La Repubblica dona a Renzi un grande spot pubblicitario. Quattro pagine sulle “mosse del governo” per la crescita. Una cosa è chiara: ne fanno le spese lavoratori e donne

La Repubblica dona a  Renzi un grande spot pubblicitario. Quattro pagine  sulle “mosse del governo”  per la crescita. Una cosa è chiara: ne fanno le spese lavoratori e donne

Una volta per evitare pubblicità mascherata e per far capire al lettore di che si trattava si inseriva una scritta, magari piccola piccola ma che ti metteva in pace con la tua coscienza professionale: “Informazione pubblicitaria”. Dalla prima pagina di Repubblica abbiamo appreso che il giornale  dava conto delle “mosse” del governo. Da “fondi e risparmio la spinta alla crescita. Con Calenda rilancio delle liberalizzazioni. Quattro punti per la produttività”. Si indicava l’autore, Ferdinando Giugliano, se non andiamo errati, editorialista economico del quotidiano di Largo Fochetti. Il tutto a pagina 4. Per arrivare a pagina 4 abbiamo sfogliato scoprendo  che anche a pagina 2 e a pagina 3 c’erano servizi sulle “mosse del governo”. Arrivando a pagina 4 l’annunciato articolo di Giugliano dal titolo “Il piano. Palazzo Chigi, Tesoro e il neoministro Calenda preparano le misure di sostegno alle imprese. Da fondi e risparmio la spinta alla crescita. Le mosse del governo”.  Paginone con grafici su Pil, prezzi al consumo, produzione industriale, consumi.

Una volta i giornali annunciavano quando si trattava di “informazione pubblicitaria”

Siamo andati alla ricerca della mitica “informazione pubblicitaria”. Non c’era cenno. Le quattro pagine di pubblicità sono state, con grande generosità, donate dal quotidiano. “I dati sulla crescita italiana – scrive il Giugliano – nel primo trimestre hanno allontanato il timore di un brusco rallentamento dell’economia”. Bontà sua ricorda che l’aumento del Pil  è stato dello 0,3% “modesto rispetto ad un tasso di crescita quasi doppio segnato dalla zona euro”. Ma che vuol dire, c’è il governo che toglierà il paese dagli impicci. Per fortuna che Renzi Matteo ha avuto la geniale idea di nominare sottosegretario alla presidenza del Consiglio Nannicini Tommaso, da Arezzo il quale due mesi fa  aveva preannunciato, sempre a Repubblica, “il piano produttività”. Scrive il nostro editorialista che “nelle intenzioni del governo l’arrivo di  Carlo Calenda al ministero dello sviluppo economico potrebbe essere l’occasione giusta per rilanciare l’agenda sulle liberalizzazioni, magari già prima dell’estate”.

Si colpisce la contrattazione nazionale sostituendola con le negoziazioni aziendali

Pensate po’, un ministro piè veloce, che si poteva volere di meglio. Poi il mercato del lavoro con “il completamento del jobs act con una riforma della contrattazione che aumenti il peso delle negoziazioni aziendali”. Tradotto, l’annullamento della contrattazione nazionale, colpendo un diritto fondamentale del lavoratore. Si dispiace il nostro che ancora questo problema “resti nelle mani dei sindacati e degli imprenditori”. Poi tutta una parte del “piano” è dedicata a come convogliare il “risparmio privato verso le aziende italiane”. Ovviamente non manca un piccolo favore reso alle banche, “aiutando quest’ultime ad alleggerire i loro bilanci cedendo crediti esistenti”. Si può pensare anche di mettere mano ai fondi pensione privati, quelli pagati dai lavoratori, di agevolazioni fiscali sul risparmio gestito e cose simili. Venisse mai in mente al pubblicitario di parlare di occupazione, lavoro, salari. Mai. Grande pubblicità al bonus bebè, nel segno che piace tanto a Renzi Matteo, un bunus qua un bonus là e si va avanti.  A Repubblica non viene a mente che si potrebbe pensare ad interventi stabili contro la povertà, ad investimenti pubblici nei servizi, mancano nidi, asili. “Sono 900 mila i bambini in Italia nella fascia tra sei mesi e due anni – dice Federico Bozzanca, dirigente della Funzione pubblica Cgil, al quale è stato riservato un piccolo spazio, bontà loro – che sono esclusi dagli asili nido”.  Ma lo spot pubblicitario provvede a tutto.

Si mettono in discussione anche i congedi  previsti nei casi di maternità

Ed ecco a pagina 4 uno studio  del think tank renziano Volta, diretto da Giuliano Da Empoli, si precisa “studioso assai vicino al premier sugli interventi necessari per contrastare la denatalità. I soldi da soli non bastano, se vogliamo invertire il trend serve un pacchetto di misure strutturali”. Il titolo desta però qualche perplessità: “Congedi ultra flessibili e  per il welfare. Così si torna a fare figli”. Che vuol dire? Le perplessità sono dovute anche al fatto che il think tank è diretto dallo studioso renziano. Rimaniamo basiti. Un tale che si chiama Riccardo Zezza, “dopo 15 anni da manager – fa notare la giornalista – ha fondato il programma ‘ maternity as a master’, un pacchetto di misure, già sperimentate in alcune aziende per cambiare i congedi, sia i cinque mesi obbligatori di maternità, sia i mesi facoltativi”. Zezza propone di “considerare la maternità un periodo flessibile”. Ma per carità bisogna “salvaguardare il diritto delle donne a scegliere i congedi  attuali, di restare in contatto con l’azienda, ma soprattutto di utilizzare questo periodo per continuare a formarsi in un’ottica di long life learning anche durante la gravidanza”. Confessa Zezza: “Inutile nasconderlo ci sono aziende che non riescono a sostenere cinque mesi di assenza di una lavoratrice, forse due mesi sì”. La giornalista di Repubblica in un sussulto di professionalità, chiede un parere a Loredana Taddei, responsabile delle politiche di genere della Cgil che sottolinea “quanto si faccia ricadere tutto il peso della maternità sulle donne e non sulle aziende invece di puntare a politiche che rafforzino il tasso di occupazione femminile, la parità dei salari e la conciliazione”.

Un suggerimento a Zezza e a Da Empoli: e se in azienda si trovasse uno spazio da adibire a sala parto? Tagliato il cordone ombelicale, sparito il pancione, con un bel camicione, subito al lavoro.

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