G7 in Giappone. Vertice inconcludente con Putin convitato di pietra e Merkel vera regina

G7 in Giappone. Vertice inconcludente con Putin convitato di pietra e Merkel vera regina

La risposta all’inconcludente vertice del G7 in Giappone, l’ha comunicata venerdì da Mosca il primo ministro russo Dmitri Medvedev: “ho dato ordine di preparare delle proposte in vista di un prolungamento delle misure di controsanzioni non per un anno solo, ma fino al 2017”. Lo ha comunicato nel corso di un incontro con gli industriali russi. L’asimmetria delle contro sanzioni russe consentirà al sistema produttivo russo di trarre beneficio “da un orizzonte più ampio per pianificare gli investimenti, come essi a più riprese hanno richiesto”.

Sanzioni e controsanzioni: perdite e rischi prodotti dalla “questione russa”

Di fronte alle sanzioni internazionali e soprattutto della UE disposte all’indomani dell’annessione della Crimea e nel corso del conflitto armato in Ucraina, la Russia aveva replicato imponendo un embargo sulla frutta, sui legumi, sui prodotti caseari, su alimentari e bevande di provenienza da Stati Uniti, Europa, Australia, Canada e Norvegia. Queste decisioni hanno provocato un crollo gigantesco delle importazioni alimentari russe: nel 2013, il mercato ortofrutticolo russo di importazione aveva un fatturato pari a 9 miliardi di dollari, nel 2015 di appena 143 milioni. Certo, si è ancora lontani dai 90 miliardi di dollari di perdite internazionali pronosticati da Medvedev nel dicembre del 2015, ma se l’embargo dovesse essere allargato ad altri prodotti manifatturieri, ad esempio, e se dovesse andare oltre il 2017, si potrebbero raggiungere perdite con molti zeri. Soprattutto per queste ragioni economiche, Putin sembrava davvero il convitato di pietra al vertice giapponese dei G7, anche per effetto dell’impegno militare diretto in Medio Oriente, e in particolare in Siria, a sostegno del regime di Assad. La questione russa ha sollevato uno scontro diplomatico ad alta tensione tra Berlino e Washington, tra la Merkel e Obama. Merkel ha detto a Obama che le sanzioni contro Mosca pesano soprattutto sull’economia dei grandi paesi europei: la Germania ha perso quasi tre miliardi di euro, mentre gli scambi francesi con Mosca si sono ridotti ad appena 23 milioni di euro, e la Norvegia ha ridotto le esportazioni con la Russia da 1,1 miliardi di euro ad appena 9,7 milioni di euro in soli due anni. Inoltre, ha spiegato Merkel ad Obama, l’Europa è in prima linea per convincere Putin ad accettare un percorso di pacificazione con l’Ucraina, e vorrebbe fare altrettanto per convincerlo a deporre Assad, e a riconsegnare la Siria alla democrazia e al pluralismo, politico e religioso. Ma se lo si tratta come il nemico numero uno da abbattere, allora la situazione diplomatica si complica, con danni economici e politici, come si è visto, rilevanti soprattutto per l’Europa. Infine, la cancelliera tedesca ha sottolineato al vertice dei G7 che in giugno la UE dovrà pronunciarsi sull’applicazione integrale degli accordi di Minsk siglati nel febbraio del 2015. “Secondo me è troppo presto per dare semaforo verde”, ha insistito la Merkel, proprio per l’ambiguità della politica estera europea e internazionale nei confronti della Russia di Putin.

La confusione diplomatica con Mosca si inserisce in quadro economico internazionale desolante

La confusione diplomatica con la Russia si inserisce in un quadro economico internazionale desolante, nel quale, come sostengono i leader dei G7 “la crescita mondiale resta moderata e al di sotto del suo potenziale, a tal punto che persistono rischi di crescita debole”. È per questo che invitano ad usare tutti “gli strumenti di politica economica – monetaria, finanziaria e strutturale – sia sul piano dei singoli stati che collettivamente”. Ciò significa impegnarsi ad evitare la svalutazione competitiva delle diverse divise, puntando sul controllo dei movimenti dei cambi. È il frutto di un compromesso tra il Giappone, che ha minacciato di intervenire sul tasso di cambio per impedire un brusco apprezzamento dello yen, e gli Stati Uniti, che si sono opposti per principio a qualunque intervento sui mercati dei cambi. Ancora una volta l’Europa ha assistito impotente a decisioni prese in altre cancellerie e sbattute sul tavolo negoziale. Perché?

Giappone e Usa trovano un compromesso sul mercato dei cambi, e l’Europa è in difficoltà. Angela Merkel regina della strategia politica europea

Perché incombono due fattori di disunione fortissimi: uno è l’appuntamento con il referendum britannico sulla permanenza nell’Unione europea, e l’altro è la crisi dei migranti. In entrambi i casi, l’impotenza della UE a trovare soluzioni comuni è stata evidente. Sempre Angela Merkel, a testimonianza di un ruolo ormai da protagonista politico e diplomatico, e non solo economico, della Germania nell’ambito dei vertici internazionali (data anche la latitanza della Commissione europea, e purtroppo dell’Alto Rappresentante della sua Politica estera, Federica Mogherina, vera e propria desaparecido dalle decisioni che contano), ha fatto sentire la sua voce: “Non è un problema. Anzi, tutti coloro che erano seduti attorno al tavolo hanno auspicato che il Regno Unito resti nella Ue”, ed ha aggiunto che comunque “la decisione è nelle mani degli elettori britannici”. Sembra, d’un tratto, che nella politica estera del governo di Grande coalizione tedesco stia facendosi strada il convincimento che forse Brexit da un lato e Grexit (l’uscita della Grecia dalla UE) dall’altra potrebbero dare all’Europa quella scossa elettrica di cui ha bisogno per riprogettarsi. Naturalmente, secondo lo schema di gioco tedesco, a partire dal sogno di Schaueble di un’Europa a doppia velocità, quella teutonica e quella mediterranea.

Sui migranti, non a caso, i G7 si sono limitati a sostenere, abbastanza banalmente, che “i movimenti su larga scala di migranti e rifugiati rappresentano una sfida mondiale che necessitano risposte mondiali”. Ma a dare sostanza a questa banalità, ci ha pensato ancora una volta Angela Merkel, la quale ha ricordato ai suoi colleghi che nel 2015, i migranti richiedenti asilo in Europa sono stati 1,3 milioni, ma di questi 800mila si sono rivolti a Berlino. Provocatoriamente ha chiesto: “di quale risposta mondiale si parla se non riusciamo a mettere attorno a un tavolo cinque o sei paesi europei che sono indisponibili all’accoglienza di un centinaio di profughi?”.

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