Caso Regeni. Il governo egiziano denuncia l’agenzia Reuters. Domenica a Milano con Amnesty per chiedere “verità per Giulio”

Caso Regeni. Il governo egiziano denuncia l’agenzia Reuters. Domenica a Milano con Amnesty per chiedere “verità per Giulio”

Giulio Regeni fu arrestato dalla polizia egiziana, consegnato ai servizi segreti e da questi torturato e ucciso. Questa versione sulla sorte del ventottenne ricercatore italiano circola da tempo e si consolida malgrado le ripetute smentite ufficiali da parte egiziana.E ora un ampio servizio della Reuters rilancia e riaccredita questa ricostruzione fornendo circostanze e dettagli che costringono le autorità egiziane a smentite che appaiono sempre meno convinte e convincenti. L’autorevolezza dell’agenzia britannica ha indotto il governo egiziano ad annunciare un’azione legale nei suoi confronti.

Dunque, secondo la ricostruzione della Reuters, Giulio Regeni fu arrestato da poliziotti in borghese, insieme ad un cittadino egiziano, il giorno 25 gennaio, quinto anniversario della rivoluzione di piazza Tahrir, nei pressi della stazione metro di Gamal Abdel Nasser. L’arresto del giovane italiano sarebbe avvenuto nell’ambito di normali operazioni di controllo, e quindi non preordinato. Trasportato alla stazione di polizia di Izbakiya, sarebbe stato dopo mezz’ora consegnato alla sezione “Al-Amn al-Watani” dei servizi e da questi condotto nella struttura di Lazoughli, ove sarebbe stato sottoposto per una settimana a crudeli torture e infine ucciso. La Reuters cita le testimonianze (ovviamente anonime) di tre funzionari di polizia e di tre fonti dei servizi. Queste testimonianze, raccolte separatamente, sono convergenti e si confermano reciprocamente. Una di queste fonti, in particolare, riferisce che Giulio Regeni aveva sette costole rotte, traumi in diverse parti del corpo, tracce di elettrocuzione sul pene e una emorragia cerebrale.

 La ricostruzione della Reuters, che ha trovato eco in una emittente locale, “Ghad al Arabi”, è stata naturalmente smentita dalle autorità egiziane: se ne è fatto carico Mohamed Ibrahim, funzionario dei servizi di sicurezza (Homeland Security). Un’altra smentita arriva dal maggiore Mohamed Beik, capo della stazione di polizia di Izbakiya, che ha risposto negativamente alla richiesta di un giornalista della Reuters di confermare la versione. Infine il quotidiano “Al Youm Al Sabea” riferisce che il ministero degli Interni ha annunciato di aver citato in giudizio Michael Georgy, responsabile dell’ufficio cairota della Reuters per diffusione di false notizie. Ma per quanto da parte egiziana si continui a smentire, è sempre più evidente la difficolta del governo del Cairo a coprire le responsabilità politiche del crimine.

Già in febbraio un servizio del New York Times aveva rivelato – seppur in modo meno circostanziato di quanto abbia fatto ora la Reuters – il ruolo dei servizi segreti (alle dipendenze del generale Khaleb Shalaby) nel sequestro e nella morte di Regeni. Lo stesso NYT il 28 marzo scorso aveva denunciato con un vigoroso editoriale l’inerzia dell’Europa, definito “vergognoso” il silenzio di Hollande (che si accingeva a una impegnativa e lucrativa trasferta egiziana) e aveva invitato il presidente Obama a rivedere i rapporti con l’Egitto. Sempre in marzo una lunga lettera anonima pervenuta a Repubblica riprendeva e dettagliava ulteriormente le fasi della cattura e della uccisione del ricercatore italiano ad opera dei servizi di sicurezza.

 Naturalmente queste inchieste giornalistiche debbono coprire con l’anonimato le fonti informative (e questo spiega perché, nel caso della lettera a Repubblica, la Procura di Roma, non abbia, almeno ufficialmente, acquisito questo documento agli atti dell’inchiesta), ma il susseguirsi di rivelazioni che trapelano dall’interno stesso degli apparati egiziani mette a nudo la debolezza della raffica di smentite di circostanza. Nel frattempo, Rasha Tarek, figlia del capo della banda di rapinatori sterminata dalla polizia il 24 marzo, ha ribadito ancora una volta che suo padre, suo marito e suo fratello sono stati uccisi a sangue freddo dalla polizia egiziana per essere incolpati del sequestro e dell’uccisione di Regeni, di cui non sarebbero per nulla responsabili. Il presidente Al-Sisi avverte il peso di questo interesse, che peraltro è alimentato più dai media stranieri che da quelli italiani, buona parte dei quali sembra aver rinunciato seriamente ad occuparsi della vicenda, dopo gli ovvii fuochi d’artificio egiziano.

Se dunque, oggi Al Sisi lamenta il perdurare di quelle che chiama “pressioni politiche” sul caso Regeni, non è certo per l’insistenza della stampa italiana. La posizione del presidente egiziano non è considerata molto salda dagli osservatori internazionali, anche se sul piano economico i recenti accordi con l’Arabia saudita (investimenti per 1,5 miliardi e annuncio della costruzione di un ponte sul Mar Rosso) e con la Francia di Hollande hanno dato una boccata di ossigeno al governo del Cairo. Al Sisi ha diversi nemici anche all’interno della compagine governativa e non si può escludere che il susseguirsi di rivelazioni sul caso Regeni sia ispirato da questa “dissidenza”.

Sul fronte internazionale è da registrare un insistito interesse del presidente Obama per il caso Regeni. Se ne è fatto portavoce il segretario di Stato John Kerry, che incontrando i governanti egiziani, pur senza entrare nel dettaglio, ha manifestato la forte preoccupazione statunitense per la violazione dei diritti umani. Meno generico è stato John Kirby, portavoce della Casa Bianca: “Continuiamo a chiedere al governo egiziano di garantire che l’indagine [su Giulio Regeni] venga condotta in modo completo e trasparente” e che si “collabori pienamente con in funzionari italiani”. “Obbligato”, dopo l’editoriale del NYT, era stato l’intervento del presidente francese Hollande che, aspramente criticato per la “tempestività” con cui si recava a stipulare (il 18 aprile) importanti accordi economici con Al Sisi, non poteva non sollevare il tema dei diritti umani violati in Egitto, con particolare riferimento al caso Regeni e a quello di Eric Lang, un cittadino francese morto in una caserma della polizia egiziana nel 2013.

 All’Università di Cambridge, ove Regeni studiava, si è svolta una manifestazione, con la partecipazione di Amnesty International ed Egypt Solidarity Initiative. Appassionato e indignato l’interrogativo del presidente di Amnesty di Cambridge: “Dov’è l’indignazione del governo britannico per questo scioccante assassinio?”. Per la verità una prima presa di posizione il governo britannico l’aveva presa il 13 aprile (“Siamo molto preoccupati per le informazioni secondo cui Mr Regeni è stato sottoposto a torture” aveva dichiarato il portavoce del Foreign Office), in seguito alla raccolta di oltre 10.000 firme promossa dagli ambienti accademici di Cambridge.

In Italia, mentre il governo, dopo il richiamo dell’ambasciatore, non ha più assunto alcuna iniziativa e sembra confidare soprattutto nell’internazionalizzazione del caso, si registrano manifestazioni che chiedono la verità sulla morte di Giulio Regeni. In una di queste, a Siena, il presidente del Parlamento europeo Martin Schultz ha ricordato il giovane ricercatore come “esempio specifico, nobile e triste di qualcuno che è stato ambasciatore di dialogo interculturale la cui storia mi ha colpito e commosso profondamente”. A Milano è in programma l’assemblea generale di Amnesty International, con la partecipazione di 300 delegati. In occasione di questo evento si svolgerà domenica in piazza della Scala una manifestazione per chiedere la “Verità su Giulio Regeni”.

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