Il mio incontro con Pietro Ingrao, l’intervista, e la sua eredità politica e intellettuale. Ma per favore, non strumentalizzatelo

Il mio incontro con Pietro Ingrao, l’intervista, e la sua eredità politica e intellettuale. Ma per favore, non strumentalizzatelo

Io Ingrao lo ricordo. Non solo l’ho letto. Ho sempre un occhio di riguardo per i suoi saggi, “Crisi e terza via”, “Masse e potere”, ho letto perfino le sue poesie. E farebbe bene anche a qualche oscuro membro della segreteria renziana. Non solo l’ho ascoltato da ragazzino. Un comizio di Ingrao, una sua lezione, un suo intervento a un congresso era un avvenimento per me. Con quel suo accento marcatamente ciociaro non si sarebbe detto un grande oratore. E invece non era così. Aveva una capacità evocativa fortissima. Quando parlava del “potere buio e retrivo” tu lo vedevi davvero. Che parole, che linguaggio complesso e semplice allo stesso tempo. Che forza morale. Ricordo ancora la sofferenza di Arco di Trento, quel “dobbiamo stare nel gorgo” che non risolveva, non rispondeva. Perché, lo avremmo scoperto dopo e lo viviamo ancora oggi, risposte non ce n’erano.

Non solo questo. No, io Ingrao l’ho anche conosciuto. Per pochi minuti, da giovane cronista, impegnato in quel periodo in un oscuro quotidiano ultralocale, “Il Giornale di Ostia”. È il 15 marzo del 1995, mi chiama il direttore a metà pomeriggio, un tipo stranissimo, Gianni Sepe, un grande fiuto per la notizia, uomo di potere a Ostia, ma anche nemico di tanti potenti. “Michè viene Ingrao da Peppino a mare, a presentare un libro di poesie. Ma tu ci vai e lo fai parlare di politica”. A te te pare facile. Il libro era “L’alta febbre del fare”. Ostia in quel periodo era una roba strana. Ti capitava di incappare in convegni di poesie organizzate da Milesi, altro personaggio curioso, in un ristorante, in mezzo alla nascente movida notturna, all’epoca ancora concentrata su Fregene.

Non era facile, dicevo. Perché Ingrao da tempo non parlava di politica. Si era quasi chiuso, mi parve di capire, in un distacco dal quotidiano. C’era stato il ’94, Era sceso in campo Berlusconi, le divisioni fra Pds e Rifondazione, Ingrao voleva marcare un distacco anche fisico da quella che per lui non era più politica. Non era facile, la presentazione era nel tardo pomeriggio e Sepe, serafico: “Ti lascio una pagina intera”. Ma porca…

Insomma, parto. Arrivo da Peppino a mare. E dopo un po’ arriva lui, su una pandina rossa. Niente scorte niente macchinoni. Intanto lo fotografo. Almeno la foto ce l’ho. Per entrare da Peppino si scende qualche scalino. Io sto dietro, lui scende un po’ incerto mi viene istintivo di sostenerlo. Sto pronto con la braccia allargate, non si sa mai. Non ce n’è bisogno, per fortuna. Mancano 15 giorni al suo ottantesimo compleanno. Le gambe ne risentono, la testa no. Mi presento, tremo, letteralmente. Mi risponde cortese: “Sono qui per presentare il mio libro”. Insisto, ormai semidisperato. Gli avrò fatto pena? Ragazzino tremante… Insomma, alla fine mi dà il via libera. “Solo pochi minuti però”. In quei pochi minuti ho modo di scoprire non solo la profondità e la capacità di analisi di Ingrao, ma il profondo rispetto, quasi reverenziale che ha per le istituzioni repubblicane, Per quel Parlamento dove ha passato, in maniera mai banale, tanti anni.

Banale sono io con le mie domande. Ma questa destra, questo Berlusconi – gli chiedo – sono davvero così pericolosi. Secondo lei c’è davvero il rischio di una deriva autoritaria in Italia? “C’è realmente una spinta autoritaria e plebiscitaria. Che non è un’invenzione di Forza Italia. Nel Paese c’è questo stato d’animo, questa delusione profonda per la democrazia, questo rifiuto pericoloso della politica. È un fatto reale e non mi piace”. E poi ancora: “è il risvolto negativo di tangentopoli. Una parte del Paese ha creduto che la soluzione contro la corruzione fosse cancellare la politica. E allora invece di cambiare parte, di votare per chi non aveva mai governato, si è preferito Berlusconi. Uno che si vanta di non essere un politico, ma un imprenditore”. Su Berlusconi mi disse ancora che rispondeva “in pieno a quello stato d’animo di cui parlavo prima. Ma è una visione malsana della politica. Non mi piace proprio: la democrazia è un’altra cosa. Governare non è la stessa cosa che amministrare un’azienda. Eppure, in un certo senso, Berlusconi si comporta più da padrone che da politico. Questa arroganza…”. Finì così, poi Ingrao mi disse: “Adesso mi lasci ai miei impegni”. E il tono non ammetteva replica.

Mi lasciò così, in sospeso. Io lo tradussi su carta con quei tre puntini che volevano dire distanza, quasi disgusto direi, per un mondo lontano dal suo. Magari anche più aspro, fatto di scontri veri, ma sempre nel rispetto dell’avversario. Sempre nel rispetto del confronto in quell’aula del parlamento, della Camera che aveva presieduto con grande umiltà e fermezza. Ora mi rendo conto che in poche righe mi aveva raccontato i vent’anni che aspettano l’Italia.

Ecco, la finisco qui. Per questo, per questo profondo amore per le istituzioni che sentii fortissimo in quell’uomo, oggi vedere la sua faccia accostata a una posizione contingente mi dà fastidio. Si potrebbe ricordare che lui, come Berlinguer, come la Iotti, erano comunisti, che Ingrao si battè come un leone contro lo scioglimento del Pci eccetera eccetera. Ma non è questo il tema. Le sue idee, la sua capacità di vedere il futuro, le sue posizioni politiche, non possono essere usate in una battaglia politica contingente. Per me quel manifestino è una ferita, così come lo sono le parole sprezzanti di quella dirigentina del Pd. Lasciamo in pace Ingrao e Berlinguer. Studiamoli, approfondiamo le loro idee e loro intuizioni, cerchiamo di onorare la loro memoria con il nostro agire. Ma lasciamoli in pace.

P.S.: quella intervista ce l’ho attaccata dietro la scrivania, in ufficio. E ogni tanto me la rileggo.

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