La lezione da trarre dalle elezioni britanniche e il ritorno del socialismo in Europa

La lezione da trarre dalle elezioni britanniche e il ritorno del socialismo in Europa

L’elezione a sindaco di Londra di Sadiq Khan, londinese di origine pakistana, e primo mussulmano nella storia europea ad accedere a quella carica, avvenuta formalmente nelle prime ore di sabato 7 maggio, ha dato una grossa mano d’aiuto al leader laburista Jeremy Corbyn, al termine di una giornata durissima di elezioni, in cui si sono alternate buone prestazioni e momenti negativi. Il partito Laburista ha sostanzialmente tenuto in Inghilterra, ma ha registrato un pesante arretramento, benché previsto, in Scozia, sua tradizionale e storica roccaforte, ma che dopo il referendum sull’indipendenza, ha scelto il partito indipendentista, di sinistra, dello Scottish National Party. Quest’ultimo ha vinto, sia pure arretrando e perdendo la maggioranza assoluta. Ottima invece la prestazione elettorale dei conservatori di Cameron, in ascesa, diventati il secondo partito scozzese.

La vittoria di Khan, tra le altre, dimostra la giustezza dell’analisi gramsciana del conflitto tra città e campagna

La schiacciante vittoria di Khan sul rivale, il ricco conservatore Zac Goldsmith, non è solo nelle percentuali – 44 a 35 nella prima fase, e circa 56% nella seconda – ma soprattutto in valori assoluti, con più di un milione e mezzo di voti. Nell’altra grande città inglese, Liverpool, i laburisti hanno ottenuto un medesimo successo, eleggendo per la seconda volta consecutiva a sindaco di Joe Anderson col 53% dei voti, e la maggioranza assoluta nel Consiglio. Di fatto, è la certificazione, in Inghilterra, e in altre parti d’Europa e degli Stati Uniti, che il socialismo non è morto, come vorrebbero farci credere, ma conquista molti voti soprattutto nelle metropoli e nelle grandi aree urbane, dove più forte è il peso elettorale delle nuove generazioni e della borghesia in difficoltà. Come direbbe Gramsci, i ceti intellettuali presenti molto più massicciamente nelle aree urbane, nelle sedi universitarie, nella vita sociale più complessa e moderna, scelgono in maggioranza il messaggio socialista di uguaglianza e di pari opportunità, e non si lasciano irretire da coloro che usano forme demagogiche dirette più alla pancia dell’elettorato che alla mente. Insomma, come ampiamente dimostrano i casi di Madrid e Barcellona, metropoli governate da Podemos, l’ottima affermazione di Bernie Sanders in alcuni stati nordoccidentali e nordorientali degli Stati Uniti, la buona tenuta della Spd in alcuni Lander tedeschi a forte urbanizzazione, e la vittoria del Labour a Londra e a Liverpool, è scoppiato nel mondo occidentale il conflitto tra città e campagna. Sembra un’analisi ottocentesca, ma in realtà può essere di grande aiuto per la comprensione di certi fenomeni sociali ed elettorali. Il messaggio socialista di emancipazione sociale e culturale, solidarietà e uguaglianza sta finalmente ritrovando un popolo che lo ascolta, per ora concentrato, appunto, nelle aree a forte urbanizzazione, e dove i ceti intellettuali riescono a costruirsi un’autonoma visione del mondo, al di là della diffusione dei mezzi di comunicazione di massa. Si può trasferire questo passaggio anche in Italia? Sì, se solo si smettesse di vergognarsi di usare pubblicamente la parola “socialista”. Il popolo di Londra, ad esempio, ha ascoltato le parole di un laburista, un socialista, e gli ha creduto. Non a caso, al termine del voto, il neosindaco di Londra, Khan, ha ripetuto non solo che “mai avrebbe sognato che qualcuno come me sarebbe stato eletto sindaco di Londra”, ma soprattutto la felicità “che Londra abbia scelto la speranza contro la paura e l’unità contro la divisione. La politica della paura, semplicemente, non è benvenuta a Londra”. Se si proiettano queste parole sui grandi temi della civiltà europea del XXI secolo – speranza, unità e solidarietà – si scopre che il conflitto tra città e campagna emerge in tutto il suo potenziale. Oggi l’Europa, come avrebbe detto il filosofo francese Jacques Derrida, è più attraversata nella mentalità collettiva da coppie di antinomie, che dalle ideologie: apertura-chiusura, solidarietà-egoismo, unità-divisione, fiducia-paura. Gli elettori si comportano di conseguenza. Solo che gli elettori della campagna scelgono in maggioranza il secondo polo delle antinomie, e viceversa gli elettori delle aree urbane il primo polo.

Le proiezioni della BBC sul livello nazionale danno il Labour come primo partito britannico al 31%

Date queste premesse, riusciamo a comprendere le proiezioni fornite dalla BBC al termine del voto britannico di giovedì. Per la BBC, se fossero stati questi i risultati delle legislative, i laburisti sarebbero il primo partito, col 31% dei suffragi, mentre i conservatori sarebbero giunti al 30%. Tuttavia, poiché il sistema elettorale britannico, il cosiddetto Westminster, è maggioritario a turno unico di collegio, dove vince il candidato che prende un voto in più del secondo, la percentuale conta poco più di una considerazione politica, e non è detto che quel 31% avrebbe consentito ai laburisti di conquistare la maggioranza alla Camera dei Comuni. L’analista John Curtice ha proiettato i dati su scala nazionale, e ha confermato che i laburisti avrebbero conquistato non meno di 260 seggi, contro gli attuali 228, e i conservatori 301 contro gli attuali 330. Chi ha vinto le elezioni, dunque?

L’ascesa del pericolo delle destre in Europa. Anche nel Regno Unito. Lo Ukip di Farage si afferma nel Galles e in molte zone rurali

In ogni caso, le proiezioni della BBC certificano che il “tracollo elettorale” dei laburisti è una mistificazione giornalistica, e che ha ragione Corbyn quando sostiene di aver confermato la maggioranza in tutti i consigli, pur avendo perso 24 consiglieri. Briciole. In realtà, è il risultato scozzese che ha determinato molte delle analisi di casa nostra, e ha costretto ad occultare i dati reali. Inoltre, in Gran Bretagna, proprio nelle zone rurali inglesi e gallesi, risale il pericolo dello Ukip, il partito ultranazionalista britannico e antieuropeo, fondato da Nigel Farage, che entra per la prima volta nella storia britannica in un Parlamento regionale, quello gallese, con ben sette deputati, mentre ne elesse uno solo alla Camera dei Comuni. Anche questa affermazione dello Ukip nelle zone rurali gallesi, come l’ascesa delle Le Pen nella Francia contadina, la permanenza della Lega nelle zone agrarie del Nord Italia, e soprattutto le vittorie delle destre in Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia, dimostrano che un’analisi neogramsciana del rapporto tra città e campagna è più che mai urgente, così come è urgente un’attenta valutazione delle coppie di antinomie che definiscono ormai i messaggi politici ovunque. Soprattutto, però, è urgente tornare a parlare di socialismo, senza timore, come fanno Corbyn e Sanders, alle nuove generazioni, ai ceti intellettuali, alla borghesia in difficoltà, che attendono parole di fiducia, speranza e uguaglianza, prima che sia troppo tardi, in Europa e nel mondo.

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