Eurocities Report, presentato a Bruxelles, rilancia il ruolo centrale delle città nell’integrazione dei profughi

Eurocities Report, presentato a Bruxelles, rilancia il ruolo centrale delle città nell’integrazione dei profughi

Eurocities Report è una ricerca su 34 città di 18 Paesi dell’Unione europea presentato il 4 marzo a Bruxelles. Il tema della ricerca è la qualità e la quantità dell’accoglienza dei rifugiati nelle principali città europee. La risposta all’immigrazione infatti ha avuto una fortissima dimensione urbana, a partire dall’estate scorsa, ma le città continuano ad essere assenti quando si tratta di decidere. Al tavolo dei piani alti di Bruxelles continuano a sedere presidenti della Repubblica e del Consiglio, ma i sindaci delle città, grandi e piccole, le più interessate ai flussi e all’accoglienza, sembrano sempre esclusi, per una ragione o per l’altra.

L’Eurocities Report parte proprio da questa constatazione di natura politica e istituzionale: “il ruolo delle città come punti di primo arrivo, di transito o di destinazione finale, è ben noto alle istituzioni, sia a livello europeo che a livello nazionale. Tuttavia, occorre che il finanziamento all’integrazione deve raggiungere il livello locale senza filtri né barriere. Le città devono essere in grado di determinare le priorità e i gruppi da sostenere, poiché esse sanno con esattezza ciò che vi è da fare in termini di integrazione”.  L’Eurocities network, i cui membri sono i governi eletti di più di 130 città principali d’Europa, ha lo scopo di connettere le città direttamente con il livello decisionale dell’Unione europea, per sviluppare politiche condivise. Il rapporto raccomanda perciò di includere le città con i governi nazionali e le Ong nella lista degli organismi responsabili dell’assistenza finanziaria dell’emergenza.

L’ampiezza della sfida dell’accoglienza varia ampiamente nel continente. Per dare una comparazione esemplare della centralità delle città, si stima, ad esempio, che Berlino stia ospitando 69mila richiedenti asilo da gennaio 2014, mentre molte nazioni europee neppure si avvicinano a quel numero. Il rapporto identifica una serie di sfide per le città: le abitazioni, l’istruzione e il mercato del lavoro, l’accesso a cure specialistiche per i minori non accompagnati (soprattutto nelle città svedesi, che hanno ospitato un numero impressionante di minori). Queste sfide, però, avverte il rapporto, devono essere risolte mentre le città subiscono tagli di budget e problemi di disoccupazione. E non sono sostenute da finanziamenti mirati, nazionali o regionali.

Ad Helsinki, ad esempio, c’è stato bisogno di assumere 100 addetti in più per i sette campi allestiti per i rifugiati, ma la somma di 8 milioni di euro giunti dalla Ue per le emergenze migratorie, è stata invece dirottata dal governo centrale finlandese verso le città del nord, molto meno interessate dal flusso migratorio. Ciò ha imposto al Consiglio comunale di Helsinki di provvedere con una somma di 10 milioni di euro dal proprio bilancio. Gli autori del rapporto, dunque, sostengono che le città europee sanno rispondere meglio e con maggiore flessibilità e creatività dei governi nazionali, poiché possiedono “strutture più agili” che consentono di intervenire rapidamente, di coordinare i volontari, la società civile, le organizzazioni di beneficenza. Il rapporto osserva, ad esempio, che Dusseldorf è stata la prima città tedesca a nominare un “commissario per i rifugiati”, mentre altre hanno scelto di organizzare comitati ad hoc. Per evitare fenomeni di ghettizzazione, Danzica, Lipsia, Dusseldorf, Chemnitz e Riga hanno fornito unità abitative per tutti i rifugiati in tutti i quartieri delle città.  Il rapporto sottolinea la necessità di consentire ai nuovi arrivati pieno accesso al mercato del lavoro, e di provvedere un veloce ed efficace addestramento linguistico. Naturalmente, il rapporto non manca di raccomandare ai governi di finanziare queste risposte delle città.

Secondo il rapporto, la risposta della società civile in tutta Europa è stata “ampia e reattiva da settembre del 2015”. 2000 volontari lavorano nei campi per rifugiati ad Amburgo, ad esempio, mentre ad Utrecht sono stati organizzati eventi “mangia e incontra”, nei quali i profughi sono stati ospitati a pranzo e a cena dai residenti. Nella stessa Utrecht, un decreto del sindaco dispone di “scolarizzare i bambini profughi entro tre giorni dal loro arrivo”.

Secondo quanto scrive il rapporto, “l’integrazione è il prossimo passo per l’Europa, e le sue necessità devono essere le priorità per le azioni previste dall’Agenda europea sulle migrazioni”. Tale integrazione deve comunque avere luogo tra le crescenti ondate di sentimenti anti-profughi. Molte città segnalano l’aumento di gruppi anti-immigrati con comportanti che minacciano sia i profughi che i volontari che di loro si prendono cura. In alcuni casi, questi atteggiamenti ostili sono il riflesso dei comportamenti di alcuni governi centrali: il governo ungherese di Viktor Orbàn, ad esempio, ha denunciato Parigi, Stoccolma, Londra e Berlino per aver ostacolato il suo piano di espulsioni. In altri paesi, i governi nazionali chiudono le frontiere nonostante le comunità locali non abbiano cessato di ospitare profughi. Sull’onda degli attentati di Bruxelles, la Polonia ha dichiarato che non accetterà più rifugiati, ma nella città polacca di Danzica il sindaco e i residenti lavorano per integrare i nuovi arrivati.

Infine, il rapporto redige una nota di merito al sindaco di Barcellona, Ada Colau, eletta nelle liste di Podemos, che ha invitato le città europee a diventare “città dei rifugiati”, affermando che “può darsi che gli stati assicurino l’asilo, ma spetta alle città fornire assistenza e accoglienza”.

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