Senato. Ennesima fiducia per il governo. Assenti 30 senatori dell’opposizione. Affondo di Renzi contro i giudici, a difesa di Verdini

Senato. Ennesima fiducia per il governo. Assenti 30 senatori dell’opposizione. Affondo di Renzi contro i giudici, a difesa di Verdini

Il governo ha incassato l’ennesima fiducia al Senato anche grazie anche ai voti ormai scontati dei verdiniani. Spiace doverlo sottolineare ogni volta, ma quello delle mozioni di sfiducia si rivela, almeno a palazzo Madama, un rito stanco, senza sorprese, e soprattutto con numeri ormai certi. E un’ottima occasione per Renzi e i suoi di fare degli show di vuota demagogia. E come dimostrano i 183 no alla mozione dei 5 stelle e i 180 a quella del centrodestra. Nell’assenza, come sottolinea il sottosegretario Luciano Pizzetti, di “almeno 30 esponenti” delle forze ostili alla maggioranza. E con i 5 stelle che domani si recheranno al Colle da Mattarella per ribadire un concetto ben preciso: a Palazzo Madama con l’ingresso di Ala la maggioranza ha ormai un nuovo assetto.

La replica di Renzi alle accuse delle opposizioni che hanno puntato il dito contro di lui e il suo esecutivo sia per l’inchiesta di Tempa Rossa in Basilicata, sia per la fallimentare attività di governo nel suo complesso, in fondo è stata stanca, priva dei soliti accenti nervosi e rabbiosi contro i nemici, veri o presunti, degli ultimi giorni, e senza particolari affondi se non quello che il premier riserva contro la “barbarie giustizialista” e contro “i giustizialisti a senso unico”. Parole che sono piaciute oltremodo ai renziani, ma soprattutto ai berluscones, e indovinate a chi altri? A quel Verdini rinviato a giudizio per la sesta volta per bancarotta fraudolenta, ed oggi approdato al governo, senza alcuna formalizzazione politica o istituzionale. Più che a Federica Guidi, o al sottosegretario De Filippo, finiti in modo diverso, nelle maglie dell’inchiesta lucana, soprattutto grazie alle intercettazioni, Renzi pensava senza dubbio ai nuovi guai giudiziari di Verdini, colonna portante delle scelte di Palazzo Chigi, ed ora alleato fedele, non foss’altro che per una necessaria copertura contro ogni ipotesi “giustizialista”.

L’affondo “garantista” gli è valso infatti un applauso bipartisan arrivato, particolarmente caloroso, dai banchi di Forza Italia. Anche le proteste dei senatori 5 Stelle non sono state quasi mai sopra le righe limitandosi ad un commento ad alta voce dai banchi alle affermazioni del premier. Soprattutto quelle sulla giustizia, appunto. È stato infatti questo il tema su cui hanno insistito di più premier e gruppo Pd, in particolare con il capogruppo Zanda. Simbolica è stata perfino la scelta di affidare al senatore Salvatore Margiotta, lucano, rinviato a giudizio e assolto per uno scandalo “petrolifero”, il compito di fare la dichiarazione di voto per i Democratici. Il parlamentare, infatti, è ormai considerato da Renzi una sorta di “simbolo”: prima condannato per corruzione e turbativa d’asta proprio per un’inchiesta sul petrolio in Basilicata, si  autosospende dal partito. E viene scagionato da ogni accusa grazie ad una sentenza della Corte di Cassazione che annulla senza rinvio la condanna di secondo grado.

Applaudito più di 20 volte dai senatori Dem, Renzi ha sottolineato con la solita verve demagogica che nei confronti del governo, nell’inchiesta su “Tempa Rossa”, non è mai stata formulata alcuna ipotesi di corruzione e ha perfino annunciato ai 5 Stelle che presto verranno querelati “per aver diffamato” il partito. Arrivano proteste, ma nessuna bagarre. Forte brusio, invece, quando Renzi ha spacconato ancora una volta contro “i talk show, i media e i social che non sono l’Italia”. Come se egli no ne avesse mai fatto largo uso. In fondo, le veline di Palazzo Chigi, cos’altro sono?

Concluso il suo intervento, il premier ha abbandonato l’emiciclo di Palazzo Madama, non prima di aver salutato alcuni dei suoi ministri e parlamentari e soprattutto Denis Verdini seduto sul suo scranno, in alto a destra, accanto al capogruppo di Ala, Lucio Barani. Verso il senatore fiorentino Renzi ha puntato l’indice sorridendo uscendo dall’aula, e gridando qualche frase accolta da Verdini con simpatia. All’opposizione non è resta altro che lamentarsi e stigmatizzare in ogni dichiarazione di voto dell’assenza del capo del governo definito, nell’ordine, “il signor presidente del Consiglio che non c’è”, “il fantasmino” e il “Marchese del Grillo” dal quale Forza Italia, come sottolinea con un certo impeto Maurizio Gasparri, “non prende lezioncine di alcun tipo”, soprattutto “sul garantismo”. Perché la “riforma delle intercettazioni” invocata anche dall’ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano incrociato dai cronisti nel Salone Garibaldi, “andava fatta tanti anni fa…”.

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