Il Def, numeri buoni per giocarli al Lotto. Il Fondo monetario li rivede al ribasso. Italia a rischio. Chiesti ai governi piani anti shock

Il Def, numeri buoni per  giocarli al Lotto. Il Fondo monetario li rivede al ribasso. Italia  a rischio. Chiesti ai governi piani anti shock

Il Def, l’ormai famigerato documento di economia e finanza, piace agli appassionati del gioco del Lotto. Ma stai scherzando chiedo al tabaccaio che ormai è un negozio dove si gioca di tutto e di più e già che c’è si vendono anche i giornali. “No, non scherzo, siccome i numeri cambiano spesso, risponde, ci sono dei giocatori che li usano per tentare la fortuna. Per ora nessuno ha vinto, ma ci sperano”. Rimango basito, il Def usato per tentare un terno al Lotto, Padoan dovrebbe inorgoglirsi, il suo lavoro, quello dei suoi tecnici, di quelli dell’Istat, perlomeno serve a qualcosa. Ci scherziamo su ma in realtà un governo che usa i numeri del programma economico solo a fini propagandistici, per lanciare annunci, non è proprio il non plus ultra  in termini di credibilità. La Commissione Ue, dal suo punto di vista, ha tutte le ragioni per non credere ai numeri che il governo Renzi fornisce nel Def ed ha buon gioco per metterci il laccio al collo, per darci la “linea” se vogliamo più flessibilità. Ci chiedono di colpire i diritti dei lavoratori, la riforma così la chiamano, della contrattazione, e di considerare l’impresa come l’ombelico del mondo.

Siamo gufi? Può darsi, ma se lo siamo ci troviamo in buona compagnia, il Fondo monetario internazionale. Non per  il modo in cui affrontare la situazione economica dell’Europa, del mondo, ma per quanto riguarda i numeri ballerini del Def. Le previsioni di primavera del Fmi  non vedono un futuro rosa. Parlano di rischio Brexit, cosa potrebbe accadere cioè se la Gran Bretagna esce a giugno dalla Ue, di “stagnazione secolare”. Gli economisti di Washington  si rivolgono  ai governi  e li sollecitano a mettere a punto piani d’emergenza anti-shock.

Tagliate le stime di crescita previste per il 2016 e 2017

L’Italia è in prima fila fra i paesi a rischio. Il Fondo monetario smonta il Def, taglia le stime di crescita previste per il 2016 e 2017. Nel World Economic Outlook il Fmi prevede un incremento dell’1% per quest’anno contro l’1,3% stimato a gennaio, e dell’1,1% nel 2017 (1,2%). Il governo, invece, confida in una crescita dell’1,2% al netto di “rischi al ribasso”. Per quanto riguarda il disavanzo, il Fondo prevede per l’Italia un deficit/Pil al 2,7% nel 2016, il Def prevede il 2,3 e all’1,6% nel 2017, mentre il pareggio del bilancio strutturale è atteso nel 2021. Il debito è stimato al 133% del Pil nel 2016, al 131,7% nel 2017 e al 121,6% nel 2021. Gli economisti di Washington, inoltre, prevedono l’inflazione ferma allo 0,2% a fine anno con una lieve accelerata allo 0,7% nel 2017, mentre la disoccupazione scenderà all’11,4% nel 2016 (dall’11,9% del 2015) e al 10,9% l’anno prossimo. Uno 0,5%, un niente rispetto al numero dei disoccupati  e di coloro che lavoro non lo cercano neppure più, circa sette milioni di persone.

Dal quadro fornito dal Fondo si apprende che  la contrazione del Pil in Russia è  all’1,8% quest’anno (-0,8% rispetto alla stima di gennaio) mentre per la Cina, praticamente unica al mondo, le prospettive sono migliorate con il Pil rivisto al rialzo dello 0,2% sia quest’anno e sia nel 2017, rispettivamente a +6,5% e +6,2%. Ritoccate al ribasso le stime sul tasso di sviluppo della zona euro, in particolare la crescita “è stata più debole del previsto in Italia, mentre la ripresa è stata più forte in Spagna”.  La stima sul Pil di Eurolandia è stata tagliata all’1,5% per il 2016 e all’1,6% per il 2017 (rispetto 1,7% precedentemente indicato per entrambi gli anni e a fronte di un tasso di sviluppo pari all’1,6% nel 2015). “La ripresa è stata generalmente in linea con le previsioni di gennaio nell’area euro – mette in evidenza il  rapporto – perché il rafforzamento della domanda domestica ha controbilanciato la debolezza degli stimoli esterni”. Le stime sul Pil tedesco sono state tagliate dello 0,2% all’1,5% per il 2016 e dello 0,1% all’1,6% per il 2017. Per la Francia, le attese sono di un Pil all’1,1% nel 2016 (-0.2% rispetto a gennaio) e all’1,3% (-0,2%). In Spagna la crescita è stata ribassata al 2,6% quest’anno (-0,1%) e confermata al 2,3% il prossimo.

 Il rischio che la ripresa nella Ue, debole e lenta, deragli

Nel rapporto degli economisti di Washington si avvertono i governi del rischio che la ripresa, lenta e debole, deragli. Da qui la necessità che  vengano  messi in cantiere piani anti-shock.  I governi “non devono ignorare la necessità di prepararsi per possibili scenari avversi – sollecita il capo economista dell’Fmi – identificando pacchetti di politiche strutturali e fiscali, in grado di sostenersi reciprocamente, da dispiegare nel caso si materializzassero in futuro rischi al ribasso”. In questo contesto i governi “devono concentrarsi su due compiti” sottolinea Obstfeld. Il primo è “il rafforzamento della crescita”, importante in sé ma anche come antidoto contro rischi al ribasso. “Il secondo compito – prosegue – è quello di preparare piani di emergenza, non c’è più molto margine di errore”. Il Fmi plaude infine alla politica monetaria portata avanti della Banca centrale europea per fronteggiare la bassa inflazione e la debolezza della crescita.

Migrazioni, “catastrofe umana”. Instabilità  violenta di una serie di paesi, prima fra tutti la Siria

Sempre il capo economista del Fondo parla della crisi dei rifugiati e dei migranti, definita una “catastrofe umanitaria che sta minando l’essenza stessa dell’Unione europea”. Obstfeld parla di “instabilità persistente e violenta di una serie di Paesi, e della Siria in particolare, che sta affondando le loro economie, spingendo milioni di rifugiati nei Paesi vicini così come in Europa”. Muri e fili spinati, l’osceno patto con la Turchia, sono la prova più evidente che  la strada seguita dalla Unione europea non porta da nessuna parte. Che i cambiamenti sono più che mai urgenti. E l’Italia? Padoan e Renzi tacciono di fronte alla revisione al ribasso dei numeri del Def. I  media si limitano a dare notizie relegate nelle pagine interne. Il bollettino Repubblica già prima dei dati  resi noti dal Fondo monetario aveva dato la sua ricetta. Il suo editorialista economico scrive che “il problema fondamentale dell’Italia su cui il governo sta facendo ancora poco”.

La “cura” prevista da La Repubblica:  eliminare la contrattazione nazionale

Il quotidiano diretto da Calabresi indica “l’unica strada per guadagnare competitività è quella di far crescere la produttività del lavoro, evitando che i salari salgano senza che questa aumenti”. Pari pari la linea sostenuta da Federmeccanica nella trattativa per il rinnovo del contratto di lavoro che ha provocato la proclamazione dello sciopero unitario delle tute blu. E cosa fare per aumentare la produttività? Elementare: “Il governo – scrive l’editorialista  di Repubblica – dovrebbe muoversi spedito per spostare tutta la contrattazione dai tavoli nazionali alle aziende” e  se la prende con Susanna Camusso che a queste sciocchezze ha già risposto, sempre su Repubblica, facendo presente che ci sono milioni di lavoratori nelle piccole e medie aziende e non solo le grandi industrie. Senza contratti nazionali la contrattazione nelle aziende è impensabile. Non è un caso che proprio Renzi Matteo abbia annunciato che intende presentare un decreto proprio per colpire i contratti nazionali. L’editorialista di Repubblica sarà contento. I lavoratori no.

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