinguer e il Pci non è un Senato di nominati, con l’immunità parlamentare e senza competenze chiare e specifiche. Avesse voluto davvero il monocameralismo Renzi avrebbe potuto raccogliere la nostra proposta di eliminare per davvero il Senato. Invece – conclude Fratoianni – ha eliminato solo le elezioni per il Senato, cioè solo la possibilità per i cittadini di scegliere i propri rappresentanti”.

Civati a Cuperlo e Bersani: “Il referendum non è congresso Pd. E sulla scheda non c’è il Ni”

“Stiamo parlando della Costituzione non delle correnti del Pd, ho visto Cuperlo dire una cosa abominevole cioè che il referendum è il congresso del Pd: il referendum è sulla Costituzione, e la Costituzione precede Cuperlo, Civati, addirittura Renzi”, sostiene Pippo Civati. “Sono loro – ha poi aggiunto, riferendosi alla minoranza del Pd – che ci devono dire se accettano ancora, come hanno fatto in aula, una legge di riforma costituzionale pessima, che ha degli sbilanciamenti anche pericolosi. Ci sono troppi ‘ni’, ‘forse’, ‘te lo dico dopo il ballottaggio’ – ha detto Civati, a Bologna per un’iniziativa elettorale a sostegno di Federico Martelloni e della Coalizione Civica – noi lo abbiamo già fatto, prendendo una posizione molto netta. Sulla scheda c’è ‘sì’ o ‘no’: mi dispiace per Cuperlo e Bersani, ma ‘ni’ non ci sarà”.

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