Renzi in “tour” nel Sud taglia nastri in stile democristiano. Firma patti fasulli, solo annunci. E viene contestato

Renzi in “tour” nel Sud taglia nastri in stile democristiano. Firma patti fasulli, solo annunci. E viene contestato

Come negli anni Cinquanta. Renzi assomiglia ad Amintore Fanfani. Toscani ambedue, l’uno di Rignano,  l’altro, un grande della politica. Più volte presidente del Consiglio, come ministro ha occupato quasi tutti i dicasteri, senatore a vita, segretario della Dc, nato a Pieve Santo Stefano, Arezzo, città con cui il nostro premier ha qualche rapporto. Chiediamo scusa a Fanfani, alla memoria, perché è morto ormai da molto tempo, per l’accostamento. Altra tempra, altra razza politica, studioso di problemi economici, di storia della politica. Sui suoi testi si sono cimentati generazioni di  studenti universitari fra cui la mia.

In “visita” a Reggio Calabria, Catania, Palermo

Allora perché le “visite” a Reggio Calabria, Catania e Palermo, un “tour” di un solo giorno, ma sufficiente a tenere banco, ora dopo ora, minuto dopo minuto, su telegiornali e giornali radio, ci hanno ricordato Amintore Fanfani? Elementare. Renzi Matteo non ha fatto altro che riprendere una “tradizione” democristiana. Certo, allora, mi riferisco agli inizi degli anni Cinquanta, capi di governo e ministri democristiani, non avevano a disposizione i media odierni, ma con la radio e la carta stampata si davano da fare. Fanfani era uno specialista in visite e tagli di nastri. Da ministro per l’agricoltura si era intestato la riforma agraria. Che riforma non era, ma qualcosa produsse nell’economia italiana. I contadini poveri, braccianti, mezzadri, coloni rivendicavano, anche durante il fascismo, la possibilità di diventare proprietari delle terre abbandonate dai ricchi proprietari. Nell’immediato dopoguerra, in particolare nel Mezzogiorno, la parola d’ordine “la terra ai contadini”, infiammò giornate di lotta, le terre venivano occupate. Contro di loro furono mobilitati mafia e banditi. A Portella della Ginestra la banda guidata da Giuliano fece una strage. Fu Fanfani ad abbozzare una specie di riforma.

La “riforma” agraria di Fanfani. I buoi spostati da una cerimonia all’altra. Erano sempre i soliti

Solo una piccola parte delle terre non coltivate passò nelle mani di chi le lavorava. Insieme nacquero la Cassa per il Mezzogiorno, gli enti di riforma agraria riempiti di esponenti della Democrazia cristiana. E Fanfani si recava spesso a far visita alle aziende, tagliava nastri, faceva comizi. I solerti democristiani gli mostravano i risultati della “sua” riforma, i buoi che riempivano le stalle. Si racconta che i buoi erano sempre gli stessi. Si trasportavano da una azienda all’altra e Fanfani poteva godere dei successi della “sua riforma”.

Ecco perché queste “visite” di Renzi ci hanno riportato a quegli anni.  Con una novità assoluta, i buoi non ci sono ma il giovanotto di Rignano viene atteso dai sindaci, renziani, con i quali firma un patto che farà risorgere di volta in volta questo o quel comune.

Il patto firmato con De Luca,  la regione Campania gli è andata di traverso

È partito con il patto firmato a Napoli con  il presidente della Regione Campania, De Luca. La festa gli è stata rovinata dal fatto che alcuni esponenti del suo partito sono incappati nelle maglie della giustizia, qualcuno, il presidente del Pd campano, indagato per concorso esterno in associazione mafiosa, altri arrestati per appalti, tangenti, e cosette simili. Ma lui imperterrito non si è fatto intimidire, ha iniziato un “tour” che non si sa quando finirà. È partito da Pisa dove si celebrava il trentennale dei collegamenti Internet. Anzi non è partito. La celebrazione nella sede del Consiglio nazionale delle Ricerche c’è stata ma lui non si è presentato. Centri sociali e altre organizzazioni pisane avevano annunciato una manifestazione contro la politica del governo da lui presieduto. La manifestazione c’è stata. La polizia è intervenuta pesantemente. Lui il nastro l’ha tagliato stando lontano. Non è la prima volta che diserta impegni in cui può rischiare di non essere osannato. Anzi. Ma già pregustava la “tre giorni” meridional-insulare. I “suoi” garantivano il successo mediatico, senza problemi e senza contestazioni. Ma non è andata così.

Anche i Bronzi di Riace, come i lavoratori che hanno protestato non  gradiscono le passerelle

A Reggio Calabria pare che anche i bronzi di Riace non abbiano gradito diventare propagandisti di Renzi Matteo. Così come non hanno gradito “passerelle” alcune centinaia di lavoratori  della piana di Gioia Tauro e dirigenti sindacali, Cgil, Fiom e Usb che chiedono al  governo azioni più incisive per il Sud: “La Calabria ha bisogno di fatti e non di patti”,  “Basta con la passerelle”. Renzi nel frattempo faceva il gigione inneggiando  alla promozione del Crotone, la “patria” dei Bronzi, tanto da  chiedere in dono il vessillo della neopromossa. Poi ci ha ripensato: “No grazie, la mia resta viola. Diffidate di chi  cambia squadra per prendere due voti”. Sibillino? Ma non troppo. Ha fatto dire al sindaco di Reggio Calabria, con il quale poi avrebbe firmato il “patto”, ai lavoratori “dopo vengo”. Ma non è mai arrivato. Era atteso a Catania dal sindaco Bianco, firma di un “patto” per finanziare una strada o qualcosa di simile. Sull’esito delle visite siciliane garantisce il sottosegretario Faraone. Ma anche in questa città c’è chi attende Renzi Matteo con bandiere  e striscioni non troppo edificanti per il giovanotto di Rignano, il quale si dice guardi torvo il suo sottosegretario.

“Renzi come Berlusconi. Tagli, promesse, sfruttamento”. “Guerra, guerra” dalla Norma di Bellini

Su uno degli striscioni è scritto: “Renzi come Berlusconi. Tagli, promesse, sfruttamento”. Un po’ scocciato firma il patto con il sindaco e poi via ad inaugurare il viadotto Palermo-Catania. La “cerimonia” comprende anche un passaggio in teatro dove coro e orchestra fanno risuonare le note di “guerra , guerra”, dalla Norma di Bellini cui il magnifico teatro è intestato. Rinfrancato da “guerra, guerra”, verso Palermo accompagnato da ministri e sottosegretari. Franceschini e Delrio, oltre ai sottosegretari Faraone e  Simona Vicari, hanno fatta da comparse nello sceneggiato renziano. Nel capoluogo dell’Isola lo attendono nel deposito dei tram di Brancaccio,  luogo ben diverso dal “Massimo” catanese, lo attendono il governatore Rosario Crocetta, il presidente dell’Assemblea Giovanni Ardizzone e il sindaco Leoluca Orlando. Con Renzi ci sono anche il ministro per i Beni culturali Dario Franceschini, i sottosegretari Davide Faraone e Simona Vicari.

Annuncio di un investimento: ben 180 milioni per Palermo. Poi, dice, si pensa al Ponte

Il premier deve inaugurare, se abbiamo ben capito dalle cronache dettate agli scriba, una campata,   riaprendo al traffico il viadotto Himera, sull’autostrada Palermo-Catania, risparmiata dalla frana che ha devastato invece quella parallela, attualmente in fase di ricostruzione. Dice Renzi al pubblico presente prima di firmare il patto: “Quella dell’ Himera non è, come hanno scritto, un’inaugurazione in pompa magna. Mi chiedono: ‘Che ci fa il premier alla riapertura di una carreggiata? Vogliamo lanciare un segnale: noi vogliamo puntare sulla manutenzione. Investiremo 180 milioni su questo”. Poi si ricorda che ha preso un impegno per il ponte di Messina. Prima il viadotto, poi provvederemo e fa la felicità di Angelino Alfano. Davvero i tagli dei nastri, le inaugurazioni di Amintore Fanfani erano altra cosa. Stile sempre democristiano, ma gli imitatori non raggiungono mai i maestri.

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