Caso Regeni. Tempi sempre più lunghi per fare luce sull’omicidio. Le tattiche egiziane, l’ignavia del governo italiano e il ruolo dell’Europa

Caso Regeni. Tempi sempre più lunghi per fare luce sull’omicidio. Le tattiche egiziane, l’ignavia del governo italiano e il ruolo dell’Europa

Gli ultimi capitoletti del caso Regeni confermano purtroppo che la vacanza romana della delegazione egiziana l’8 e 9 aprile a Roma non era una pagina spuria, fuori regia. Ma rappresentava plasticamente l’atteggiamento che il governo cairota ha assunto fin dall’inizio, derubricando l’assassinio del giovane ricercatore italiano a un episodio di cronaca nera. Negli oltre due mesi che si sono succeduti al ritrovamento del cadavere di Giulio Regeni, il percorso delle autorità politiche e giudiziarie egiziane non è stato lineare: spesso si è avuta la sensazione che le molte contraddizioni fossero dovute più a conflitti intestini che a inadeguatezza delle forze inquirenti. E queste contraddizioni hanno dato agio di ipotizzare difficoltà a coprire le vere responsabilità e a isolare schegge incontrollabili o politicamente “infedeli” al regime. Il che, se corrisponde al vero, non ha prodotto per ora alcun risultato apprezzabile.

 Una vaga sortita del ministro degli Esteri egiziano, Shukry, aveva aperto, quattro giorni fa, quello che con ottimistica valutazione poteva essere considerato uno spiraglio, dichiarando in una conferenza stampa, la disponibilità egiziana a consegnare all’Italia i tabulati e il traffico telefonico richiesti da tempo dalla Procura romana. In un calcolato gioco delle parti, Shukry ha dato a vedere di essere sensibile alla pressione internazionale che l’Egitto sta subendo sul caso Regeni, in apparente superamento della rigidità manifestata dai magistrati cairoti. In realtà, Shukry ha subito corretto le proprie affermazioni, ribadendo che non potranno essere consegnate le registrazioni delle persone che si trovavano nei pressi dell’abitazione di Regeni e al luogo di ritrovamento del suo cadavere: che sono 13 in tutto e che sono le uniche che interessino la magistratura italiana.

Indisponibili sui tabulati, gli egiziani sono anche del tutto recalcitranti a fornire il materiale probatorio relativo alla banda di cinque criminali che, dopo essere stati uccisi dalla polizia, sono stati accusati di essere gli autori materiali del sequestro e dell’assassinio di Giulio Regeni. Shukry ha aggiunto, per soprammercato, che queste inchieste durano mesi. Poteva anche dire anni.

Semmai qualcuno non avesse capito che le aperture di Shukry erano inconsistenti, ha provveduto direttamente il presidente egiziano Al-Sisi a chiudere la porta a ogni ragionevole ipotesi collaborativa. La conferenza stampa del presidente egiziano, tre giorni fa, ha reso evidente che ormai su questa vicenda il governo egiziano ci ha messo la faccia. Posto che fosse il capo dei servizi segreti, Shalaby, un possibile capro espiatorio, ora questa ipotesi è cancellata, perché Al-Sisi ha escluso qualunque responsabilità dei servizi segreti.

Dopo di che se l’è presa con la stampa egiziana, responsabile, a suo dire, di prestare troppa attenzione ai social invece di fare autonomamente indagini giornalistiche. “Dobbiamo stare attenti a menzogne e accuse trasmesse e pubblicate, da parte di persone attorno a noi. Siamo noi che abbiamo creato questo problema per l’Egitto. Siamo noi che abbiamo creato il problema per l’Egitto dell’uccisione del giovane italiano”.

Non è mancata la sviolinata all’Italia – primo paese ad aver riconosciuto il nuovo governo nel luglio del 2013, nonché importantissima partner commerciale – oltre all’impegno ad operare per la ricerca della verità. Aria fritta.

Un ruolo importante per schiodare l’Egitto da questa chiusura potrebbe averlo l’Europa. Fra due giorni il presidente francese Hollande incontrerà il capo di stato egiziano. Hollande potrebbe utilizzare questa circostanza per manifestare apertamente all’Egitto che il caso Regeni non è un caso italiano, ma è un caso europeo, con tutte le conseguenze che ne possono sortire sul terreno diplomatico. Farà questo oppure la sua visita al Cairo sarà soprattutto imperniata su accordi militari miliardari (6 corvette) oltre ad alcune decine di altri accordi commerciali?

Le premesse non sono incoraggianti. Il governo francese si è sin qui speso assai poco sul caso Regeni. Il New York Times polemizza aspramente con Hollande, deplorando il silenzio francese sulla morte del ricercatore italiano e mentre si moltiplicano le denunce sui molti casi di violazione dei diritti umani in Egitto.

“Gli abusi dei diritti umani in Egitto sotto il presidente Abdel Fattah el-Sisi” scrive il quotidiano newyorkese “hanno raggiunto nuovi picchi, e ciononostante i governi occidentali che commerciano con l’Egitto e lo armano hanno continuato a fare affari come se niente fosse sostenendo che sono in ballo la sicurezza regionale e gli interessi economici”, ha affermato il Nyt. “Ora, un’investigazione in stallo sul rapimento e l’assassinio di un ricercatore italiano ha costretto almeno uno di questi paesi, l’Italia, a riconsiderare la sua relazione. È tempo che altre democrazie occidentali riconsiderino le proprie”. Ricordiamo che il New York Times fu il primo dei grandi quotidiani internazionali a occuparsi seriamente del caso e a rivelare il ruolo dei servizi segreti nel rapimento di Regeni.

Con le intese economiche con la Francia – che si aggiungono alle voluminose intese appena raggiunte con l’Arabia Saudita (accordi per 16 miliardi) – Al-Sisi ha innegabilmente rafforzato la sua posizione e ha soprattutto reso meno efficace la possibilità (peraltro assai debole) di una ritorsione italiana sul piano economico, soprattutto in relazione ai recenti accordi stipulati con l’Eni e molte altre imprese italiane.

Strada tutta in salita, insomma, e certamente tempi lunghi. A questo punto, fino a che Al-Sisi regge, è inutile aspettarsi un mutamento di rotta da parte dell’Egitto, se non intervengono nuovi attori sulla scena. La comunità internazionale – soprattutto l’Unione Europea – può avere in questo senso un ruolo significativo. Tutti sappiamo in che condizioni di sbrindellamento si trova la UE, ma una iniziativa politica forte che nascesse da Bruxelles o da Strasburgo avrebbe comunque la possibilità di tenere aperto il caso.

Nel frattempo è partita la nuova rogatoria internazionale dalla Procura Roma. Scontata è la risposta dell’Egitto, ma poi la palla passerà ai tribunali europei. Comunque tempi lunghi, come il caso dei due marò insegna.

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