Uno strano 25 aprile, stigmatizzato dal presidente Anpi Smuraglia: “Questo Stato non è compiutamente antifascista”

Uno strano 25 aprile, stigmatizzato dal presidente Anpi Smuraglia: “Questo Stato non è compiutamente antifascista”

Questo Stato “ancora non può dirsi compiutamente anti fascista”: il presidente nazionale dell’Anpi, Carlo Smuraglia, lo ha ripetuto dal palco di piazza Duomo a Milano durante le celebrazioni del 25 aprile. “Se così fosse avremmo meno simboli fascisti nelle strade e nelle piazze – ha aggiunto – invece spesso si è inerti e come scusa si dice che non ci sono le leggi. Ma ci sono e non vengono applicate”. Questo Stato deve diventare antifascista come recita “la Costituzione”, ha ricordato Smuraglia che ha poi sottolineato come oggi “invece di cambiarla bisognerebbe applicarla”. Infine un appello per il voto: “andate a votare, alle comunali e al referendum costituzionale – ha concluso – partecipate, non state ad aspettare che la Liberazione la facciano gli altri”. Carlo Smuraglia ha voluto ricordare in particolare Giulio Regeni chiedendo “verità e giustizia” per il giovane  ricercatore ucciso in Egitto. “Dobbiamo ricordare in primo luogo nostri caduti” per la Liberazione – ha detto – ma anche tutti quelli che cadono nel mondo per poteri ingiustificabili”. Quindi, ha spiegato “anche i morti del Mediterraneo che cadono sulle frontiere cercando di fuggire da fame e repressioni” e, oltre a loro Giulio Regeni. “È morto torturato e seviziato in una città straniera e noi vorremmo almeno verità e giustizia – ha detto Smuraglia – e che si fosse più forti nell’insistere” perché bisogna dire “basta alle ragioni del mercato”, ma “esistono cose più importanti, come la fratellanza”.

Le parole di Smuraglia interpretano bene gli strani eventi del 25 aprile 2016

Le parole del presidente dell’Associazione partigiani d’Italia, Carlo Smuraglia, hanno interpretato bene questo stranissimo 25 aprile 2016, festa della Liberazione dal nazifascismo, ad opera dei partigiani e degli Alleati. Un po’ ovunque le celebrazioni sono state caratterizzate da episodi allarmanti. E bene ha fatto Smuraglia a ricordare che l’antifascismo, fondamento della Costituzione, non può mai essere dato per scontato. Perché altrimenti emerge, da un lato, una sorta di damnatio memoriae, la cancellazione della memoria storica della Resistenza, e dall’altro, un rigurgito neofascista pericolosissimo. Le parole di Smuraglia sono pietre, quando sostiene che “questo Stato non può dirsi compiutamente antifascista”. Anche lui, forse, ha visto l’arretramento di tanti comuni italiani nell’impegno antifascista del 25 aprile. Valga un esempio su tutti: a Reggio Emilia, città del tricolore e plurimedagliata al valor militare per le centinaia di partigiani uccisi dai plotoni di esecuzione nazifascisti, nella grande piazza dove ha avuto luogo la manifestazione col presidente del Senato, Pietro Grasso, non un solo striscione, o manifesto, o citazione esposta per ricordare il senso della festa. Per 70 anni, questa città partigiana ha ricordato i suoi morti mettendo agli angoli di ogni strada manifestini e striscioni con su scritto “Viva la Liberazione”. Nella ricorrenza del 71esimo, nessun segno visibile e pubblico. Molti altri comuni non l’hanno neppure indetta una manifestazione, lasciando ai cittadini indignati l’organizzazione volontaria di un picchetto, di una piccola celebrazione. E neppure è un caso che sul Web circolino video reportage in cui si intervistano giovani e adulti sulla festa del 25 aprile: davvero pochi hanno risposto con consapevolezza. E nel cimitero monumentale di Milano si è concesso a squadre nazifasciste di celebrare i morti di Salò inneggiando al duce e al fuhrer, una vergogna. Smuraglia ha davvero ragione: “questo Stato” ha bisogno di un risveglio antifascista.

Mattarella a Varallo Sesia: “è sempre tempo di Resistenza”

Da parte sua, il Presidente della Repubblica, Mattarella, volato a Varallo Sesia, medaglia d’oro della Resistenza, ha detto che “è sempre tempo di Resistenza”, spiegando che “guerre e violenze crudeli si manifestano ai confini d’Europa, nel Mediterraneo, in Medio Oriente. E ovunque sia tempo di martirio, di tirannia, di tragedie umanitarie che accompagnano i conflitti, vanno affermati i valori della Resistenza”. “Su questi monti, in queste valli, con il sacrificio del sangue è stata scritta la parola libertà”, ha aggiunto. “È sul 25 aprile, su questa data – ha aggiunto – che si fonda, anzitutto, la nostra Repubblica. È nel percorso, arduo ed esigente, che va dall’8 settembre 1943 alla Liberazione che troviamo le ragioni della ripresa d’Italia”. “La democrazia – ha sottolineato – è proprio questo: essere protagonisti, insieme agli altri, del nostro domani”. Mattarella si è rivolto ai giovani, in particolare, nel suo discorso spiegando che le storie della Resistenza “ci interpellano ancora oggi. Ci dicono che è possibile dire no alla sopraffazione, alla violenza della guerra e del conflitto. Ci dicono che è possibile dire no all’apatia, al cinismo, alla paura. Ci dicono che esistono grandi ideali e sogni da realizzare per cui vale la pena battersi e che vi sono buone cause da far trionfare”.

Pietro Grasso, presidente del Senato, alla Casa-Museo Cervi

La seconda carica dello Stato, il presidente del Senato Grasso, dopo la mattinata a Reggio Emilia, ha voluto essere alla Casa-Museo dei fratelli Cervi, a Gattatico. “La vicenda della famiglia Cervi è un pezzo fondamentale di quel grande mosaico che fu la Resistenza italiana, e ci ricorda come la Liberazione fu possibile proprio perché uomini e donne di diversa estrazione, con profonde divergenze culturali, politiche e religiose scelsero di essere parte di un più ampio progetto di riscatto sociale e morale, il fondamento della nostra democrazia, della nostra Repubblica e della nostra Costituzione è lì, in quel comune sentire, in quella spinta ideale”.

La grande manifestazione di Milano funestata dalla idiozia di pochi antagonisti contro la Brigata Ebraica

Sono andati al sindaco di Lampedusa, Giusi Nicolini, al sindaco Giuliano Pisapia e al presidente dell’Anpi, Carlo Smuraglia, gli applausi più scroscianti rivolti al palco di piazza Duomo dagli oltre 20 mila milanesi riuniti per celebrare il 25 aprile. Al culmine di una giornata che aveva come tema l’emergenza migranti, Nicolini ha fatto battere le mani per ben 25 secondi, ricordando – tra l’altro – che “la vogliamo noi questa invasione” e che il problema dell’Europa è l’Europa stessa. Mentre Pisapia si è dovuto interrompere promettendo che il suo ultimo 25 aprile in fascia tricolore non avrebbe posto fine al suo essere con i milanesi e in mezzo ai milanesi, nel giorno della Liberazione. Le dichiarazioni, da parte dei protagonisti di questa fase politica milanese e non solo si erano comunque susseguite lungo tutto il corteo, che si è snodato da corso Venezia fino alla piazza della cattedrale, con un momento di tensione nel passaggio per piazza San Babila, dove un gruppo di antagonisti pro Palestina ha fischiato e urlato “vergogna” al passaggio della Brigata Ebraica, accusando anche il Pd di essere complice dei “fascisti e assassini sionisti”. Una contestazione alla quale hanno risposto il segretario del PD metropolitano, Piero Bussolati, e l’assessore al Welfare milanese, Pierfrancesco Majorino, intonando ‘Bella ciao’.

Camusso e Furlan sul palco di Milano: “evitare che la memoria venga cancellata”

Nel corteo, e poi sul palco, anche le segretarie generali di Cgil e Cisl. Da Susanna Camusso è arrivato l’invito a “far sì che questa memoria non venga cancellata, revisionata e neanche strumentalizzata ad altri fini”. Anna Maria Furlan ha invece aspettato il proprio intervento di fronte alla piazza per ricordare il ruolo sociale del lavoro e il ruolo delle donne nella Resistenza, auspicando che “il lavoro sia al centro delle scelte di governo in Italia e in Europa”. Intervento che ha preceduto quello di Gaetano Silvestri, presidente emerito della Corte Costituzionale che, dopo una settimana caratterizzata da scambi polemici tra il mondo della politica e la magistratura, ha segnalato che “la ricostruzione della vita pubblica” deve essere portata avanti “senza accomunare in un unico devastante giudizio corrotti e onesti”.

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