Il giustizialismo nello sport

Il giustizialismo nello sport

Lo sport va preso sul serio. Lo sport è divertimento e spettacolo, è tifo e impresa commerciale, è addestramento alla competizione e culto delle proprie idoneità psicofisiche, sfida e destrezza. E già questo ne definisce l’importanza. Ma è anche costume, è metro del gusto e sensore dei mutamenti sociali. Quindi un terreno (non il solo) sul quale maturano e si misurano la temperie culturale e le trasformazioni del corpo sociale. Mi ha colpito, e molto negativamente, un’affermazione, apparsa su Facebook, di Gianmarco Tamberi, relativa ad Alex Schwazer: “Vergogna d’Italia, squalificatelo a vita, la nostra forza è essere puliti, noi non lo vogliamo in nazionale”.

 Spiegazione. Tamberi e Schwazer sono due atleti, forse i due più importanti esponenti della nostra atletica leggera. Tamberi ha 24 anni, è campione mondiale di salto in alto al coperto. Schwazer ha 31 anni, è un marciatore, e ha vinto la medaglia d’oro alle Olimpiadi di Pechino nel 2008. Alla vigilia delle successive Olimpiadi (Londra 2012), risultato positivo all’antidoping, è stato squalificato per tre anni e nove mesi. Ora ha scontato la pena, ha ripreso da tempo ad allenarsi e si accinge a partecipare ai prossimi Giochi di Rio De Janeiro. Ma Tamberi non è d’accordo, non lo vuole in nazionale. Anche altri atleti azzurri concordano con lui. E scorrendo i commenti postati dai lettori del web, si coglie una diffusa (anche se non credo maggioritaria) condivisione di questa “damnatio”. Inoltre: uno che è stato fra i più ostici competitori di Schwazer, l’australiano Jared Tallent, medaglia d’oro alle Olimpiadi londinesi, ha commentato: “Ora rientra lui, poi i russi: è come ridere in faccia agli atleti puliti”.

I “puliti” e gli “sporchi”. Perché? Perché alla giustizia sportiva – che nel caso di Schwazer non è stata affatto tenera – si deve affiancare un tribunale morale, che giudica irrecuperabili tutti gli “erranti”, ne fa dei relapsi destinati a ripetere l’errore, e ai quali quindi negare per sempre il ritorno alle gare? Questo atteggiamento sembra riecheggiare i moduli giustizialisti oggi invocati da molti; quelli che, nella crisi del sistema politico, adottano le parole d’ordine più estreme e palingenetiche, che anticipano le condanne dei giudici e negano di fatto i principi di gradualità e di proporzionalità nella irrogazione della pena, creando attorno a sé una sorta di barriera etica, che preserva dalla contaminazione. Schwazer ha scontato per intero la sua pena, e, a seguirne e garantirne il percorso di riabilitazione, c’è un personaggio, Sandro Donati, che nel mondo dell’atletica leggera si è sempre segnalato per particolare determinazione nella lotta al doping, tanto da restare spesso ai margini delle istituzioni sportive (non sono pochi, infatti, i dirigenti conniventi o eccessivamente distratti rispetto all’uso di sostanze dopanti). Donati non spende il suo nome e la sua coerenza se non è più che sicuro della serietà e dell’impegno del marciatore altoatesino.

 Il vero giustizialismo – nella più retriva accezione del termine – è proprio questo: è il giustizialismo dei “duri e puri” (e trovo ridicolo l’uso insistito di questi due aggettivi) che invocano per ogni reato punizioni bibliche, che non sanno misurare la gravità dei fatti, che negano la possibilità per ogni reo, non dico della redenzione, ma del reinserimento nella vita civile, una volta saldati i conti con la giustizia. C’è un personaggio, nella letteratura, che incarna questa ossessione giustizialista, ed è Javert, l’implacabile poliziotto creato da Victor Hugo, che per tutta la vita insegue Jean Valjan. In Javert ci sono le due spietate versioni del giustizialismo: la irredimibilità del reo e la convinzione della nettezza del confine che divide il bene dal male, per cui chi compie anche un solo passo in direzione del male, non ha più scampo: non può tornare indietro, non può pentirsi e non c’è distinzione fra chi ruba un pezzo di pane e chi sgozza la madre. Criminali tutti e due, indelebilmente marchiati dallo stesso stigma del peccato, entrambi rifiuti della società, egualmente colpevoli, egualmente malvagi, egualmente irrecuperabili: chi ruba un pezzo di pane oggi, domani svaligerà una banca e dopodomani ne assassinerà gli impiegati. E’ solo questione di tempo: nel campo dei malvagi si può soltanto progredire lungo la strada dell’abiezione.

Dalla grande letteratura al cinema. Molti noir americani ci hanno abituati a familiarizzare col poliziotto buono e con quello cattivo. E c’è un filone in cui domina la figura del poliziotto javertiano. Ricordo uno dei migliori film di William Wyler, “Pietà per i giusti”, ove l’implacabile detective Jim McLeod (Kirk Douglas) conduce una personale crociata contro la criminalità, combattuta con la stessa spietata vocazione giustizialistica sia nei confronti del delinquente incallito sia nei confronti del giovanottello che ha scioccamente rubato poche centinaia di dollari al datore di lavoro e che non ha alcun precedente penale. Il delinquente incallito finirà all’ergastolo; forse anche il giovanottello ci arriverà fra qualche anno, ma per ora va giudicato solo in relazione al furtarello.

 Tre anni e nove mesi è durata la squalifica di Schwazer. Pochi atleti sono stati sanzionati così severamente al primo fallo. Contro Schwazer ha giocato la sua iniziale negazione della colpa. Ma, a mia memoria, nessuno dei molti atleti, in tutti gli sport, che in questi anni hanno fato uso di doping, ha ammesso d’acchito il proprio fallo. La negazione iniziale è quasi un atto dovuto: non è vero, c’è un errore, non ho mai preso sostanze dopanti, eccetera. Al tribunale dello sport l’imputato ha esattamente gli stessi comportamenti dell’imputato al tribunale civile. Almeno nella fase iniziale.

 E’ uscito in questi giorni un libro che lascia interdetti. Si intitola “Bestie da Vittoria” e ne è autore Danilo Di Luca, un ex ciclista (oggi quarantenne) che per alcuni anni è stato fra i migliori del mondo (ha anche vinto un Giro d’Italia). “Se non mi fossi dopato” dice Di Luca “non avrei mai vinto. Non mi pento di niente, ho mentito, ho tradito, ho fatto quello che dovevo fare per arrivare primo”. Lucido, inesorabile, “javertiano”. Quasi a fine carriera, Di Luca viene squalificato a vita. Ma – attenzione – prima di essere colpito dalla massima sanzione, il ciclista abruzzese era stato squalificato, per doping, una prima volta per tre mesi (pena assai lieve a fronte dei 45 mesi di Schwazer), una seconda volta a due anni (poi abbastanza inspiegabilmente condonati), una terza volta a due anni (poi quasi dimezzati dal Tribunale Antidoping del CONI), e finalmente – e siamo nel 2013 – all’ennesima recidività, il multirelapso Di Luca viene squalificato a vita. La parabola di Di Luca è significativa, non solo per l’ostinazione nel “peccato” (che oggi Di Luca rivendica con orgoglio), ma per la progressività e la proporzionalità delle pene inflitte dalla giustizia sportiva.

Dà francamente fastidio la tesi diluchiana della inevitabilità della frode e suscita più di una perplessità l’indulgenza con la quale furono sanzionate le sue trasgressioni; ma non si può che convenire sulla gradualità. Checché ne pensino i Javert, nessuno nasce criminale; e se anche nasce criminale, le punizioni che subisce devono sanzionare solo i reati commessi, non quelli che si presume commetterà in futuro. Di Luca, comunque, ha mostrato nell’arco di tutta la sua carriera sportiva, una invidiabile coerenza, nella frode e nell’inganno. E ora che è definitivamente fuori dai giochi, giustifica e teorizza il suo comportamento, come l’unico possibile per emergere nello sport. E si può credere che il suo punto di vista sia condiviso (anche senza essere dichiarato) da molti atleti, in molti sport, soprattutto quelli di lunga lena, che sollecitano alterazioni del rendimento basate su una maggiore resistenza alla fatica prolungata.

 Ora forse la situazione è migliorata, ma all’inizio del 2000 il mondo dello sci di fondo fu scosso da alcuni scandali che ne compromisero per un certo tempo la credibilità. L’intera squadra finlandese, ai mondiali del 2001, risultò dopata e fu squalificata: in particolare il pluriolimpionico Mika Myllyla ammise di aver fatto uso di EPO per tutta la carriera. Fu squalificato per due anni (molto meno di Schwazer) e quando tornò alle gare non combinò più nulla. Morì pochi anni più tardi, intossicato da alcol e droghe. Un altro campionissimo, Johann Muhlegg, tedesco naturalizzato spagnolo (si sentiva inviso ai tedeschi per le sue crisi mistiche e per i sospetti di doping), fu espulso dalle Olimpiadi del 2002, perché trovato positivo all’antidoping. Anche Muhlegg, una volta rientrato, non fu più in grado di ripetere le prestazioni di prima: evidentemente, privato della benzina speciale, il suo organismo non gli consentiva più l’eccellenza.

Questo poi è il vero metro per giudicare l’opportunità di una pena limitata nel tempo e l’efficacia dei provvedimenti di controllo. Se Schwazer – che sta subendo controlli a raffica – doveva le sue vittorie solo all’uso di sostanze dopanti, il suo rendimento ne risentirà, come avvenne nei casi di Myllyla e di Muhelegg (ma non, per passare al ciclismo, agli spagnoli Valverde e Contador, tornati, dopo la squalifica, ai massimi livelli: si può pensare che continuino a barare e a farla franca, ma con la cultura del sospetto non si va da nessuna parte). Schwazer dunque ha diritto, pienamente diritto a rimettersi in gioco. E di certo, non godrà di alcun trattamento di favore da parte delle autorità antidoping.

Il doping, diversamente da quello che pensa, fa e scrive Di Luca, è una malattia della pratica sportiva. E lo sarebbe anche nel caso che tutti, assolutamente tutti, ne facessero uso, ottenendo la riproposizione, ad un livello di rendimento superiore, della stessa scala di valori atletici. Se, per esempio, l’uso dell’EPO consente un + 20, lo scarto fra chi rendeva 70 e chi rendeva 90 rimarrà inalterato passando da 70-90 a 90-110. L’effetto pratico sarà quello di indurre una ulteriore ricerca farmacologica per guadagnare comunque uno step ulteriore.

E’ un male dello sport e va combattuto, come ogni reato. Ma, se si pensa che le pene irrogate non siano sufficienti, se le squalifiche (che abbiamo visto si differenziano parecchio fra sport e sport) non sono un deterrente adeguato quando hanno una durata limitata, si possono cambiare le norme e appesantire le sanzioni, oltre che intensificare i controlli.

Ma una volta fissate dal codice sportive le pene, a queste ci si attiene. Le regole finché sono in vigore vanno rispettate. Come nella vita civile, scontata la pena, si rientra in società, si vive e si lavora normalmente. La squalifica, per un atleta, è come il carcere per un detenuto comune: il temporaneo allontanamento dalla comunità. Temporaneo. Trascorso quel periodo, si rientra a pieno titolo nella comunità.

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