Ecco il Documento economico. Tutte le voci al ribasso. Previsioni sbagliate. Lo zero virgola è la regola. Per il lavoro niente. Dalla Ue parole non confortanti

Ecco il Documento economico. Tutte le voci al ribasso. Previsioni sbagliate. Lo zero virgola è la regola. Per il lavoro niente. Dalla Ue parole non confortanti

Renzi e Padoan, bella coppia. Come si dice, dio li fa poi li appaia. Tutti e due hanno la convinzione che gli italiani siano cosi rimbambiti da credere a tutto quello che dicono. L’uomo solo al comando non ammette che qualcuno possa avere dei dubbi, il suo ministro che si occupa di economia, su suggerimenti del bocconiano aretino, Nannicini, lo copre. Sempre e comunque. Ma questa volta hanno superato il limite. Padoan nel presentare il Documento di finanza pubblica che contiene le previsioni sull’andamento economico del triennio, 2016, 2017, 2018 approvato dal Consiglio dei ministri ha affermato: “La crescita c’è, la trainano i consumi delle famiglie e gli investimenti – sia pubblici che privati – mostrano un’accelerazione”. Ciò è dovuto” dall’effetto positivo delle misure del governo”. Renzi ci mette del suo. Torna ad usare, con tono arrogante, la parola rottamare. Rivolto alla Commissione della Ue afferma: “Non faremo manovre correttive, termine che abbiamo rottamato”.

Katainen (Ue): L’Italia ha già beneficiato di molta flessibilità sui conti pubblici

Se l’è cercata ed arriva subito la risposta dal vicepresidente della Commissione Katainen: “L’Italia ha già beneficiato di molta flessibilità – afferma – da parte della Ue sui conti pubblici. È il paese che ha beneficiato più di tutti gli altri”. Ha già risposto anche al ministro Padoan il quale aveva affermato: “Nel 2017 si chiederà una flessibilità compatibile con la Ue”. Perché questo è il nodo. Perché la ripresa non c’è. Le bugie hanno le gambe corte e ora il governo non è in grado di far credere lucciole per lanterne. Tutte  le previsioni sulla quali il governo, sorretto dall’Istat con la massa di dati messi insieme in modo da non far comprendere la reale situazione, aveva fatto i conti sono saltate. Quella del Pil per il 2016 è stata portata all’1,2%, dal +1,6% stimato nell’aggiornamento del Def 2015 del settembre scorso. Per gli anni successivi si indica ora un +1,4% per il 2017 (dall’1,6%) e un +1,5% per il 2018. Siamo agli spiccioli. Non solo. Ci muoviamo fra inflazione, poco sopra lo zero quando va bene e la deflazione che è la bestia nera della possibile ripresa. Basta rileggere quanto affermato ieri dal governatore della Banca centrale europea per renderci conto di quali e quante difficoltà dovranno essere affrontate in questi anni. Per quest’anno usando la clausola di flessibilità, abbandonando qualsiasi idea di possibile crescita, occorre tenere a bada il deficit. È il massimo cui possiamo aspirare. Con la Commissione Ue il governo lascia intendere che sia stato trovato un accordo. Si parla di un indebitamento al 2,3 %, la metà di quanto indicato in autunno, il 2,2 e il 2,4 che si raggiungerebbe occupando tutto lo spazio legato alla ormai famosa “clausola di flessibilità” per i migranti (0,2 punti di Pil, circa 3 miliardi). Un risultato che si raggiunge – è questa l’indicazione del governo – grazie a un aggiustamento amministrativo dei risparmi sulla spesa per interessi (grazie alla Bce) e l’extragettito legato al rientro dei capitali (voluntary disclosure) per limare un po’ di indebitamento.

Tutte le promesse e gli impegni-annuncio di Renzi sono destinati   a saltare

È ovvio che stante questa situazione tutte le promesse di Renzi, ultima in ordine di tempo quella relativa agli 80 euro ai pensionati, saltano. Così come non si prevede alcuna misura che punti ad un aumento dell’occupazione, nessun accenno a una politica del lavoro, così come non si fa cenno ad investimenti nei settori più significativi per una vera ripresa. A leggere bene il documento si nota che per l’anno prossimo si fa conto sul una maggiore flessibilità. Si chiede di fatto una “replica”, una eccezione nella politica della Ue, una flessibilità bis. Secondo il  ministro si tratterebbe di una correzione dei conti inferiore all’1,1% previsto inizialmente che sarebbe “compatibile con la flessibilità prevista dall’Europa e le circostanze straordinarie che riguardano la crescita più bassa a livello globale e l’inflazione” stagnante. Tradotti in spese possibili si tratta di 11 miliardi di spese (o mancata correzione, a vederla in negativo) in più. Questa è una ipotesi che Katainen ha già respinto.

L’anno terribile, il 2017,  quando si dovranno disattivare gli aumenti dell’Iva

Se si dovesse raggiungere con le sole nostre forze il livello dell’1,1% richiederebbe uno sforzo mostruoso all’Italia, se si considera che solo per disattivare le clausole di salvaguardia (di fatto aumenti dell’Iva) che scatteranno automaticamente dal prossimo gennaio sono da mettere in conto circa 15 miliardi nella legge di Bilancio del 2017. Tutto è rinviato a maggio quando da Bruxelles arriverà il giudizio definitivo. Padoan spera: “L’idea che l’Italia chieda troppo all’Europa è sbagliata. L’Italia – dice – ha più flessibilità semplicemente perché la finanza pubblica italiana è in regola più di quella di altri”. Il nostro ministro aveva avanzato questa richiesta insieme ad altri sette Paesi fra cui Spagna e Portogallo ed altri paesi dell’Est europeo. Ma la risposta è stata negativa.

Male anche la situazione relativa al debito. La bassa inflazione e deflazione  creano problemi

Passando al debito, male anche per quanto riguarda questa voce del bilancio, cerca giustificazioni: “Il percorso rallenta rispetto alle previsioni per via della minore crescita nominale del Paese, legata alla bassa inflazione”. Il debito è comunque previsto “in calo per la prima volta dopo otto anni” al 132,4% per quest’anno (stesso livello della Commissione Ue), poi negli esercizi successivi a 130,9, 128 e 123,8 punti percentuali di Pil. Proprio per accelerare il percorso di contenimento del debito, reso più difficile dal macigno della deflazione, Padoan dice che “si attende la ripresa del programma di privatizzazioni, che attualmente resta previsto per uno 0,5% del Pil nel 2016: l’Ipo di Fs è stata rimandata a data da destinarsi e per sostituirla si sta pensando ad una nuova immissione sul mercato di azioni di Poste italiane”. Per quanto riguarda la crescita praticamente siamo pressoché a zero, solo un +0.2% del Pil con l’azzeramento della tassa sui capital gain, guadagno in conto capitale o utile di capitale, misure di sostegno agli investimenti in aziende non quotate e sgravi sugli utili re-investiti. Praticamente si ignorano i lavoratori e i pensionati e si privilegiano le imprese. La pressione fiscale dovrebbe scendere di 0,7 punti percentuali collocandosi al 42,8% del Pil. Insomma il numero zero è quello che ritroviamo in ogni parte del documento.

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