Buon 25 aprile a tutti noi. Teniamo alto lo spirito antifascista, contro ogni revisionismo

Buon 25 aprile a tutti noi. Teniamo alto lo spirito antifascista, contro ogni revisionismo

Pochi giorni fa, proprio a ridosso delle celebrazioni del 71esimo anniversario della Liberazione, nella civilissima città di Parma, guidata da un sindaco del Movimento 5 Stelle, Federico Pizzarotti, è stata aperta una sezione di Casa Pound, il movimento che si ispira in modo palese all’ideologia neofascista. Nonostante l’opposizione dello stesso sindaco, e dei partiti democratici di Parma, la sede dei fascisti del Terzo Millennio è stata comunque inaugurata, con tanto di saluti al duce, sotto il fuoco delle polemiche. A difesa dei militanti parmigiani di Casa Pound è intervenuto il segretario locale della Lega Nord, appoggiato dal responsabile regionale e dallo stesso Salvini. Ecco il testo del suo intervento, diffuso anche agli organi di stampa: “Il 25 Aprile deve essere la festa di tutti, non solo dei partigiani di cui, fra l’altro, ogni tanto andrebbero anche ricordate le malefatte alla pari di quanto perpetuato dai fascisti e dai nazisti. Torture, stupri, omicidi a sangue freddo ci sono stati da entrambe le parti: la guerra rende alcuni uomini bestie, indistintamente dal credo politico”.

È un episodio di provincia, forse piccolo piccolo, ma molto molto significativo, perché i protagonisti sono tutti giovani nati negli anni Ottanta, in una regione particolarmente sensibile come l’Emilia. E la vicenda dimostra che parte del revisionismo storico, alimentato anche da pseudostorici e da personalità politiche, si è insinuato con forza e pericolosamente nelle convinzioni ideologiche delle nuove generazioni. Sostenere che la guerra civile italiana, come l’ha definita lo storico Claudio Pavone, apertasi con l’otto settembre del 1943, abbia prodotto le stesse carneficine, tutte da condannare “indistintamente dal credo politico”, non solo è falso, ma è utile alla campagna in corso ormai da un paio di decenni che tenta di escludere l’antifascismo come fondamento della nostra Costituzione, della Repubblica e della democrazia. La campagna diffamatoria contro la Resistenza mette sullo stesso piano, appunto, i repubblichini, fedeli a Salò, a Mussolini, alla dittatura, con i partigiani, protagonisti della lotta di liberazione. È un vergognoso rovesciamento dei fatti della storia, un pericoloso tentativo di rendere accettabile il neofascismo (in tutte le sue forme), dettato e alimentato da un vuoto di memoria collettiva e da una sorta di burocratizzazione, di svilimento, di annichilimento delle ragioni per cui celebriamo il 25 aprile. A questo colossale tentativo di svuotamento della memoria della Resistenza, partecipa anche il principale motore di ricerca su Internet. Se infatti si digita 25 aprile o liberazione, ci si trova di fronte a offerte di viaggi, agriturismi e alberghi, musei e consigli su come trascorrere il week end. Qua e là, appare qualche articolo o qualche rimando alla storia. Il rischio è che molti fanno festa, senza sapere che festa è, a cosa è dedicata e perché. Soprattutto le nuove generazioni, che si alimentano di informazioni prelevate da Internet, hanno maggiori difficoltà a centrare le ragioni di una celebrazione, tra le più importanti della nostra storia Repubblicana. In parte, è anche frutto di programmi scolastici delle medie primarie e secondarie che ormai dedicano al Novecento, alla Liberazione, ai partigiani davvero poche righe (per non citare quei manuali che riecheggiano le forme del revisionismo).

Anche noi padri nati a cavallo degli anni Sessanta abbiamo le nostre responsabilità. Abbiamo dato per scontato ciò che scontato non è affatto: l’antifascismo come valore fondativo della democrazia. Ovvero, abbiamo mancato di fornire ai nostri figli le chiavi interpretative di passaggi storici importanti e decisivi. Abbiamo considerato la libertà e la democrazia come conquiste date una volta e per tutte, e non invece forme di civiltà contemporanea che vanno alimentate giorno dopo giorno, con una narrazione attenta, rigorosa e permanente. Non abbiamo raccontato ai nostri figli tutto il male che deriva da ogni forma di totalitarismo, che nasce proprio dal rifiuto della politica, della partecipazione ai fatti sociali, dall’abbassamento dei diritti umani e delle libertà fondamentali. L’eredità, anzi il monito, che ci deriva dal secolo breve, come lo definì lo storico Hobsbawm, è proprio l’attenzione ad ogni forma di rinascente totalitarismo, che spesso assume l’identità di quella “banalità del male”, con la quale Hannah Arendt descrisse il boia nazista Adolf Eichmann. Avremmo dovuto sorvegliare la democrazia, evitare che grandi partiti politici liberi e antifascisti naufragassero nell’oceano della corruzione, del malaffare, della perdita di senso della partecipazione democratica. E oggi dovremmo evitare che lo spirito della Costituzione nata dai valori della Resistenza venga stravolto da una riforma, quella del ddl Boschi-Renzi, che rischia di ricondurre l’Italia verso il buio di una nuova forma di totalitarismo.

Settantuno anni dopo quel 25 aprile del 1945 vale la pena celebrare la Liberazione, sapendo che la posta in gioco è diventata molto più alta di quel che pensavamo solo pochi anni fa. Il rischio dell’omologazione tra coloro che hanno combattuto e sono morti per la libertà e coloro che invece avevano scelto di restare ancorati alla dittatura fascista è più che mai reale. Lo svuotamento della memoria collettiva rischia di far sbiadire l’antifascismo come elemento fondativo della nostra democrazia. La disattenzione delle nuove generazioni, stimolata dagli algoritmi dei nuovi media, pone interrogativi inediti, ai quali occorre dare subito risposte rigorose.

Buon 25 aprile a tutti noi, con l’auspicio che il sacrificio dei partigiani non venga più vanificato. Eppure basterebbe poco, basterebbe leggere una sola lettera di uno dei condannati a morte della Resistenza per sapere e capire come stavano e stanno davvero le cose. Basterebbe leggere Raffaele Riva, partigiano romano, uno dei tanti, condannato a morte dai nazifascisti nel 1944: “Muoio con la ferma convinzione che Roma sarà presto liberata, e così tutta l’Italia, dalla schiavitù nazifascista. Muoio con la mia fede e con la mia idea per la liberazione dell’Italia. Sono innocente, sulla mia coscienza non pesa nessuno dei fatti attribuitimi. Mi raccomando ai miei figli, che crescano educatissimi, e diano retta alla mamma. Non voglio essere bendato”.

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