Papa Francesco vola tra profughi e migranti trattenuti a Lesbo. Richiama i valori di civiltà europea e condanna l’indifferenza. Migranti e gesuiti condannano l’accordo Ue-Turchia

Papa Francesco vola tra profughi e migranti trattenuti a Lesbo. Richiama i valori di civiltà europea e condanna l’indifferenza. Migranti e gesuiti condannano l’accordo Ue-Turchia

La visita di papa Francesco nell’isola greca di Lesbo, su invito del patriarca ortodosso Bartolomeo, è durata appena una manciata di ore, ma il suo impatto sul mondo è stato notevole. Ora non si può più far finta che il problema dei rifugiati e dei migranti non esista, non si può più pensare di risolvere il problema alzando i muri, non si può più credere che esista una diversa dignità umana, una costruita per gli occidentali, e un’altra per siriani, afghani, pakistani, nigeriani. Papa Francesco ha ribadito la condanna già espressa a Lampedusa tre anni fa quando parlò esplicitamente di “globalizzazione dell’indifferenza”. E questo sabato 16 aprile, rimarrà nella memoria degli europei, dei suoi leader, come una pietra miliare per riflettere sulla civiltà, sui valori della civiltà europea, e sulla perdita di identità europea. È curioso, un papa che viene dall’Argentina, dall’altro capo del mondo, ricorda all’Europa la sua vocazione di continente accogliente, nonostante, o forse proprio per questo, la lezione che proviene dalle tragedie del Novecento. Per questo, la preghiera che egli ha recitato sul mare ha avuto questo taglio: mai più dimenticheremo coloro che sono morti in fuga dalle guerre e dalla fame.

Il taglio “politico” della preghiera di papa Francesco

“Dio di misericordia”, inizia così la preghiera di papa Francesco, “Ti preghiamo per tutti gli uomini, le donne e i bambini, che sono morti dopo aver lasciato le loro terre in cerca di una vita migliore. Benché molte delle loro tombe non abbiano nome, da Te ognuno è conosciuto, amato e prediletto. Che mai siano da noi dimenticati, ma che possiamo onorare il loro sacrificio con le opere più che con le parole”. Per questo, prosegue la preghiera, “Ti affidiamo tutti coloro che hanno compiuto questo viaggio, sopportando paura, incertezza e umiliazione, al fine di raggiungere un luogo di sicurezza e di speranza. Come Tu non hai abbandonato il tuo Figlio quando fu condotto in un luogo sicuro da Maria e Giuseppe, così ora sii vicino a questi tuoi figli e figlie attraverso la nostra tenerezza e protezione. Fa’ che, prendendoci cura di loro, possiamo promuovere un mondo dove nessuno sia costretto a lasciare la propria casa e dove tutti possano vivere in libertà, dignità e pace”. Ed ecco la parte più “politica” della preghiera, se così possiamo dire: “Dio di misericordia e Padre di tutti, destaci dal sonno dell’indifferenza, apri i nostri occhi alle loro sofferenze e liberaci dall’insensibilità, frutto del benessere mondano e del ripiegamento su sé stessi. Ispira tutti noi, nazioni, comunità e singoli individui, a riconoscere che quanti raggiungono le nostre coste sono nostri fratelli e sorelle. Aiutaci a condividere con loro le benedizioni che abbiamo ricevuto dalle tue mani e riconoscere che insieme, come un’unica famiglia umana, siamo tutti migranti, viaggiatori di speranza verso di Te, che sei la nostra vera casa, là dove ogni lacrima sarà tersa, dove saremo nella pace, al sicuro nel tuo abbraccio”.

Si può essere non credenti, ma occorre ammettere che le parole di questa preghiera di papa Francesco hanno una forza morale, culturale e politica di notevole intensità, e come tale andrebbero assunte. In poche righe è delineata la crisi della civiltà europea: il “sonno dell’indifferenza”, “l’insensibilità frutto del benessere mondano e del ripiegamento” individualistico, l’appello alla fraternità universale. Sono valori del cattolicesimo, è vero, ma sono anche gli elementi che caratterizzano la civiltà illuministica europea, che hanno reso grande la sua “razionalità umanistica”. Infatti, ha detto ancora il papa, prima della preghiera, “l’Europa è la patria dei diritti umani, e chiunque metta piede in terra europea dovrebbe poterlo sperimentare, così si renderà più consapevole di doverli a sua volta rispettare e difendere”. L’Europa patria dei diritti umani non è una conquista della razionalità dell’umanesimo illuminista? È un concetto sul quale il papa è poi tornato (talvolta le orecchie dei giornalisti sembrano sorde) durante il viaggio di ritorno, al solo scopo di chiarire meglio: “Io capisco i popoli che hanno una certa paura. Lo capisco. Dobbiamo avere una grande responsabilità nell’accoglienza e uno degli aspetti è proprio come si integra questa gente”. Papa Francesco ha poi aggiunto: “Ho sempre detto che fare muri non è una soluzione, abbiamo visto il secolo scorso la caduta di uno. Non si risolve niente. Dobbiamo fare ponti, ma i ponti si fanno intelligentemente, col dialogo, l’integrazione. Io capisco un certo timore, ma chiudere le frontiere non risolve niente, perché quella chiusura alla lunga fa male al proprio popolo e l’Europa deve urgentemente fare politiche di accoglienza, integrazione, crescita, lavoro e riforma dell’economia. Tutte queste cose sono i ‘ponti’ che ci porteranno a non fare muri”.

I 12 siriani ospitati in Italia, presso la comunità di Sant’Egidio

Su quel volo di ritorno a Roma, papa Francesco ha voluto con sé 12 profughi siriani: due ingegneri, un insegnante, una sarta, bambini piccoli, anche una di due anni, ma anche adolescenti, componenti delle tre famiglie, in totale 12 profughi siriani, portati da Lesbo, presi in carico dal Vaticano e inizialmente ospitati dalla Comunità di Sant’Egidio. Vengono tutti da zone di guerra, con le loro case bombardate e distrutte. Due famiglie sono originarie dei dintorni di Damasco, una da una zona conquistata da Daesh. Sono scappati attraverso la Turchia e arrivati a Lesbo con mezzi di fortuna, gommoni o altro. Chi sono? Hasan e Nour provengono da Damasco. Marito e moglie sono entrambi ingegneri. Vengono a Roma con il loro figlio di due anni. Vivevano in una zona periferica, Al Zapatani, molto a rischio perché oggetto di continui bombardamenti. Sono fuggiti insieme al loro bambino verso la Turchia, dove hanno preso un gommone per arrivare a Lesbo. Ramy e Suhila sono di Deir Azzor, la zona conquistata da Daesh. Entrambi cinquantenni, lui insegnante, lei sarta, sono fuggiti con i tre figli perché la loro casa è stata distrutta. Sono arrivati in Grecia nel febbraio 2016 passando dalla Turchia. Osama e Wafa vengono da una frazione di Damasco, Zamalka con i loro due figli. Anche la loro casa è stata bombardata. La mamma racconta che il bambino più piccolo si sveglia tutte le notti. Per un po’ di tempo aveva smesso anche di parlare.

Mattarella al papa: richiamo a responsabilità Europa

“Santità, a nome mio personale e del popolo italiano, desidero porgerle il più cordiale bentornato al rientro dalla sua visita a Lesbo”, si legge nel messaggio che il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha inviato a papa Francesco al suo rientro in Italia dopo la visita nell’isola di Lesbo. “Sono certo che il significato pastorale, politico ed ecumenico della sua visita, espressione di vicinanza e solidarietà ai migranti, avrà larga eco in Europa e nel mondo intero. La sua visita sull’isola di Lesbo ha costituito un forte richiamo alle responsabilità che incombono su tutta l’Europa, alla necessità di trovare risposte univoche e durature al fenomeno delle migrazioni, facendo leva sui valori e principi che sono alla base della convivenza umana e della costruzione europea. Con profonda considerazione, le rivolgo il mio affettuoso pensiero”.

Una manifestante: la visita del papa arriva tardi, serve messaggio politico. Accordo UE-Turchia va condannato

Non tutto è filato liscio a Lesbo. A Mitilene, il porto di Lesbo dove il papa ha tenuto il discorso, alcuni profughi hanno inscenato una manifestazione di protesta. “Vogliamo far capire che tutto quello che il papa ha visto lì è stata una buffonata”. La manifestante ha confessato alle agenzie internazionali che “dall’annuncio della visita, tutte le persone che stavano aspettando cibo e assistenza medica, improvvisamente hanno ricevuto tutte queste cose. Vogliamo dire al papa che la sua visita arriva troppo tardi, perché questa non è più l’isola della speranza bensì l’isola della disperazione e ora non è sufficiente che il papa richieda compassione per i rifugiati, la gentilezza non è più sufficiente. Se si vuole davvero aiutare i rifugiati, serve un messaggio politico. Questo accordo che vieta alle persone il diritto di asilo non dovrebbe più essere in vigore e il papa dovrebbe condannare questo accordo”. Le parole della manifestante contro l’accordo orribile tra la UE e la Turchia riecheggiano nel comunicato che i gesuiti del Centro di accoglienza Astalli di Roma hanno diramato in occasione della visita di papa Francesco a Lesbo.

I gesuiti del Centro di accoglienza Astalli: il papa indica la strada giusta, ma l’accordo UE-Turchia è scellerato

I gesuiti infatti scrivono: “Speriamo che quanto accaduto oggi possa scuotere le istituzioni nazionali e sovranazionali. Francesco oggi ci indica la strada, e ci mette di fronte alla nostra indifferenza. La nostra paura e i nostri egoismi sono i primi muri da abbattere per recuperare la nostra umanità perduta”. Poi, però, accusano esplicitamente e direttamente l’Unione europea: “L’Unione Europea faccia un gesto concreto di cambiamento proprio come hanno fatto oggi papa Francesco e Bartolomeo I. Ci hanno mostrato la strada da percorrere: guardare negli occhi i rifugiati e costruire insieme una casa comune attraverso politiche di inclusione”, commenta padre Camillo Ripamonti, presidente Centro Astalli. “Alla luce dei fatti storici di oggi”, il Centro Astalli chiede che l’Unione Europea “interrompa immediatamente l’accordo scellerato con la Turchia. Si tratta di un patto ai danni dei rifugiati e in violazioni dei diritti e della dignità di uomini e donne che hanno diritto alla protezione; attivi vie legali per chiedere asilo accessibili a chi scappa da guerre e persecuzioni. I canali umanitari permetterebbero di salvare migliaia di vite umane e al contempo di rendere i nostri confini più sicuri. L’Europa in questo modo riprenderebbe il controllo delle proprie frontiere di fatto lasciato per troppo tempo in mano ai trafficanti”. Il Centro Astalli chiede poi alla Ue di mettere mano alla “normativa sui ricongiungimenti familiari e permetta alle famiglie di ritrovarsi. Nel campo di Moria moltissime persone hanno detto a papa Francesco di avere dei familiari in Europa: figli, fratelli, parenti. È inaccettabile che sia impedito loro di raggiungere i loro cari. Il ricongiungimento familiare è un atto fondamentale per avviare e facilitare il processo di integrazione in Europa. Un errore ostacolarlo”.

Insomma, una parte notevole del mondo cattolico, a partire dal papa, si mobilita contro l’indifferenza e le scellerate politiche europee, non solo degli stati nazionali. L’accordo con la Turchia, che anche l’Italia ha firmato, è stigmatizzato e contrastato da coloro che si occupano quotidianamente di accoglienza. Quell’accordo è scellerato, dicono molte voci cattoliche. Non per polemica, ma solo per dovere di cronaca, segnaliamo che il premier italiano, in un articolo sull’Unità pubblicato proprio nel giorno in cui il papa è andato a Lesbo, ne ha invece decantato le lodi. Così va il mondo.

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