Il Def 2016 rinvia il pareggio di bilancio e non prevede politiche economiche espansive

Il Def 2016 rinvia il pareggio di bilancio e non prevede politiche economiche espansive

Il Documento di economia e finanza (Def), con il Programma di stabilità (Ps), il Piano nazionale di riforma (Pnr) e tutti gli altri documenti tecnici allegati, rappresenta il principale strumento di programmazione della politica economica del governo. Come da protocollo europeo, il Def 2016 è stato inviato il 9 aprile al Parlamento e, dopo le rituali audizioni con le parti sociali delle Commissioni Bilancio di Camera e Senato, il 27 aprile è stato approvato, con relative risoluzioni, nei due rami del Parlamento, senza alcuna particolare osservazione o integrazione.

Eppure, come ha espresso la Cgil anche in audizione, l’Italia non è ripartita, ma la politica economica del governo è sempre la stessa. In breve, nel Def 2016 si conferma una strategia economica di graduale consolidamento delle finanze pubbliche, che si limita a rallentare l’austerità predefinita dall’agenda Monti, rinviando di un anno il pareggio di bilancio, ma senza prevedere alcuna politica espansiva e, addirittura, senza nemmeno utilizzare tutti i margini possibili entro il famigerato tetto del 3% di deficit/Pil stabilito dai Trattati europei.

Nonostante l’elevata disoccupazione, soprattutto giovanile, la deflazione e il peggioramento del contesto internazionale, il governo sceglie di non aumentare gli investimenti pubblici (come proposto dal Piano del lavoro della Cgil). Anzi, si continua per il terzo anno a programmare tagli di spesa e privatizzazioni, immaginando solo nuove riduzioni inique e generalizzate delle tasse, prevalentemente a vantaggio delle imprese, peraltro senza neanche una vera lotta all’evasione e all’elusione fiscale.

In questo contesto, le previsioni di crescita del Pil realizzate dal ministro dell’Economia e delle Finanze – su cui si dovrebbe reggere tutta la finanza pubblica –, che scommettono tutto su consumi e investimenti privati, appaiono, ancora una volta, troppo ottimistiche. Ma di tali, e di altre, osservazioni non vi è traccia nelle risoluzioni parlamentari sul Def 2016, che sostanzialmente condividono la politica economica del governo e si limitano a poche indicazioni tecniche (coperture per elementi di flessibilità del sistema previdenziale, sollecitazione ad accelerare la riforma del catasto, proroga dell’esonero contributivo per le nuove assunzioni nel Mezzogiorno, rafforzamento del sistema bancario).

Ma non solo. Nel quadro macroeconomico programmatico del Def 2016 sono anche previsti due obiettivi contro il lavoro: il mantenimento del tasso di disoccupazione sopra il 10% fino al 2018 e la scientifica riduzione dei salari reali e della quota di reddito nazionale da redistribuire al lavoro dipendente. Nonostante la presenza di molti ex sindacalisti nell’emiciclo, non risulta alcuna osservazione in merito. Il governo non ha previsto alcun sostegno generalizzato ai rinnovi dei contratti nazionali, in particolare dei lavoratori pubblici e dei metalmeccanici (altri ministri del Lavoro avrebbero già convocato le parti sociali interessate).

Come se ciò non bastasse, nel Pnr sono annunciati interventi sulla contrattazione collettiva con l’obiettivo principale di indebolire i ccnl, sebbene il 14 gennaio 2016 Cgil, Cisl e Uil abbiano formalizzato una proposta unitaria per “Un moderno sistema di relazioni industriali”, con compiti definiti per i diversi livelli di contrattazione, con l’obiettivo di aumentare la crescita, gli investimenti e l’occupazione, oltre che recuperare e redistribuire produttività. Allo stesso modo, in audizione, le tre organizzazioni sindacali hanno espresso – sempre unitariamente – la loro contrarietà a qualsiasi intervento legislativo che alteri l’equilibrio della struttura delle relazioni industriali nel nostro Paese.

Almeno il Parlamento dovrebbe rappresentare l’orientamento del Paese, di tutti gli italiani, di tutta l’economia e di tutta la società. La sensazione di svuotamento delle istituzioni si diffonde in direzione uguale e contraria alla volontà del governo di accentrare le decisioni e contenere la discussione pubblica, a scapito dell’interesse generale. Alla crisi economica dovrebbe corrispondere una maggiore deliberazione democratica e una migliore elaborazione politica. Non il contrario.

Riccardo Sanna è responsabile area politiche dello sviluppo Cgil nazionale

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