“48 ore per l’informazione”. Ma il giornalista è libero? Quando De Bortoli annuncia che voterà no al referendum costituzionale afferma il diritto alla libertà dell’informare

“48 ore per l’informazione”. Ma il giornalista è libero? Quando De Bortoli annuncia che voterà no al referendum costituzionale afferma il diritto alla libertà dell’informare

La dichiarazione di Ferrucio De Bortoli rilasciata qualche giorno fa a “Otto e mezzo” rispondendo ad una precisa domanda con la quale affermava che voterà no al referendum sulle riforme costituzionali è passata quasi sotto silenzio. Un silenzio che ci azzardiamo a definire complice da parte degli scriba che non vogliono creare problemi a Renzi e alla Maria Elena Boschi che era in trasmissione insieme a lui subito pronta a decantare le doti della “deforma” come la definiscono tanti costituzionalisti. L’ex direttore del Corriere della Sera e de il Sole 24 ore ha posto un problema molto importante che riguarda la libertà del giornalista e, di conseguenza, la libertà dell’informazione e il diritto dei cittadini ad essere informati. Problemi  di cui proprio in questi giorni si discute in tutto il mondo e in particolare in Italia con le “48 ore per l’informazione” nel quadro delle giornate mondiali per la libertà di stampa. Con questo articolo intendiamo dare un contributo al dibattito che dovrà continuare.

Discutiamo i contenuti del referendum costituzionale. L’Italicum, un quadro negativo

De Bortoli nel pronunciarsi per il no ha sottolineato la necessità di aprire la discussione sui contenuti del referendum e di non ridurlo come una prova “pro” o “contro” Matteo Renzi. Poi su facebook ha scritto: “Durante la trasmissione di ieri sera, ‘Otto e mezzo’, Lilli Gruber mi ha chiesto come voterò al prossimo referendum sulla riforma che porta il nome del ministro Maria Elena Boschi, presente in studio. Voterò no, anche se riconosco che l’impianto della riforma contiene alcuni passaggi importanti e necessari: la semplificazione del quadro istituzionale, il ritorno di alcuni poteri delle Regioni allo Stato, un iter preferenziale per le leggi dell’esecutivo, giustamente rafforzato nell’Italia dei troppi veti e contropoteri. Ma il bicameralismo è tutt’altro che superato. Il nuovo Senato dovrebbe essere l’organo delle autonomie, temo sarà una ridotta, di modesto livello, delle Regioni e dei Comuni. La legge elettorale, l’Italicum, completa il quadro, in negativo. Gli eletti sono scelti dai capi partito, poco dagli elettori. Se il voto conta meno (e ci si astiene sempre di più, com’è avvenuto, con incoraggiamento autorevole, all’ultimo referendum) il distacco fra cittadini e istituzioni rischia di diventare incolmabile. Il tramonto di una democrazia rappresentativa è il terreno più fertile per populismi e nazionalismi”.

Lo stato delle nostra comunicazione. Il  ruolo del giornalista, l’opinione pubblica

Proprio in questi giorni si sono rivolti a noi alcuni studenti che preparano tesi di laurea sul giornalismo. Sono rimasti colpiti dal fatto che  un giornalista diciamo “non schierato”, nel senso di scrivere su giornali di partito o collaterali o mascherati, si pronunci in modo così netto nel corso di un dibattito televisivo. Noi lo abbiamo ritenuto  un fatto positivo. Lo sarebbe stato anche nel caso in cui il giornalista  avesse risposto, argomentandolo, un sì. Ovviamente siccome sul “no” la pensiamo come lui, ci ha fatto piacere. Ma soprattutto ci ha dato modo di rispondere ai nostri lettori studenti e, se possibile, di aprire un dibattito sullo stato della nostra comunicazione, sul ruolo del giornalista, sulla sua libertà e su quanto oggi il suo ruolo sia sempre più determinante per  il formarsi di quella che si chiama l’opinione pubblica, in un paese in cui la crisi della politica affida sempre più ai media, vecchi e nuovi, televisione e radio ancora al primo posto. Intanto diciamo che ci fa piacere che  si rivolgono a noi studenti  che preparano tesi di laurea sul giornalismo. Ci fa piacere perché pensiamo che la “pratica” giornalistica, certo non valga quanto un corso di laurea o le lezioni che vengono impartite nelle aule universitarie, possa dare un contributo ai futuri giornalisti se riusciranno a trovare una collocazione e glielo auguriamo.

Lo sviluppo dei nuovi media cambia radicalmente la professione giornalistica

In particolare lo sviluppo prepotente dei quotidiani on line cambia radicalmente la professione giornalistica. Non scrivi più per il lettore del giorno dopo ma per quello che ti legge a poca distanza dall’avvenimento. Poi, nel caso in cui il giornale abbia anche l’edizione cartacea, ci saranno altri giornalisti che svilupperanno il discorso.  Lo completeranno. Il rischio è che  il quotidiano on line si trasformi in agenzia. Un insieme di notizie che, prese in sé, non ti danno una informazione completa. Non è vero che più notizie producono maggiore conoscenza. Ancora: il prolificare di talk show televisivi  aumenta la confusione, pochi sussurri e tante grida non producono conoscenza. La domanda che ci viene rivolta: qual è il ruolo del giornalista, ha diritto, forse un dovere, di esprimere la propria opinione, far sapere come la pensa senza nascondersi dietro un vecchio detto che si chiama “oggettività dell’informazione”. Che non esiste. È questa una domanda che ci viene rivolta da chi studia questa materia, da giovani che preparano tesi di laurea. Noi pensiamo che un giornalista abbia il dovere di raccontare i fatti in modo che il lettore o chi ti ascolta  possa farsi una sua opinione. E che il giornalista si faccia riconoscere, dicendo la sua. C’è un problema, l’editore. Non nascondiamoci dietro un dito. I media hanno una linea editoriale, tu lettore lo sai e ti orienti.

Nel panorama mondiale dell’informazione siamo agli ultimi posti

Ma questo, ci ha chiesto una studentessa, se si tratta di servizio pubblico, per esempio la Rai o anche altre televisioni che promuovono dibattiti, l’ascoltatore ha o no diritto a sapere come la pensa chi conduce questa o quella trasmissione? E il giornalista non può mascherarsi dietro il “non spetta a me dire come la penso, io conduco solo il dibattito”. Una bugia grande come una casa perché da come conduci si capisce come la pensi. Per esempio, Bruno Vespa non potrà mai essere scambiato per un pericoloso rivoluzionario. Sappiamo che tratta di argomenti poco “potabili” in un panorama giornalistico quale quello italiano che affonda sempre più, che non racconta e commenta fatti, ma vive di retroscena che cambiano colore a seconda dell’editore.  E se l’editore cambia linea lo scriba lo segue. Non c’è bisogno di citare grandi giornali, che sempre più si sono avvicinati al renzismo rampante, utilizzando la moderne veline passate da Palazzo Chigi. Non è un caso che nel panorama mondiale che riguarda la libertà dell’informazione siamo agli ultimi posti.

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