Caso Regeni. Partita delegazione italiana per il Cairo. I tabulati e la rivelazione di Avvenire sulla vendita di armi italiane all’Egitto

Caso Regeni. Partita delegazione italiana per il Cairo. I tabulati e la rivelazione di Avvenire sulla vendita di armi italiane all’Egitto

È partita oggi per il Cairo la delegazione degli investigatori italiani che ha in programma per domani un incontro con gli inquirenti egiziani che si occupano del caso Regeni. Questo vertice avviene a un mese esatto di distanza da quello che si svolse il 7 e l’8 aprile a Roma e che si risolse in un completo fallimento, per la mancanza di collaborazione da parte dei magistrati e delle forze di sicurezza del Cairo. Quell’incontro doveva rappresentare l’occasione per avere finalmente da parte degli egiziani la documentazione richiesta (e promessa) per far luce sul sequestro e la tragica fine del ricercatore friulano. Invece, la documentazione prodotta risultò carente, soprattutto per la parte video e quella relativa al traffico dei telefonini, mentre continuava a ingombrare il tavolo la fastidiosa favola della banda di sequestratori che, dopo aver rapito, torturato e ucciso il giovane italiano (versione ufficiale, contraddetta da molte testimonianze), era stata completamente sterminata in un conflitto a fuoco con la polizia.

È passato un mese, durante il quale, Al-Sisi, avendo ormai deciso di coprire le responsabilità politiche del crimine, ha ribadito la completa estraneità del governo e vantato le libertà democratiche dell’Egitto. Nulla di strano: è lo stesso esercizio declamatorio che sta svolgendo Erdogan all’Ankara. Ma qualcosa l’azione diplomatica e la pressione di alcuni importanti media (come il New York Times) hanno prodotto, se è vero che il vertice di domani è stato espressamente richiesto e convocato dal procuratore capo del Cairo, Ahmhed Sabil Nadeq. L’Italia, come aveva preannunciato il procuratore di Roma Giuseppe Pignatone, ha regolarmente inoltrato il 14 aprile scorso una nuova rogatoria internazionale per acquisire la documentazione che era stata negata nell’incontro di Roma. Questa rogatoria ha prodotto qualche effetto sostanzioso oppure dovremo una volta di più registrare la “scarsa collaborazione” degli egiziani che il pur prudente ministro degli Esteri Gentiloni ha denunciato una settimana fa?

Un po’ di materiale nei giorni scorsi dal Cairo è arrivato: 5 dei 13 tabulati telefonici richiesti dalla rogatoria. Fra questi, di un certo rilievo potrebbe risultare quello di Mohammed Abdallah, il capo del sindacato degli ambulanti del Cairo, con il quale Giulio Regeni era in contatto e col quale aveva anche partecipato a un’assemblea durante la quale era stato fotografato da persona di cui poi si erano smarrite le tracce. Questi tabulati sono stati oggetto di attenta analisi da parte di funzionari del Ros (carabinieri) e dello SCO (servizio centrale operativo della polizia), quegli stessi che sono partiti oggi alla volta del Cairo per il vertice con gli inquirenti egiziani. Di questi tabulati, degli altri otto che mancano, dei verbali di tutte le persone interrogate, nonché dei dati relativi alle celle telefoniche dei quartieri dove viveva Giulio (dati che la magistratura egiziana ha sin qui negato per la tutela della “privacy”) si parlerà domani.

Che l’incontro possa costituire una svolta significativa delle indagini e soprattutto rappresentare un atteggiamento finalmente collaborativo, è poco probabile. Al-Sisi ha interesse a fare melina a lungo, non ignorando, almeno apparentemente, le pressioni diplomatiche, ma non potendo neppure scaricare l’apparato dei servizi segreti che ha sinora completamente coonestato. Del resto, l’Egitto ha potuto per ora registrare che, parallelamente alle pressioni diplomatiche, non ha preso corpo alcuna iniziativa “ritorsiva” sul piano economico e commerciale. Che è l’unico terreno sul quale Al-Sisi sa di essere vulnerabile. Londra ha espresso censure verbali, Parigi ha chiesto la verità, ma nel momento stesso in cui Hollande vergava accordi miliardari.

Insomma, sul fronte economico Al-Sisi non ravvisa minacce. Al contrario. In un servizio dedicato all’esportazione di armi, oggi l’Avvenire rivela che in un anno, dal 2014 al 2015, questo comparto ha triplicato il suo volume, passando da 2,9 a 8,2 miliardi di euro, grazie anche alla disposizione governativa che per la prima volta “non ha emesso dinieghi all’export”. Armi in tutte le direzioni, compreso l’Egitto, le cui forze speciali sono state recentemente rifornite di 3.600 fucili e 3.000 pistole di produzione italiana. Una minaccia concreta potrebbe essere la chiusura della valvola turistica. Il senatore Manconi nei giorni scorsi ha lanciato un appello a dichiarare l’Egitto paese non sicuro e invitato i ragazzi a disertarlo come meta turistica. Ma per ora non è successo nulla. Del resto, se la chiusura avvenisse solo da parte italiana e non fosse condivisa quanto meno dagli altri paesi della UE, non avrebbe alcun effetto pratico.

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