Caso Regeni. Il vertice tra Procura romana e delegazione egiziana è stato una presa in giro

Caso Regeni. Il vertice tra Procura romana e delegazione egiziana è stato una presa in giro

Completo fallimento.

La missione egiziana a Roma, lungi dal fornire la dovuta collaborazione per la soluzione del caso Regeni, si è rivelata una presa in giro. Alla fine della seconda giornata di incontri, la Procura romana, che ieri aveva stentato a dissimulare la propria insoddisfazione, oggi non ha potuto che rendere esplicito l’esito fallimentare degli incontri.

La prima, inevitabile conseguenza è stato il richiamo dell’ambasciatore Maurizio Massari da parte del Ministero degli Esteri. Il che rappresenta la sospensione (non la rottura) delle relazioni diplomatiche

Nessun comunicato congiunto, dunque: non ce ne erano le condizioni.

Ha invece emesso un proprio comunicato la Procura romana, che, pur usando un linguaggio misurato, non nasconde la delusione, particolarmente per la mancata consegna dei tabulati telefonici di persone a vario titolo coinvolte nelle indagini. E neppure è stata soddisfatta la richiesta, di primaria importanza, relativa al traffico delle celle telefoniche. Insignificanti alcuni video registrati dalle telecamere di sorveglianza.

Per il resto, il “materiale probatorio” prodotto dalla delegazione egiziana, che era stato pomposamente annunciato come la presentazione “degli ultimi sviluppi delle inchieste” sul caso di Giulio Regeni (e “speriamo che ciò metta fine alle ambiguità”) non ha consentito alcun progresso delle indagini.

Anche sulla vicenda della banda sterminata il 24 marzo, alla quale era stata attribuita la responsabilità del sequestro e della morte di Giulio Regeni non si è fatto alcun passo avanti. “Non vi sono elementi” dice la nota della Procura “del coinvolgimento  diretto della banda criminale nelle torture e nella morte di Giulio Regeni”.

Se si deve sintetizzare questa due giorni svoltasi all’Alta Scuola di Polizia di Roma, si dovrebbe dire che la delegazione egiziana ha tentato molto maldestramente di dare una parvenza di dignità al materiale prodotto.

Al di là del congelamento delle relazioni diplomatiche (che il governo italiano aveva preannunciato nel caso di esito negativo degli incontri), si tratta ora di capire quali sviluppi potrà avere questa vicenda.

Se Al-Sisi si è spinto tanto in là nella provocazione, ben consapevole che in Italia non ci si sarebbe accontentati di un posticcio aggiustamento, o dell’ennesima versione raccogliticcia, è improbabile che la mossa diplomatica, pur politicamente significativa, lo induca a un passo indietro. Non nell’immediato, quantomeno. Non lo fa forse perché non lo può fare, forse perché non è in grado di controllare l’apparato repressivo cairota. Duole dirlo, ma quando uno stato è così fragile nelle istituzioni e così distante dal garantire l’autonomia dell’ordinamento giudiziario rispetto all’esecutivo, la verità può emergere solo nel caso di cambio di regime (i classici atti distensivi che spesso accompagnano i rivolgimenti politici).

Ma la soluzione del caso Regeni non può certo essere affidato a previsioni di questo tipo. La ricerca e la richiesta della verità debbono essere perseguite con ostinazione.

La mossa diplomatica non può restare isolata. Occorre operare, e seriamente, sul terreno economico.

La partnership commerciale con l’Egitto è voluminosa ed è stata recentemente arricchita di contratti che valgono cinque miliardi (solo l’ENI ha una concessione in un’area chiamata Zohr per circa 850 miliardi di metri cubi di gas; poi ci sono l’Italcementi, l’Intesa San Paolo, Pirelli…); poi c’è il turismo, già oggi in grave sofferenza.

L’economia ha un ruolo fondamentale, come sempre, anche quando si tratta di diritti umani. Su questo terreno si può giocare una importante partita, almeno per riportare le autorità egiziane a un atteggiamento ragionevole.

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